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IL SORRISO OLTRE LA MASCHERINA / TI HO CHIAMATO PER NOME…

21 maggio 2026 5 min

Per un imperdonabile errore tecnico nello scorso numero non è stato pubblicato il contributo della professoressa Chiara Stancari riguardante LA CURA. Lo pubblichiamo in questo numero scusandoci principalmente con l'autrice e anche con i lettori.

IL SORRISO OLTRE LA MASCHERINA / TI HO CHIAMATO PER NOME…

Chiara Stancari Docente di Lettere nei licei dal 2005 e membro del Presidio primaverile per una Scuola a scuola del liceo “Leonardo da Vinci” della provincia di Bologna

Settembre 2021, escono le cattedre: due classi su tre le conosco, solo una è totalmente nuova. Nuovi studenti da conoscere, nuovi nomi da imparare, nuovi volti da associare a un nome. Di solito sono un'abile fisionomista e non ci metto molto a chiamarli nel modo giusto: chiedo loro di lasciarmi indovinare, faccio il “gioco dell'appello”, rivolgendo il mio sguardo sulla persona che sto chiamando. Se riesco a non sbagliare nessun nome entro la seconda settimana di scuola senza aiuti, vinco un bell'applauso di classe. E questo – modestia a parte – capita tutti gli anni. Già, sono una brava fisionomista, ma una fisionomista dovrebbe prima di tutto riconoscere un corpo, un'espressione, un volto: come faccio, allora, se non vedo volti, ma solo occhi? Venti paia di occhi che compaiono sopra le mascherine e che diventano fugacemente volto solo quando i ragazzi se le abbassano per bere o per fare merenda. Quest'anno l'impresa è ardua: sistematicamente inverto i nomi di quelle due fanciulle che hanno stessi capelli lunghi e neri; con difficoltà distinguo le diverse “Giulie”, i diversi “Franceschi”. Difficile associare un nome a un'acconciatura o a un banco occupato. Difficile, e mi odio quando sbaglio. Mi odio perché noi non siamo un'acconciatura o due occhi, siamo un tutto organico che ci rende unici e irripetibili. “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43,1): anche l'Antico Testamento ricorda l'indispensabile identificazione degli uomini attraverso il nome, perché chi ti chiama per nome ti riconosce e ti dona la dignità di persona nella sua preziosissima unicità. Ma un nome non è nulla senza un volto che lo rende persona. Be', dopo due settimane di scuola, allora, ho fatto qualcosa che non si potrebbe fare. Una di quelle cose che potrebbe fruttare un bel richiamo. Ho chiuso la porta. Ho chiesto che nessuno si muovesse di un millimetro dal proprio banco, che nessuno fiatasse, magari trattenendo per un attimo il respiro. E poi ho chiesto che si spostassero la mascherina e mi facessero vedere i loro visi per intero. “Ho voglia di conoscervi davvero. Solo un attimo, guardiamoci in faccia e presentiamoci: anche voi, in fondo, non mi avete visto del tutto.” Venti secondi, solo venti secondi. E ho visto facce buffe, facce insospettabili, facce intravviste, facce bambine, facce già adulte, facce bellissime. Alcuni volti li avevo indovinati, altri mi hanno realmente sorpreso. Ma ciò che mi ha sorpreso di più – e mi ha letteralmente riempito il cuore – è stato vedere brillare sorrisi splendenti su tutti i volti. E penso di avere capito perché. Maslow ci insegna che la realizzazione umana passa attraverso diversi livelli di priorità esistenziali: dopo aver soddisfatto i bisogni fisiologici primari e di raggiungimento di sicurezza, ognuno ha bisogno di appagare il suo senso di appartenenza tramite le relazioni interpersonali, per poi passare a soddisfare il bisogno di stima, che riguarda in larga misura l'accettazione del sé attraverso il riconoscimento degli altri. È evidente che ciò abbia a che fare con la condivisione della propria individualità e della propria specificità. Dunque, cosa c'entra Maslow col mio gesto? Ebbene, per quei venti secondi avevo ridato visibilità ai miei ragazzi, li avevo fatti riappropriare della loro identità, perduta prima dietro agli schermi freddi della Dad e poi dietro alla mascherina, che è il nostro strumento di protezione, sì, ma che può diventare un altro schermo che ostacola la manifestazione del sé. Muro di separazione tra uomo e uomo, che rischia di portare all'impossibilità di riconoscere e riconoscersi e, dunque, all'incomunicabilità. La gioia nasceva dal sentirsi nuovamente riconosciuti, dal sentirsi “guardati”, finalmente. Perché ritrovarsi in presenza è un successo, è gioia pura, ma non basta. La forza di ritrovarsi in classe non ha valore se non si dà un riconoscimento agli individui. Perché la classe è gruppo, è totalità, ma è soprattutto unione delle parti, è insieme di singolarità. È l'insieme di volti che hanno un nome, volti che hanno un cuore e che cercano altri volti e altri cuori. Quindi? Questa è una riflessione contro le mascherine? Un grido “no-mask” che inneggia alla “libertà dalle mascherine”? Lungi da me. La mia è una riflessione che condivido con chi – come me – ha a che fare per mestiere con “materiale umano”, ma anche con chiunque abbia semplicemente a cuore le relazioni umane. Tra le tante cose, questa “era Covid” ci sta insegnando come sia indispensabile prendersi cura delle altre persone, riconoscendo la profonda unicità di ognuna di esse e la bellezza delle differenti individualità che colorano la nostra umanità. In particolar modo ciò è chiesto a noi docenti: siamo noi che abbiamo in mano la responsabilità di chiamare i giovani per nome, di aiutarli a riconoscere la propria identità e il proprio valore; di accompagnarli a scoprire il proprio volto e il proprio cuore e a regalarlo al mondo, al di là di quella mascherina. Non scordiamoci la bellezza di sentirsi chiamare per nome, di essere riconosciuti, di uscire dalla massa anonima e di diventare qualcuno per chi ci sta di fronte. Non scordiamoci che dietro ad ogni mascherina che abbiamo davanti o che ci passa a fianco può esserci un sorriso pronto ad esplodere.

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CS
Chiara Stancari

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