L’eredità calviniana letta con le lenti della sociologia
Gennaro Ponte Nasce a Cosenza il 25 agosto 1991. Sin da bambino coltiva la passione per la poesia; dal mese di gennaio 2021 è iscritto all’Albo A degli assistenti sociali della Regione Calabria. Conduce la rubrica Asso(ci)amo in Calabria su Arci Mediterronia TV e la trasmissione Il Ponte sulla realtà su Radio Ciroma
Invio questo testo il 28 gennaio, con lo sguardo e la mente rivolti alla Giornata della memoria. Ho già quasi del tutto chiari gli approdi del mio contributo, o, forse, so, più semplicemente, quali sono gli aspetti del pensiero di Italo Calvino che desidero tratteggiare. Avverto un richiamo che non avevo considerato, quando ho preparato la mappa mentale relativa a questo articolo, che mi porta a interrogarmi su come il partigiano Calvino avesse inquadrato la questione della Memoria, così cara ai sociologi, peraltro. La Memoria non è uno dei temi su cui, di primo acchito, si direbbe che Calvino si sia soffermato: tuttavia in Ricordo di una battaglia egli scrive:
Non è vero che non ricordo più niente, i ricordi sono ancora là, nascosti nel grigio gomitolo del cervello, nell’umido letto di sabbia che si deposita nel fondo del torrente dei pensieri: se è vero che ogni grano di questa sabbia mentale conserva un momento della vita fissato in modo che non si possa più cancellare ma seppellito da miliardi e miliardi d’altri granelli. Sto cercando di riportare alla superficie una giornata, una mattina, un’ora tra il buio e la luce all’aprirsi di quella giornata.
Il passaggio riportato consente di rilevare come vi sia una forte propensione autobiografica che appare chiara anche in alcune missive in cui l’Autore esprime il suo “bisogno di precisione“ in merito agli eventi della guerra partigiana, nonchè il suo desiderio di raccontare la Resistenza “con fedeltà assoluta“. Interessante è anche il fatto che scelga di narrare le lotte partigiane non attraverso le gesta eroiche di padri della patria, ma con i piccoli passi del giovane Pin. Pin è un ragazzetto orfano di madre, affidato alle cure della sorella, la quale si prostituisce per sbarcare il lunario, che vive la sua giovinezza nelle strade, abbandonato a se stesso. È troppo maturo per giocare con gli altri fanciulli, al contempo, però, si sente un estraneo tra gli adulti. Si rifugia in un angolo nascosto della campagna, dove i ragni tessono le loro tele. Durante un periodo di incarcerazione per furto, il protagonista entra in contatto con i partigiani e, una volta evaso, si unisce a loro, condividendo le terribili vicende che segnano il crepuscolo del conflitto bellico. Scrivere di un romanziere, saggista e intellettuale come Italo Calvino è stato difficile; se avessi detto “complesso“, avrei corso il rischio di risultare banale. Eppure la complessità innerva il pensiero calviniano, quasi da rappresentarne la cifra, la voce che si ribella ai riduzionismi moderni. Calvino non è l’uomo che non si appaesa, che non trova la strada, che non si accontenta. Egli è piuttosto l’uomo sulla frontiera. Quest’espressione mi sembra appropriata poiché la frontiera è ciò che divide, ma richiama anche qualcosa che può essere spostato. In aderenza con una valenza più propriamente geografica del termine, non va dimenticato che il letterato era spesso in viaggio: Messico, Iran, Giappone e Usa sono solo alcune delle sue mete. A ciò va aggiunto che i suoi lavori sono stati pubblicati in 40 Paesi. La frontiera può essere personificata dal Visconte dimezzato: personaggio che fa riflettere sul bipolarismo tra bene e male: elementi che albergano, come intuìto abilmente da Platone, nell’animo umano. Ritengo che il lemma in questione mi dia l’idea di una situazione che si ribella a quell’ansia classificatoria che domina il nostro tempo Non è un caso che l’innovatore Calvino, avvertendo gli afflati del vertiginoso ordine, abbia offerto spazio all’arte combinatoria. Finanche la scrittura finisce per qualificarsi come processo combinatorio tra elementi dati. In uno dei passaggi conclusivi della lezione americana sulla molteplicità, egli scrive: Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni. Combinare più generi, tante prospettive, molte arti, una moltitudine di professioni è quello che maggiormente connota il lascito calviniano. Calvino riesce a far riflettere con ironia, o, come scriverebbe lui, facendo divertire sull’esistenza umana. Estendendo la portata delle sue riflessioni, si potrebbe sostenere che la vita e la letteratura siano accomunate dal fatto di essere un multiforme universo
zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia ad attorcigliarsi, e corre e corre e corre e si dipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee e sogni ed è finito (da Il barone rampante).
