La risposta alla domanda fondamentale sulla vita
Sull’universo e (quasi) tutto quanto
42,195 km. Questa è la lunghezza di una maratona. Non 10, non 5: 42 chilometri e 195 metri.
A dire il vero i Greci, con il filologo francese Michel Bréal, De Coubertin e compagnia bella, si erano dati molto da fare in occasione della prima Olimpiade di Atene nel 1896 per ricostruire il tragitto del povero messaggero Fidippide, il primo maratoneta della storia. Avevano individuato uno spettacolare percorso di 40 km che dalla città di Maratona portava fino allo stadio Panathinaiko. Poi sono arrivati i Britannici con le Olimpiadi di Londra del 1908 e, con fare tipicamente britannico, hanno deciso che da loro la maratona sarebbe stata 42,195 km in modo tale che, partendo dal castello di Windsor, questa sarebbe terminata proprio sotto la tribuna reale dello stadio di Londra. Tanto i reali mica la dovevano correre loro, la maratona. Perché ogni anno 1.3 milioni di persone decidono di cimentarsi con uno sport il cui leggendario 'inventore' perì proprio prendendovi parte, rimane un mistero. Il motivo per cui io ritorno alla maratona come si ritorna ad un punto di riferimento, è perché lei ogni volta mi insegna qualcosa. Sulla vita, su di me, sulla pazienza, l’autodisciplina, l’importanza e la bellezza del percorso a differenza del risultato. La maratona è una scalata della montagna lunga quanto il periodo di allenamento, 3, 4 mesi, alla ricerca del saggio eremita della caverna al quale porre le tue domande esistenziali e dal quale ti puoi aspettare parole di saggezza così come una bastonata in testa.
1-10 Miglia - la Testa
Come molte cose nella vita (tra cui la vita stessa!) la parte iniziale è la più semplice e naturale: basta pensare ad una storia d’amore appena sbocciata, ad una passione appena intrapresa, ad un progetto appena incominciato. È facile lasciarsi prendere dall’entusiasmo, bruciare le tappe, fare il passo più lungo della gamba. Questo è il motivo per cui la prima parte della maratona si corre con la testa, ovvero, con la capacità di imporsi un passo più lento nonostante le sensazioni positive.
10-20 Miglia - Le Gambe
Per rimanere sulla metafora della vita, la parte centrale della maratona è quel periodo che va dalla fine dell’Università o la ricerca di un lavoro fino a, boh, 50 anni… immagino. Il gioco si fa duro, non si è più freschi come qualche anno prima ma l’energia ancora c’è per affrontare, se tutto va bene, le tipiche sfide della vita: avere delle relazioni stabili, una carriera appagante, un mutuo a tasso fisso per 5 anni, e per i più avventurosi anche mettere su famiglia. Tuttavia, più si va avanti e più la stanchezza inizia a farsi sentire, è per questo che dal decimo miglio fino al ventesimo bisogna far affidamento sulle gambe, ovvero sull’allenamento fatto in precedenza.
Gli ultimi 10km (o 6 miglia) - Il Cuore
Negli amatori, il ventesimo miglio, o trentaduesimo chilometro, è il momento in cui il primate che ancora controlla alcuni meccanismi involontari del nostro organismo decide che bisogna intervenire per fermare questo tentativo di autodistruzione. D’altronde “quarantaduechilometriecentoventicinquemetri“, è più o meno la distanza che mio padre percorreva ogni mattina in macchina dalla mia casa d’infanzia a Roggiano Gravina fino all’ITIS di Cosenza. Nessun primate avrebbe mai deciso di correrla tutta d’un fiato, soprattutto per hobby. È proprio quando il corpo è in agonia e la testa è annebbiata dalla stanchezza e la voglia di fermarsi è tanta che bisogna correre nell’unico modo ancora possibile: con il cuore. È il cuore che, alla fine di una lunga avventura, ritrova la leggerezza necessaria per poter arrivare a destinazione grazie alla consapevolezza che la fine e il traguardo sono vicini. Quindi liberi dai fardelli e dalle responsabilità di chi ha ancora molto lavoro davanti a sé, si possono finalmente correre gli ultimi chilometri in libertà, piangendo, ridendo, urlando. Ed eccola lì: la linea di arrivo! Ultimo sprint e… Medaglia, banana. Chiuso il sipario.
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