Romina Ramazzotti Insegnante di Lettere nelle scuole secondarie di I grado. Per anni impegnata nell'Azione Cattolica e oggi caporedattrice del blog di didattica della lettura e scrittura italianwritingteachers.it
«Io sono molte cose. Non vorrei che una cosa che ho fatto dicesse chi sono, vorrei essere chi sono in tutte le cose che faccio».
Quando ci troviamo di fronte alla figura di Michela Murgia ci rendiamo conto che la molteplicità è una chiave di interpretazione della sua opera e della sua persona. A partire da come definirla: scrittrice, attivista, drammaturga, opinionista, critica letteraria, comunicatrice, intellettuale, membro onorario del Coordinamento teologhe italiane... Scrive in italiano e pensa in sardo, ma negli ultimi anni sceglie il coreano - che l’attrae per il suono dolce e la intriga da attivista perché non ha generi - come terzo spazio, analogamente agli scrittori post-coloniali.
L’amore per il coreano, la Corea e i BTS riempie gli ultimi anni di Murgia. Ma dentro i limiti temporali e spaziali della sua vita terrena (Cabras, 3 giugno 1972 – Roma, 10 agosto 2023) si alternano almeno dieci vite, dice lei. Sono ora raccontate nel secondo libro postumo Ricordatemi come vi pare: un’autobiografia che alterna riflessioni, dialogo, testi editi e inediti. Chi l'ha conosciuta e amata sicuramente ne ha condivise alcune. Tutte è impossibile: la sua vitalità e intensità di relazioni sono impareggiabili. Non ci si riferisce soltanto ai numerosi lavori che ha svolto, da lei stessa elencati in una sinossi del curriculum con il ministro Salvini che l’aveva accusata di essere una radical chic e snob priva del contatto con la gente e con la realtà: cameriera in pizzeria per pagarsi il diploma di perito aziendale; impiegata in una società di assicurazioni per pagarsi gli studi nell’Istituto di Scienze Religiose; insegnante precaria di religione; impiegata co.co.pro. per consegnare cartelle esattoriali; dipendente di una centrale termoelettrica; cameriera in un albergo allo Stelvio; centralinista in un call center (da cui il blog Il mondo deve sapere, poi primo romanzo pubblicato per ISBN); portiera notturna in un hotel. Solo dal 2007 comincia a vivere della sua scrittura.
Molto di quello che Murgia ha vissuto e che ha costituito il suo orizzonte valoriale si trova in ciò che ha pubblicato, nelle opere a stampa ma anche in tutte le forme con cui ha comunicato. Al suo attivo, infatti, annoveriamo accanto ai romanzi e alla saggistica, racconti e miscellanee, prefazioni di opere altrui, opere teatrali, interventi e presentazioni a festival letterari e a vari eventi culturali, comunicazione social, trasmissioni radiofoniche, trasmissione tv, audiolibri, podcast, dialoghi su web, collaborazioni con riviste, oltre che una campagna politica come governatore della Sardegna. In questa molteplicità di forme - molte delle quali rintracciabili nel web - emerge l’impasto tra narrazione e trattazione stringente, grande lucidità e velocità di pensiero, cura per la parola esatta e chiara comunicatività, esigenza di nominare le cose in maniera precisa per sentirne l’esistenza. La sua scuola di scrittura è stata Lot, un gioco di ruolo playing by chat di ambientazione medieval fantasy interamente testuale, dove occorreva essere rapidi nella scrittura e nell’interazione. Per tanti anni ha continuato a scrivere e a vivere di giorno come Michela e di notte come - una dopo l’altra - le sue personagge del gioco: Grienne, Ninque…
Quell’imprinting di scrittura, così come quella del blog de Il mondo deve sapere e del resto dei canali social di Michela (sempre precorritrice dei tempi in quanto a competenza tecnica), è una scrittura di interazione, frutto di un’azione orizzontale, di un rimando a feedback continui tra i membri di una comunità, di cui rielabora in maniera lucida e veloce gli input che rilancia all'attenzione dei suoi interlocutori. Una scrittura relazionale, un dialogo aperto a più voci e a più posizioni.