I sogni richiamati da questo estrapolo sono la linfa di quello che l’antropologo Arjun Appadurai ha definito capacità di aspirare. La capacità di aspirare ha come fondamenti i sistemi locali di valore, di significato, di comunicazione e di dissenso. Vi è di più: questa capacitazione, che presenta una forte tensione verso la dimensione collettiva, non potrebbe essere compresa se non si aggiungesse nel panorama argomentativo il concetto di immaginazione. L’immaginazione è un’attività mentale che fa perno sull’uso della fantasia. Immaginare rinvia alla facoltà di creare immagini interne e collegarle tra loro, fino ad alimentare fantasie o storie che esistono in noi già nella realtà. La lezione americana sulla Visibilità si focalizza, a più riprese, su tale tematica e pone in rilievo come da un’immagine mentale scaturisca una rete di analogie, portate alla luce dalla parola scritta. A ben guardare, Le città invisibili cos’altro sono se non un espediente per dare mandato all’immaginazione, partendo da elementi di realtà? Nel romanzo appena citato, quasi a conferma della bontà del quesito si legge:
Tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
Il riferimento alle città (mi) richiama alla mente alcune considerazioni del sociologo polacco Zygmunt Bauman, secondo cui le città sarebbero divenute discariche di problemi globali. Non so se Calvino avesse tra i suoi obiettivi quello di descrivere ed enfatizzare alcuni tratti della società, certamente però in tanti passaggi dei suoi romanzi intravedo la volontà di far sentire la sua voce, forse per contrastare, mediante la parola, la civiltà delle immagini. Le nostre vite vanno di corsa, nella società dell’accelerazione. L’accelerazione tecnologica, come nota il sociologo tedesco Hartmut Rosa, avrebbe dovuto liberare il nostro tempo, ma, paradossalmente, ha accelerato la nostra vita sociale e quotidiana, visto che soffriamo di una carenza di tempo. Non importa quanto facciamo, la proporzione di tempo perso o di opportunità mancate, oggi crea disagio. Da parte sua, Calvino nell’ apologia della velocità, accolta nelle Lezioni americane, sembra anticipare con consapevole chiarezza la maggior parte delle caratteristiche dell’ambiente mediatico di oggi, influenzato nella fluidità del mondo digitale. Lo scrittore di cui si sta discorrendo coglie i caratteri di densità e immediatezza che fanno da humus per il trionfo degli strumenti che avrebbero segnato la fine del millennio. Già nel 1968, in un testo titolato Cibernetica e fantasmi, presentato in occasione di alcune conferenze tenute presso atenei italiani, ha il pregio di notare:
dato che gli sviluppi della cibernetica vertono sulle macchine capaci di apprendere, di cambiare il proprio programma, di sviluppare la propria sensibilità e i propri bisogni, nulla ci vieta di pensare che a un certo punto la macchina letteraria senta l’insoddisfazione del proprio tradizionalismo e si metta a proporre nuovi modi d’intendere la scrittura, e a sconvolgere completamente i propri codici.
In conclusione, l’eclettico Calvino è un maestro nell’orchestrare i registri linguistici, alternando solennità e umorismo, come filosofia e critica letteraria, passando con sapienza da un genere letterario all’altro. Il suo sguardo oggettivo-soggettivo carezzava il mondo insieme al cosmo, al quotidiano, al presente che, al di là di ogni infingimento, meritano di essere vissuti. In un tempo in cui tante cose del mondo rispondono alla logica della standardizzazione e al diktat dell’incasellamento, l’eredità calviniana ci induce a riflettere sulla necessità di fare i conti con le eccezioni, le deviazioni, gli eventi inaspettati, valutando i fatti umani con leggerezza, senza portare macigni sul cuore. In fondo,
se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia di inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe (da Le città invisibili).

Redazione
È Dottorando di ricerca in Teoria e Prassi del Diritto presso l’UniCal. Si definisce sociologo prestato al diritto e docente in attesa di convocazione. Ama l’arte di divulgare e la libertà di conoscere
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