IL SOGNO IMPOSSIBILE DEL PICCOLO IAN, COSTRUTTORE DI AEREI DI CARTA
Valerio Giacoia Giornalista, giramondo, africano d’adozione. Amico dei diseredati
Come si scrive il tuo nome? Yan? No, sir, si scrive Ian, con la “i”. Ian ha il sorriso più bello che abbia mai incrociato, certamente almeno della parte di pianeta che ho calcato. Certamente il più bello d’Africa. Questo prodigio di ragazzino lo incontrai a gennaio dello scorso anno in una scuola di un villaggio in mezzo alla foresta di Timboni, a pochi passi dal centro di Watamu, una cittadina sull’Oceano Indiano del Kenya, non lontana dalla più nota Malindi, quella della “bella vita” dei resort per miliardari senza occhi per null’altro che per ostriche e champagne. Che poi sono gli occhi del mondo, assenti, vani. Occhi cialtroni che non si voltano. Che non sanno, che non vogliono neanche sapere dell’esistenza di ragazzini come Ian, di un remoto posto sulla Terra, di una remota aula costruita in paglia, legno e fango, con appesa una carta del globo storta perché il muro non ne vuol sapere di farla penzolare dritta. Ian ce l’ha di fronte, perché sta al primo banco. Banco, poi. Una tavola lunga di legno d’albero di cocco. Quelli sui quali i suoi amici si arrampicano come trapezisti a mani e piedi nudi, senza rete però, scolpendo con un machete il tronco che alzando lo sguardo sembra lungo quanto un grattacielo, e man mano costruendo come una scala a chiocciola. Quindi fin lassù per appendervi le bottigliette di plastica riempite con succo di cocco. A quelle temperature il latte fermenta fino a trasformarsi in quel micidiale liquore con il quale molti di loro, anche quelli meno grandicelli, ma soprattutto molte madri e padri, si ubriacano senza sapere il perché. Fuggire da una vita tra capanne e mosche, forse. Ma in questo luogo sconosciuto, dove il verbo sognare non esiste, il piccolo Ian ha sviluppato incredibilmente la capacità di fantasticare. Va a scuola – si chiama “Mama Rossana School”, fu messa su da un gruppo di italiani visionari che decisero di tentare il salvataggio dei bambini della zona dal maremoto delle loro rispettive vite –, scrive, legge, sta imparando a parlare l’inglese, a fare i conti. E quando può costruisce aerei di carta perfetti come il suo viso, come le sue speranze di andare via da quel villaggio. Non glielo abbiamo mai detto ma la sua è una “visione” che mai potrà sfiorare, se non a bordo di uno dei suoi jet a regola d’arte. Come non sarà mai possibile, occorre dirlo con chiarezza, per milioni di suoi coetanei africani visto che una scuola d’eccellenza nel Continente è per la stragrande maggioranza riservata ai ricchi, e che i governi fanno pochi sforzi (nulli, in realtà) per garantire un’istruzione gratuita e di buona qualità per tutti gli altri. Basta fare un giro da queste parti, oppure spostarsi a nord, anche appena lambendo le baraccopoli attorno alla capitale del Kenya, Nairobi, per rendersene conto. Migliaia di famiglie senza nulla, figuriamoci la possibilità di mandare i figli a scuola e avere perciò una speranza di salvarsi la vita. Questi, invece, frequentano, e con “profitto”, la vicina discarica di Dandora, lavorando tra i rifiuti, contribuendo in qualche modo al “bilancio” di casa. Pensate, esistono in Africa bambini più sfortunati di Ian. Che sa scrivere, far di conti. Che può osservare una mappa di quel mondo lontanissimo e cieco appesa a un muro fatto di legno e fango.
“Ma in questo luogo sconosciuto, dove il verbo sognare non esiste, il piccolo Ian ha sviluppato incredibilmente la capacità di fantasticare”
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