Molteplicità è anche nei ruoli che cambiano dentro la famiglia d’elezione dove i figli d’anima diventano amici e poi portatori di cura. Questa forma di famiglia diventa pubblica nell’ultimo periodo come atto politico, per dare visibilità alle tante storie che non hanno riconoscimento giuridico pur se sono reali perché esistono. Murgia stessa è figlia d’anima, ha due madri, la mamma biologica e la zia. In Accabadora questo tema è centrale, poi torna sotto forma di saggio in Dare la vita, ma nel mezzo ci sono Chirù (costruito sulla storia di filiazione d’anima tra Michela e il figlio Francesco) e molti interventi pubblici sul tema della maternità, in tutte le sfaccettature, compresa quella della Madonna. Molteplicità, quindi, è anche l’insieme delle forme e delle modalità in cui Murgia ha portato avanti il suo discorso pubblico su tanti temi, con coerenza, apertura e l’onestà di mettersi in discussione quando si accorge di non essere aperta e accogliente a sufficienza per dare voce ai diritti di ciascuna persona.
In Ricordatemi come vi pare afferma che tre aspetti della sua formazione si incrociano: indipendentismo sardo (che promuove un’appartenenza dove ogni differenza ha diritto di cittadinanza, nel tentativo di essere potenti insieme), femminismo intersezionale e cattolicesimo laico, in particolare per la metodica laica e democratica dell’Azione Cattolica e lo sguardo esegetico sulla realtà derivante dallo studio delle Scritture, cercando le profondità stratificate in ogni situazione.
Il suo sguardo esegetico le fa dire che «dentro a ogni bella storia ce ne sono molte e se ne ricorderemo una meglio delle altre forse non è perché era la più bella, ma perché qualcuno ha deciso che quella - proprio quella - era da raccontare e ri-raccontare più di tutte, fino a farne una tradizione» (L’inferno è una buona memoria). Rileggendo e riascoltando le sue parole oggi ci accorgiamo che quanto scrive nella postfazione de L’incontro vale sempre: «I fatti narrati sono inventati dal vero». «Io scrivo solo di quello che conosco. Per scrivere devo attraversare la vita. Io devo avere un movente. Senza, non ha senso» (Ricordatemi come vi pare).
Uno dei moventi è quello di scardinare i canoni, i modelli, raccontare una storia nuova. Restando sul concetto di pluralità c’è un filo che lega alcune sue opere. Nei tre saggi di Futuro Interiore si parte dall’idea che è possibile un racconto nuovo frutto di creatività collettive che ascoltano chi è ai margini e valorizzano le multiculturalità; ciò trova spunto in Noi siamo tempesta, storie collettive per smontare la narrazione sull’eroe impossibile da emulare, e nelle Persone che devi conoscere commissionate per il sito de Il Messaggero di Padova, storie di quotidiana ordinarietà centrate sulla capacità di fare la differenza per altri: un’agiografia quotidiana che ci aiuti a costruire cittadinanza su nuovi criteri. Infine le serie (podcast e libri) di Morgana, ritratti femminili di donne che si sono auto affermate. Perché per abbattere il patriarcato bisogna dare modelli in cui sentirsi rappresentate.
Molteplicità è una parola che descrive bene anche l’ultimo romanzo, Tre ciotole, che dà voce a vari personaggi durante la pandemia. Ogni capitolo è a sé, nella misura del racconto, ma i personaggi sono intrecciati tra loro. Rivendicare per quest’opera la definizione di romanzo significa dire che possiamo comprendere la complessità se assumiamo più punti di vista contemporaneamente, a volte in maniera antifrastica.
Commentando l’opera di Maria Lai nel capitolo di Noi siamo tempesta dal titolo Legarsi alla montagna Murgia ipotizza «Forse è a questo che serve l’arte, a far vedere i fili nascosti tra le cose e le persone». È la meraviglia che ci attraversa se ci facciamo guidare dallo sguardo esegetico di chi come lei ha colto la molteplicità di un’esistenza intessuta di relazioni.
«Io sono molte cose. Non vorrei che una cosa che ho fatto dicesse chi sono, vorrei essere chi sono in tutte le cose che faccio».
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