La ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere
Studenti del 5° anno di un Istituto Tecnico della Provincia di Cosenza
Ognuno di noi, chi più, chi meno, è entrato a contatto nella propria vita con un ambiente educativo.
La prima frontiera dell’educazione, della formazione, non è altro che la famiglia: il nucleo di persone col quale siamo più frequentemente a contatto, indipendentemente dai legami sanguigni. La seconda frontiera è, senza dubbio, l’ambiente scolastico. Un ambiente in cui molti navigano per addirittura quindici lunghi anni. Un ambiente dal quale non vediamo l’ora di uscire.
Per un ragazzo di poco più di tredici anni, questo ambiente è l’inferno. Si cambia scuola, a volte città, si incontrano nuove persone e nuove sfide. Per quello stesso ragazzo, all’età di diciotto anni, quello stesso ambiente è il cammino più bello che abbia vissuto. Ha creato legami che, forse, rimarranno per sempre.
Eppure, purtroppo, il nostro mondo non è netto, tutto bianco o nero. Per molti l’esperienza scolastica non è così, soprattutto in un periodo travagliato come il nostro. Il secondo decennio degli anni 2000 non è stato molto clemente con noi, con i giovani, che vedono scorrersi a fianco avvenimenti talvolta catastrofici, senza poter intervenire in alcun modo. Il peso del mondo viene riversato sulle spalle dei più fragili, che sentono un costante senso di impotenza, un sentimento di inadeguatezza, un rigetto. Connettere il mondo tramite il web ha portato tanti benefici, ma ha creato criticità di una certa rilevanza.
Avvenimenti di ogni genere sono esposti indipendentemente dalla propria natura, siano essi marce politiche di partiti estinti e che dovrebbero rimanere sepolti molti metri sottoterra, siano essi pandemie di enorme portata.
I giovani sono esposti a tutto ciò, e questo non può fare altro che appesantirli. Ognuno si sfoga come meglio può, con qualsiasi mezzo abbia a disposizione. Ma cosa succede se il carico viene ulteriormente appesantito da situazioni fuori dal nostro controllo? Cosa succede se l’ambiente che dovrebbe proteggerci ci fa sentire ancora di più come se ci stesse crollando il mondo addosso?
La scuola ha il compito di formare: il compito di esporre un argomento, decostruirlo, ridurlo ai minimi termini e affrontarlo per trarne insegnamento e beneficio… in un mondo perfetto. Nella realtà, è risaputo come l’ambiente scolastico sia, a dir poco, fatiscente. Un ambiente antiquato, ricolmo di opportunismo e negligenza, che muove i suoi passi per via di un’inerzia sempre più grande e palpabile. C’è chi vive e abbraccia l’inerzia, chi vive sperando in possibilità più grandi in futuro, chi vive inquieto e pretende di più dal sistema. Ogni studente ha le proprie reazioni e ogni studente cerca la propria leggerezza.
Il mio nome è Gianmatteo, sono studente del quinto anno in un Istituto Tecnico della nostra provincia. Nei miei anni scolastici, ho visto e vissuto la qualunque. Sono stato investito dalla pandemia in pieno e sono abbastanza attivo su X (precedentemente Twitter), da dove prendo il 70% delle mie informazioni. Mi categorizzo come uno di quei giovani che vive nell’inquietudine, nella pretesa di un sistema migliore, che comprenda problematiche attuali e che dia più risorse a chi lo merita. Sono parte da cinque anni di un ambiente scolastico poco piacevole, e vivo da spettatore, nascosto in un angolo e, frequentemente, ignorato dai miei coetanei.
Per anni ho trattato lo studio come mia unica priorità, perdendomi molto del contesto sociale. Purtroppo, questo derivava da particolari circostanze familiari, per le quali mi sentivo particolarmente impotente e perso. Cercavo un modo per scappare dai miei problemi e quando ero a scuola cercavo di eccellere. La figura del secchione relegato, lo stereotipo più comune.
Ad oggi, a 8 anni di distanza, le cose non sono particolarmente cambiate, ma si sono evolute, e non poco. Crescere mi ha dato più prospettiva, mi ha dato una forte opinione e ha fatto sbocciare molto di più i tratti ostici del mio carattere. Vivere, crescere, in una scuola dove la maggior parte della gente non ha alcuna intenzione di accrescersi è terribile, soprattutto quando poi pretendono che sia tu a fare il miracolo per loro, passargli quella formula nei tuoi appunti che gli faccia magicamente ottenere una sufficienza per andare avanti senza fare assolutamente niente.
È diventato, soprattutto nell’ultimo periodo, una gran fonte di stress per me. La scuola che all’inizio mi faceva sentire riparato e lontano dai miei problemi, mi fa ora sentire inadeguato, un ingranaggio arrugginito in una macchina che ormai ha smesso di funzionare. Il calore che avevo trovato in precedenza, la leggerezza che mi dava essere bravo in qualcosa, si è tramutata in un senso di vuoto, una realizzazione di essere buono soltanto quando servi a qualcuno. Il senso di impotenza che mi penetrava quando affrontavo, giorno per giorno, i miei problemi personali si amalgama al senso di impotenza che proviene dagli avvenimenti del mondo, molto più grandi di me e che mi coinvolgono direttamente o tangenzialmente. Il mio carico si appesantisce.
