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La leggerezza come pratica educativa

Calvino tra i banchi di scuola

21 maggio 2026 4 min

Può la leggerezza, mirabilmente invocata e descritta da Italo Calvino, nelle sue celebri “Lezioni Americane“, essere applicata in campo educativo oltre che letterario, essere chiave di volta e lettura degli aspetti didattico-formativi al di là dei benefici che può portare alla scrittura? Il nuovo numero di “Registro Sconnesso“ si misura con questa domanda tanto accattivante quanto provocatoria, non tanto nello sterile intento di celebrare retoricamente la figura dello straordinario narratore italiano, quanto in quello, molto più produttivo e seminale, di ritrovare, nelle sue acute e audaci intuizioni, linfa vitale per ripensare ciò che avviene, quotidianamente, sul palcoscenico delle nostre scuole. Leggerezza, ben lungi dall’alludere a un approccio superficiale o rinviare allo scarno, è una modalità, prima immaginativa e, solo dopo, espressiva, di elevarsi al di sopra della pesantezza. Allora, molto probabilmente, la strategia più efficace per cogliere il senso profondo della leggerezza è, innanzitutto, comprendere di cosa parliamo quando parliamo di pesantezza. La pesantezza della realtà extra-scolastica, la pesantezza del vuoto nozionismo, la pesantezza della farraginosa macchina burocratica. Forme di ancoraggio che impediscono la navigazione in mare aperto, pesanti fardelli che inibiscono il volo, valori statici che impediscono il movimento. E, come si sa, laddove non c’è movimento, non c’è libertà, né di pensiero né di azione. Ciò che è pesante imbriglia, si frappone, frena. La leggerezza, in primis, allora, è una tagliente arma che può spezzare i nodi, anche quelli più intricati, abbattere le barriere, anche quelle più solide, accelerare i processi, anche quelli più arrugginiti. Non è per nulla superata l’idea, infatti, di una scuola come pesante macchina, composta da ingranaggi anacronistici, una scuola stanca, quasi moribonda, sull’orlo dell’annichilimento, una scuola che, giudicata completamente inutile per lo sviluppo dei processi produttivi, un giorno, non poi così lontano, verrà esautorata, cassintegrata, dismessa, senza possibilità d’appello. Una scuola antiquaria, una scuola monumentale, una scuola-museo priva di quel dinamismo necessario al suo mantenimento in vita. Praticare la calviniana leggerezza, da questo punto di vista, vuol dire “fare spazio“ a ciò che accade al di fuori delle mura scolastiche, consentire al biografico di accedere alla dimensione collettiva dell’analisi comunitaria, non procedere per compartimenti stagni separando crudelmente il pubblico dal biografico. Praticare la calviniana leggerezza, poi, significa scovare il senso vitale di ogni conoscenza, trasformando la pesante nozione nell’agile ethos quotidiano. Praticare la calviniana leggerezza, ancora, vuol dire contrastare e contestare quando la macchina burocratica pretende di sovrastare e soffocare, quando la norma rischia di seppellire ogni forma d’immaginazione. E, poi, la leggerezza ha un valore profondo anche sul piano etico, sul piano delle scelte, dei comportamenti. Essere leggeri non vuol dire circumnavigare i problemi, evitare il contatto, praticare l’indifferenza. Essere leggeri vuol dire smontare, pezzo per pezzo, se necessario, tutte quelle pesanti impalcature che, fingendo di proteggere e preservare, in realtà, ingabbiano violentemente le nostre vite, le vite delle studentesse e degli studenti. Probabilmente, se volessimo trovare l’antenato filosofico di Calvino, da questo punto di vista, potremmo dire che Cartesio è stato il primo ad aver compreso che tutti i problemi, soprattutto quelli più complessi, possono trovare soluzione solamente se analizzati, smontati, per l’appunto, scomposti nei loro termini più infimi, alleggeriti, privati della loro corazza moralistica o ideologica. E sulle ali di questa leggerezza filosofica, il pensatore francese ha costruito addirittura un metodo universale, ovvero una buona strada da seguire per tutte e tutti, a prescindere dall’età o dalla provenienza geografica, dal sesso o dall’orientamento religioso. Il “discorso sul metodo“, difatti, non conosce differenze e alleggerisce tutto ciò che, di primo acchito, ci sembra insormontabile. Così, quanto più le discipline cosiddette curriculari saranno in grado di abbandonare le loro pesanti armature ideologiche, tanto più l’apprendimento diventerà leggero e, quindi, più comprensibile. Sul piano pedagogico e formativo, praticare la leggerezza, allora, vuol dire ritornare a Socrate, alla maieutica, all’ironia. Lo stesso Calvino, quando nella sua lezione cita notevoli esempi letterari di leggerezza, rintraccia proprio nell’ironia, nell’acume, nella vena umoristica, il tratto comune a tutti i testi e gli autori menzionati. Ironia, ovviamente, nel senso socratico del termine, come capacità di saper trasformare ciò che è definito, certo, pesante in qualcosa di aperto, mobile, leggero. Come la verità, del resto, che, in termini assoluti, esiste solo nelle nostre pesanti convinzioni.

Un metodo, quello della leggerezza, una pratica educativa, formativa e interattiva basata sulla valorizzazione dell’immaginazione, quella fase creativa che anticipa la fissità della conoscenza. Insegnare per immagini, allora, questo vuol dire essere leggeri, così come Platone, servendosi del mito, traduceva, per tutte e tutti, la complessità del suo pesante sistema filosofico. E così, dalla scuola primaria a quella secondaria, dall’età infantile a quella adulta, essere leggeri vuol dire educare e apprendere per immagini, per esempi, per esercizi, per pratiche, vuol dire dislocare il proprio punto di vista, non “ridimensionarlo“ (n.d.r.), guardare la realtà con occhi sempre diversi, non “accorparla“ (n.d.r.) sotto la pesante egida di un unico punto di vista, “volare come Perseo in un altro spazio […] cambiare il mio approccio […] guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica“. E di valutazione. Per un futuro più leggero.

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