La scuola non dia un valore ma aiuti a scoprire il proprio valore
Note a partire da una storia personale
Il rapporto tra Scuola e valutazione, per un aspirante sociologo, non può essere letto in termini neutri.
Certamente, se si rifugge dalle caratterizzazioni, la valutazione non è che l’ultima fase di un processo, la quale porta con sé il riferimento a giudizi di valore.
A ben vedere, già solo rimanendo in superficie, si può asserire che valutare significa attribuire un valore.
Un ampio discorso, se ci si volesse diffondere sul piano tecnico, potrebbe essere aperto sull’oggetto dell’attività valutativa in ambito scolastico.
Brevemente: cosa sarebbe opportuno valutare? I punti di partenza degli studenti e delle studentesse? I loro progressi? Il numero di concetti che i discenti e le discenti riesce a spiegare? La loro capacità di comprendere un telegiornale? L’abilità di ragazzi e ragazze nel ricordare le date storiche che contano e che hanno segnato un’epoca?
Scrivendo, quasi dimentico che non devo rendere un parere da sociologo né da assistente sociale, ancorché lo Stato mi attribuisca questa possibilità.
Questa volta mi è stato chiesto uno sforzo maggiore: ritornare a fare i conti con me stesso, ricordando che tipo di studente sono stato e come sono stato valutato.
Beh, non mi sembra onesto nascondermi, ho sempre studiato, spesso ho portato i libri con me, anche se, alle volte, non li abbia aperti.
I libri, in fondo, se ti seguono in viaggio, permettono di essere a posto con la tua coscienza, quando il lunedì devi sostenere un’interrogazione, ma il sabato ai tuoi familiari viene voglia di una gita fuori porta e tu sei obbligato a seguirli.
Le interrogazioni per me si concludevano sempre con voti alti, pure quando trascorrevo il fine settimana fuori casa.
Mi bastava infatti riprendere in mano gli appunti e preparare capziosi focus, per impressionare i docenti, per dar loro l’impressione di aver studiato.
Molti mi definivano secchione, non capendo, o meglio non sapendo, che non ottenevo ottimi risultati per applicazione ma per amore!
Mi sono sempre rivolto allo studio con uno sguardo interessato, non badando tanto ai programmi ministeriali; mi preoccupavo, infatti, soprattutto del mio appagamento.
Conoscere, sondare le cose del mondo, mi ha sempre dato un grande vigore spirituale.
I miei approfondimenti, le mie escursioni al di fuori dei capitoli o dei temi libreschi assegnati dai docenti, sono stati apprezzati quasi sempre.
Allora, una ventina di anni fa, non sapevo che la curiosità si sarebbe potuta considerare una soft skill e, francamente, ho seri dubbi lo sapesse chi era chiamato a valutare il mio profitto.
Anziché profitto, stavo per scrivere performance, fingendo di non intravedere la visione economicistica di cui si è riusciti, mestamente, a dotare la Scuola.
Indicatori che non segnano una rotta, ma rendono gli studenti e le studentesse meri contenitori di nozioni.
Mi sembra di ricordare io non abbia vissuto quel modello di scuola - azienda, tuttavia, affermando ciò, applico semplicemente una finzione, confidando nel solo apporto dei miei ricordi da ragazzino.
Ricordi neutrali come la Svizzera, non esaltanti come la Juve di Allegri, che, comunque, mi regalano un sorriso.
Sorrido pensando al fatto che scrivo poesie dall’età di otto anni.
Al tempo, ero uno dei pochi a riuscire a far parlare le” sudate carte”, o meglio, la propria anima.
I miei componimenti erano accolti con favore, nonostante credo che a prevalere nell’immaginario delle maestre fosse il fatto che avessi dei gap da colmare.
Quelle lacune, quelle lentezze dovevano esser colmati da un’insegnante di sostegno gaia e affabile, la quale risparmiava grandi fatiche alla mia mano che non era in grado, neppure all’ora, di tenere il passo della mia mente.
La Scuola non è riuscita a rendermi bravo in tutte le materie, ma sento che mi ha rispettato!
Mi ha permesso di conoscere docenti preparati, così come professionisti che con i loro comportamenti mi hanno indotto a comprendere cosa non avrei dovuto fare nella vita.
La Scuola ha avuto rispetto per me perché ha saputo coltivare e alimentare i miei versi, perché non ha preteso che capissi cosa fossero i limiti in matematica, pur avendo avuto il coraggio di aspettare che io comprendessi i miei limiti personali, per prender loro le misure.
L’Istituzione scolastica ha dimostrato di esser tale, ossia un complesso di regole ingessanti, quando non ha avuto la forza di credere nella mia passione per le parole e per la Storia, perché “al Liceo Classico vanno i più bravi”.
Sono stato il primo della classe, ho rappresentato un’intera comunità studentesca in seno al Consiglio d’Istituto e, ad un certo punto, ho capito che avrei potuto scrivere pagine importanti, pur essendo figlio di nessuno, pur non godendo della fiducia di chi avrebbe dovuto conferire spessore ai miei desideri, invece di limitarsi ad inserirmi nel girone infernale degli studenti medi.
Oggi sono ad una manciata di esami dalla mia quarta laurea, partecipo a progetti di caratura internazionale e insegno che cos’è l’empowerment.
Eppure, ero un fanciullo in difficoltà, coadiuvato da un sostegno non in grado di supportare e da handicap pronti a salire in cattedra.
La Scuola è un giudice che non ha potere di emettere una sentenza definitiva...
Sono gli studenti e le studentesse ad essere i detentori e le detentrici delle loro visioni, della loro capacità di immaginare.
Pertanto, nessuna valutazione, neppure la più negativa, deve esser capace di limitare la loro libertà di decidere chi essere e cosa fare.
Gennaro Ponte: Nasce a Cosenza il 25 agosto 1991. Sin da bambino coltiva la passione per la poesia; Dal mese di gennaio 2021 è iscritto all’Albo A degli assistenti sociali della Regione Calabria. Conduce la rubrica Asso(ci)amo in Calabria su Arci Mediterronia TV e la trasmissione Il Ponte sulla realtà su Radio Ciroma
“Questa volta mi è stato chiesto uno sforzo maggiore: ritornare a fare i conti con me stesso, ricordando che tipo di studente sono stato e come sono stato valutato”
“La Scuola è un giudice che non ha potere di emettere una sentenza definitiva...”

Redazione
È Dottorando di ricerca in Teoria e Prassi del Diritto presso l’UniCal. Si definisce sociologo prestato al diritto e docente in attesa di convocazione. Ama l’arte di divulgare e la libertà di conoscere
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