
Alessandra Luberto Docente di Italiano e Storia nelle Scuole Superiori. Con una forte passione per la letteratura contemporanea, e un passato di redattrice editoriale prima, di imprenditrice sociale poi, autodidatta della grafica e della stampa. Esperienza nelle associazioni giovanili ed ecclesiali e nel volontariato
"Nata sotto il segno dei Gemelli, figlia di almeno due madri io stessa, non ho dato alla luce mai nulla e nessuno che non fosse fratto. Se tra le due lingue che parlo meglio una è madre, non è quella in cui vi scrivo, e dunque vi chiedo di portare pazienza. Quando qualcosa non vi torna datemi torto, dibattetene, coltivate il dubbio per sognare orizzonti anche più ambiziosi di quelli che riesco a immaginare io. La mia anima non ha mai desiderato generare né gente né libri mansueti, compiacenti, accondiscendenti. Fate casino."
Michela Murgia muore il 10 agosto 2023. Muore dando alla luce un libro complesso, importante, bello da leggere e da meditare. Muore lasciandoci un mare di dubbi e di domande, che questo libro amplifica e non risolve. Ma Murgia voleva proprio questo, come si evince dalle sue parole: ci ha chiesto di "fare casino", di non essere accondiscendenti. Quando si finisce di leggere questo libro, si rimane con molte domande in testa. Nessuna certezza. Eppure Murgia analizza alcune questioni delicate e importanti sotto tutte le sfaccettature. Ma non sentenzia. Analizza e si fa domande. E chiede a noi di farcele. Cosa significa queer, cosa è la queerness, le questioni riguardanti la gravidanza per altri, ma anche la maternità d'anima, la queer family (la "sua" queer family), le sue esperienze relazionali. Come ci spiega il curatore dell'opera, Alessandro Giammei, figlio d'anima di Michela Murgia, "era da anni, forse da sempre, che ragionava e scriveva, in fondo, della stessa cosa: una cosa che viveva in prima persona, una cosa che la definiva e che non sapeva definire. Quel che ha detto in Dare la vita, e che avrebbe continuato a dire per altre cinquecento pagine se avesse avuto il tempo, lo si può riassumere in una frase (anzi due): la maternità non si può ridurre all'esperienza della gravidanza, la famiglia non è una questione di sangue" (A. Giammei, Domani, 12 gennaio 2024). E questo si percepisce da subito e per tutto il libro. Chi conosce Murgia sa che questi temi erano anche in molti romanzi, ad esempio Accabadora o Chirù, o in alcuni saggi come Good save the queer. Ma è un tema che ha attraversato tutta la sua opera. Le pagine in cui racconta la sua esperienza vissuta con i "figli d'anima", quelli con cui si è scelta, quei figli che l'hanno accompagnata fino al momento della morte, che hanno anche raccolto gli ultimi appunti per questo libro; quelli con cui ha sperimentato le difficoltà della società a comprendere questo tipo di relazioni non di sangue e quindi non "normalizzate", quelli con cui ha avuto anche paura a viaggiare perché lei era una adulta che viaggiava con minori, con cui non aveva legami di sangue.
Michela rivoluziona il nostro modo di amare, di "essere fedeli". "Dimmi che ami quello che di me cambia di continuo, e io potrò continuare a darti quello che di me davvero non cambia: la voglia di sceglierti ogni giorno in modo differente, come diversa sono io ogni mattina quando apro gli occhi". E rivoluziona anche il nostro modo di essere madri. La lettera finale, scritta nel 2008, reca il titolo "Altre madri. Cosa avrei raccontato a mia figlia quando ero un'altra", dove immagina di essere la giovane donna che era, con il suo desiderio di maternità, che la conduceva a sognare di avere una bambina a cui sognava di raccontare come funziona il mondo. "La nutrirò di parole forti, di quelle parole che esistono per caricarle dei pesi che noi non siamo in grado da soli di portare. Io non tacerò, e lei mi ascolterà". Ma non è solo un libro in cui echeggia la sua intimità e la sua vita. È un libro "politico", perché politico era sempre il suo sguardo del mondo. Come ci parla di "gravidanza surrogata", scandagliando la problematica da ogni punto di vista, anche quello economico, e delle difficoltà derivanti dal fatto che non esistono nel nostro Paese leggi a riguardo, ci parla di proletariato, di razzismo nei confronti dei migranti. È un libro politico quando dice che: "rivendicare la generazione di volontà non è solo una possibilità per le famiglie che non ne hanno un'altra, ma è una battaglia per la libertà di chiunque – perché chi vuole controllare i corpi di qualcuno alla fine cercherà di controllare tutto". Dare la vita è quindi un libro sulla libertà, soprattutto sulla libertà di essere se stessi, e sulla possibilità di educare alla libertà i figli che non ha generato, ma che ha scelto. È un libro sulla dimensione della cura (e della responsabilità) più alta forse: quella che scegli, non quella che la vita ti impone. È un libro femminista, che parla di donne e alle donne, parla dei corpi delle donne, parla delle scelte sul proprio corpo e sulla propria vita. Quelli che leggiamo in questo testo sono ragionamenti e pensieri che nascono dall'esperienza di Murgia prima di tutto, e poi dal suo studio, dal suo continuo farsi domande. In queste pagine l'autrice ci guida a stare "sulla soglia", a "fare casino" stando però nel dubbio, in bilico: queer. "La queerness, che è una pratica della soglia, fa il contrario: accoglie il cambiamento come strutturale. Se non cambia, anzi, se pretende di non cambiare, il rapporto si allontana da quel che ci insegnano le esperienze queer e nasconde al proprio interno strumenti di oppressione dell'altra. Il mutamento è l'unica possibilità di sopravvivenza dell'energia vitale che ognuno di noi coltiva intimamente."

Redazione
Docente di Italiano e Storia nelle Scuole Superiori. Con una forte passione per la letteratura contemporanea, e un passato di redattrice editoriale prima, di imprenditrice sociale poi.
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