Eppure, inizio a notare piccole cose, piccoli avvenimenti, che mi danno comunque un senso di leggerezza. Noto che alcuni docenti sono molto più "morbidi" mentre non sono intenti a spiegare formule e concetti, sono anch’essi "umani". Molti miei compagni non sono così monodimensionali come si crede, anche loro hanno interessi, passioni, competenze uniche, e anche loro, a volte, si sentono sopraffatti dal mondo.
Ho recentemente attraversato un periodo di crisi, un periodo di grandi problematiche e sfide, ma sono riuscito ad uscirne prendendo visione di un quadro più ampio della mia vita, composta principalmente dall’impegno scolastico. Mi sono posto tante domande, e ad alcune ho trovato delle risposte inaspettate. Ho capito che ciò che mi dà leggerezza non è eccellere, ma il rapporto di rispetto che ne consegue. Se sei una persona capace, vieni rispettata come tale, ed è questo che cercavo disperatamente da piccolo. Cercavo semplicemente del contatto umano, delle relazioni personali.
Ed è questa la luce che illumina un quadro cupo e disperato: l’umanità. La scuola avrà i suoi problemi, sarà luogo di fatiche e inadeguatezze, ma ti mette in contatto con altre persone che, come te, hanno bisogno di un contatto. È lo stare insieme, il parlare, il discutere, il comparare, che rende la scuola meravigliosa. Un posto in cui puoi crescere anche da cose che a prima vista sembrano insignificanti, un ambiente che in un modo o nell’altro, ti relaziona con altri individui. Un piccolo scorcio di società.
Ho trovato conforto nel parlare con i miei professori, nell’interfacciarmi con loro a un livello più umano della semplice gerarchia di posizione alla quale ero abituato. Anche loro sono persone, umani, con preoccupazioni e dubbi. Ho trovato conforto trovando un gruppo di persone esterno alla mia classe, con cui condividere vari aspetti della mia vita, e ascoltare le esperienze di vita di altri.
Per me, questa è leggerezza: sapere di poter scaricare parte del peso con gli altri, e sostenersi a vicenda. Ma a volte, l’esperienza di una sola persona non è abbastanza.
Per questo, ho chiesto ad un mio caro amico il suo punto di vista:
"Mi chiamo Kemron Guido, sono studente del quinto anno in un Istituto Tecnico della nostra provincia. Nella mia vita da studente sono sempre andato alla ricerca di un metodo di studio che mi appartenesse il più possibile, capace di memorizzare, a modo mio, qualsiasi argomento di qualsiasi materia. Il mio metodo è cambiato anno per anno, e ancora oggi non sono riuscito a comprenderlo a pieno.
La mia vita da studente non è stata un granché: ho avuto parecchi problemi, soprattutto nel socializzare con le altre persone; ho iniziato ad avere problemi dopo il COVID, che mi ha letteralmente deturpato la salute mentale, creandomi forti problemi motivazionali e una forte sfiducia nelle mie scelte.
Quindi mi sono chiesto, la scuola è capace di rendermi di nuovo forte? È capace di cambiare il mio modo di essere? Mi rende libero di esprimermi come meglio credo? La risposta è, mio malgrado, no. Purtroppo, la scuola, almeno per come è predisposta qui in Italia, non è capace di farlo. Non è capace di renderci forti, a tal punto da creare sfiducia sia in noi stessi che negli altri.
Però la scuola ti regala qualcosa di spettacolare, qualcosa che ti permette di cambiare, qualcosa che ti dà la forza di andare avanti senza guardarti le spalle: le amicizie. Amicizie che, solo se forti, ti regalano emozioni spettacolari. Infatti, la maggior parte dei miei problemi sono svaniti grazie alle mie amicizie, che ho creato e fortificato nel corso dei miei anni di scuola.
Per me, non esiste leggerezza se non si ha qualcuno al proprio fianco: un amico che ti permetta di essere libero per come meglio si crede, un amico che ti resti vicino anche nei momenti più bui, anche nei momenti in cui vorresti soltanto chiuderti in un tunnel infinito di solitudine e disperazione.
Questa per me è leggerezza, una relazione con persone di cui sai di poterti fidare, creandoti quindi una sensazione di libertà."
Collaboratore
Collaboratore
Commenti
Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.
Continua a leggere
LEGGERO È CHI IL LEGGERO FA
Nella vita scolastica, condividere il peso delle difficoltà con i colleghi e guardare la realtà con la leggerezza calviniana aiuta a costruire relazioni positive. Come il pirandelliano Ciàula, occorre sapersi alleggerire lasciandosi stupire dalla bellezza.
IL SORRISO OLTRE LA MASCHERINA / TI HO CHIAMATO PER NOME…
La riflessione di un'insegnante sull'importanza di guardarsi in volto nell'era delle mascherine. Un piccolo gesto in classe restituisce l'identità agli studenti, ricordando che dietro ogni dispositivo di protezione c'è una persona unica.
NON PAROLE NÈ SIMBOLI, MA CORPO ED ESTETICA
Racconti di una mutazione di natura antropologica
Un'insegnante di matematica racconta la difficile ripresa scolastica post-DaD, evidenziando una preoccupante mutazione antropologica nei ragazzi. Tra linguaggi del corpo, apatia e rifiuto dei simboli, il testo esplora l'incapacità di decodificare la realtà e il sapere.