PERCHÈ (NON) ANDARE A SCUOLA
La testimonianza del professor Perretti è molto profonda, mai banale, perché cerca di indagare il fine ultimo ed essenziale della scuola, il suo significato estremo ma anche iniziale: a cosa serve la scuola, qual è il suo mandato, perché non riesce a raggiungerlo. Nelle lunghe riflessioni inserite nel libro e che spesso prendono la forma del dialogo tra il docente e i suoi studenti, altre volte tra lettore e autore, si analizza la situazione attuale della scuola e si rimarca come questa situazione sia catastrofica e come i rimedi per sanarla siano stati e ancora sono inefficaci (volutamente?). La parte iniziale del libro tratteggia lo smarrimento dell'autore, ma anche della classe docente tutta che, costretta a recepire decisioni ministeriali quasi sempre incomprensibili a chi vive giornalmente nelle classi, si è quasi arresa e autoconfinata in una dimensione esistenziale regressiva di rassegnazione e frustrazione visto l'azzeramento del credito sociale. I pochi che resistono spesso affidano alla denuncia episodica e inconcludente le loro posizioni professionali oppure cercano una via di fuga consolatoria nella testimonianza scritta della loro esperienza, come avviene in questo caso. Eppure l'autore è molto analitico nella denuncia delle colpe e degli errori sulla scuola, a partire dalle motivazioni personali dei ragazzi che quasi meccanicamente frequentano la scuola senza particolari slanci conoscitivi - l'autore parla della sua esperienza come docente di materie letterarie nei licei - continuando sulla scelta dei voti come indicatori valutativi imperfetti e limitati per descrivere il "successo scolastico" degli alunni. Addirittura denuncia, la "fine" della scuola, annullata nel suo mandato esclusivo di valorizzazione dei talenti e delle potenzialità dei ragazzi, tesa invece a preservare e tutelare la sua funzione di istituzione, in maniera autoconservativa e replicativa – molto illuminanti i capitoli sui voti, sugli Esami di Stato, sui "debiti" da "saldare" a settembre, sull'orientamento - non badando a mortificare e depotenziare i docenti per raggiungere questo scopo.
La fine della scuola, senza che ciò causi uno scandalo collettivo e sociale, come esprime l'autore, è dovuta all'incuria e alla perdita di senso dominante nella scuola, a partire dal linguaggio ormai scaduto in forme elementari, per arrivare al ruolo marginale socialmente, quasi inesistente, "una dolorosa necessità" per affermarsi nella vita (visti anche i modelli di riferimento di "successo").
La seconda parte analizza i principi valoriali del fare scuola, la funzione intrinsecamente conoscitiva della scuola che si realizza soltanto nell'incontro esclusivo tra allievi e insegnanti, nel gusto (erotico) della trasmissione della conoscenza (con buona pace dei detrattori del trasmissivismo scolastico), nella bellezza e nel valore dell'atto maieutico, formativo, realizzativo, che è l'unico fine della scuola. E questo atto risiede nella libertà dell'insegnante che vive per questo e non per altri distraenti e strumentali motivi, che dedica tempo e memoria proprio per incontrare il volto dei suoi alunni, quel volto che è specchio leale del suo retto agire. Ma quel volto si trasfigura e vivifica soltanto se dall'insegnante all'allievo passa la corrente dell'amore, una parola che nella iper-specializzazione anodina dell'attuale pratica dell'insegnamento sembrerebbe una parola fuori contesto, ma che invece è l'ingrediente insostituibile (seppur non contemplato in nessun corso per diventare insegnante) nell'incontro tra cuori e menti formate e altre in divenire.
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