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ἡ μορφή

21 maggio 2026 3 min

Nicola De Santis Insegna italiano, latino e greco nei licei della provincia di Cosenza, è consigliere nazionale dell’Azione Cattolica Italiana

L’esperienza del prendere forma, rimanda ad un sostantivo, forma, -ae, già presente nella lingua latina che a sua volta, per tramite di una metatesi consonantica, deriva dal sostantivo greco gemello ἡ μορφή.

Questa radice, prima ancora che nelle diverse occorrenze di derivazione latina, è molto diffusa in italiano: la morfologia studia la forma delle parole, la metamorfosi, ἡ μεταμόρφωσις, descrive un cambiamento di aspetto, e poi in italiano c’è la smorfia che descrive un’alterazione del volto. Dalla stessa radice nasce anche il nome di Morfeo, il dio dei sogni figlio della Notte e del Sonno, che compare sotto diverse forme agli umani.

La morphe dice di un aspetto esteriore, e quindi delimita il confine di un’identità perché – pensando alla formazione nel campo scolastico – la forma che assumi dice chi sei e, allo stesso tempo, chi vuoi diventare. E la semantica dice che chi non ha una forma – se si pensa agli aggettivi amorfo o deforme - in realtà ha una forma sgradevole, malfatta, sgraziata.

La formazione richiede la capacità di osservare come sei - chi sei! - e poi di sognare come, e chi, vuoi diventare: il processo che separa questi due stadi diventa formativo se ha rispetto del tuo oggi come del sogno. Ogni processo formativo allora parla di segni e di sogni: i segni della tua storia, di ciò che ti ha segnato, delle tue fragilità come dei tuoi talenti e poi impasta i passi della tua esperienza umana come scolastica con i desideri di chi pensa che può continuare a crescere lasciando emergere la parte migliore, la bellezza che ogni persona – docente e studente – custodisce!

Quando la radice greca arriva in Italia, con lo spostamento delle consonanti, allarga anche il suo campo semantico. Infatti in latino forma - pure mantenendo il significato originario in greco che ricorda la struttura o il profilo di una persona o di una cosa - esprime l’immagine del volto come anche un modello o uno schema che funge da paradigma; e poi acquista un’accezione ancora più larga che rimanda ad un’immagine gradevole fino ad esprimere il senso della bellezza o un modello di avvenenza.

Da questa stessa radice derivano tantissimi termini in uso nella lingua latina e, di conseguenza, in italiano: il mestiere del formator, il verbo formo, la formula che in latino indica un contratto, l’aggettivo con-forme, in-formazione, formalità, informatica (un’informazione automatica), performance, riforma… fino al riformatorio!

Colpisce che l’aggettivo latino formosus/formonsus che indica un oggetto e, soprattutto, una persona bella perché ‘ben fatta’. Forse è questo l’orizzonte utile per ripensare la formazione: ‘fare bene’ per far emergere la grazia e il buono che è presente in ciascun ragazzo e in ciascun docente! La cura per la formazione non deve cedere tanto al formalismo quanto a quei confini che ci definiscono come professionisti e come comunità che educa perché il percorso scolastico aiuti ciascuno a dare il suo meglio anzi,… a restare ‘in forma’!

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Nicola De Santis

Collaboratore

Insegna italiano, latino e greco nei licei della provincia di Cosenza, è consigliere nazionale dell'Azione Cattolica Italiana.

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