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NON PAROLE NÈ SIMBOLI, MA CORPO ED ESTETICA

Racconti di una mutazione di natura antropologica

21 maggio 2026 6 min

Lorena Armiento Docente di matematica, ha percorso da nord a sud il territorio nazionale, insegnando matematica, religione, fisica e lavorando anche in carcere. Oggi insegna in un istituto tecnico industriale della provincia di Cosenza

Da un anno a questa parte sto cercando faticosamente di riprendere le fila di una scuola in presenza, con l’impressione di trovarmi di fronte ad un puzzle di cui ho perso l’immagine. Nei racconti verbali e visivi che vi propongo l’intento non è quello di narrare alcuni aneddoti (chi di noi docenti non ne avrebbe a centinaia?), ma offrire una traccia di linguaggi a confronto (evidenziati ora dal corsivo ora da immagini) con cui vorrei stimolare la riflessione di tutti noi.

Il primo racconto riguarda la relazione con una classe terza, il secondo racconto riguarda l’apprendimento di una classe prima (due inizio-ciclo, dopo mesi di Dad).

La conoscenza della terza avviene attraverso uno scossone: entrata da soli dieci minuti, due studenti, giocherellando con penne ed accendini nel tentativo di infastidirmi, pensano bene di puntare in alto dando fuoco ad un accendino e provocando una fiammata alta un metro. Attimo di panico, piedi che cercano di spegnere la fiamma, puzza tremenda ma pericolo sventato. Poi, silenzio. Bianco cadaverico sul volto del furbastro che ha rischiato di più e occhi puntati sulla novella insegnante di matematica, in attesa del verdetto. Guardo il volto bianco in modo fermo e deciso e gli dico: “Questa volta mi accontento di aver visto il terrore sulla tua faccia. Ricordati che per tutto l’anno sarai in debito con me”.

Si percepisce una certa gratitudine nei miei confronti e, in modo gentile, mi informano della loro determinazione a marcare il campo: “Prof, intendiamoci. Niente libri e niente compiti a casa. Matematica non la capiamo”.

Nelle lezioni successive continuano a mostrarsi chiassosi, stanno sempre al cellulare e l’obiettivo rimane quello di boicottare la lezione. Con me non sono maleducati ma semplicemente ingestibili. Cerco di ottenere un po’ d’ascolto ma tra le mie parole ci sono continue interferenze (video di tik tok e messaggi whatsapp corredati da continui commenti). La mia voce è un rumore tra tanti, come una radio di sottofondo, e rispetto alle loro è molto bassa. Tra le parole di spiegazione cerco il dialogo ma entro la fine dell’ora riescono sempre a maturare un comportamento estremo (marcando così il territorio).

Dopo il pagellino del primo trimestre (con insufficienze gravi in tutte le materie) cerco di farli ragionare e di motivarli, anche con attività laboratoriali. Faticosamente guadagno l’attenzione in classe di una manciata di studenti, ma comunque, di studiare non se ne parla. Talvolta succede che al mio arrivo si alzino in piedi, ma non capisco quale sia il motivo discriminante.

Un giorno, il leader della situazione è più fastidioso del solito e sopraffatta lo chiamo per nome, in modo deciso, senza proferire altra parola e lo guardo intensamente: si calma e mi sorride e improvvisamente capisco che il suo atteggiamento è il suo modo per dire “sono qui, guardami!”.

Dopo qualche tempo, un altro allievo, al termine di una delle mie sfuriate peggiori (decisamente verbale) “mi finisce” dicendomi: “prof, comunque si vede che ci volete bene”. Rimango interdetta e lo mando simpaticamente al diavolo. Naturalmente ciò non cambia le cose: negli atteggiamenti il loro genere letterario rimane quello tipico di una classe terribile che aspira, parole loro, a “diventare la peggiore della scuola”. Ogni tanto però il leader si schiera dalla mia parte e azzittisce i compagni, altre volte mi cercano per un confronto.

Complessivamente mi concedono qualche lezione in più, ma i risultati sul piano dell’apprendimento sono davvero scarsi. Alcuni studenti sono totalmente passivi, amano giocherellare in modo infantile e hanno la stessa espressione annoiata dall’inizio dell’anno. Ho proposto attività sempre diversificate, attività manuali, ma niente! La mia frustrazione è tanta e ad un certo punto decido di gettare la spugna e lo comunico alla classe: “il lavoro che spetta a voi non posso farlo io. Le ho provate tutte, ora mi arrendo!”. Queste parole, dette prima delle vacanze di Pasqua non lasciano il segno e i ragazzi mi suggeriscono tranquilli la soluzione: un bel sei politico. Ci vuole la mia prolungata assenza (causa Covid) per far risvegliare qualcuno dei più inerti che, in modo originale, mi dice che ha sentito la mia mancanza. Mi godo l’accoglienza affettuosa, ma so che finisce lì.

A fine anno metà della classe arriva con il debito di matematica (altri due vengono bocciati) e sinceramente fatico a capire chi tra me e loro non riesce a prendere contatto con la realtà altrui.

Anche con i “primini” l’impatto nel dopo Dad è shoccante: comportamento fortemente infantile, dipendenza totale da cellulare, fatica a socializzare tra loro, sembrano vivere in una realtà fantastica, fatta di videogiochi e poco altro. Mi accorgo che il poco ascolto è filtrato e selettivo: se va bene, trattengono una parola attorno alla quale costruiscono il loro significato. Non c’è ragionamento induttivo o ipotetico-deduttivo che tenga, perché se non viene colto il senso di una frase tanto meno il legame tra più frasi. I simboli matematici hanno un valore estetico e vengono usati o eliminati per questione di gusto. ½ diventa tranquillamente 2 perché quel 2 al denominatore è brutto. I simboli sono uno accanto all’altro ma senza nessun legame. Per alcuni +2-3 diventa 5, non perché non sanno fare la somma tra numeri relativi ma perché i segni non li vedono e due numeri vicini possono solo essere sommati. Per altri invece due numeri vicini devono essere moltiplicati e quindi +2-3 fa -6 (questa volta il segno lo mettono ma non si accorgono che mancano le parentesi e che quindi non può essere una moltiplicazione). Per loro infatti le parentesi spariscono abitualmente da un rigo all’altro, perché sono erbacce da estirpare, ma non hanno nessun ruolo. Come le lettere in un’espressione letterale o gli esponenti fastidiosi: non piacciono quindi meglio toglierli. Infine per ogni studente c’è il valore Jolly: quello che si giocano quando hanno un dubbio ed è 1 o 0 a piacere.

Dove tutto ciò ha origine? Quali cause e quali soluzioni possibili?

Mancanza di metodo e di studio, lessico ridotto, mancanza di concentrazione, e la semantica e la sintassi della matematica vanno a farsi benedire. Certo, questo fenomeno si intravedeva già prima della DaD, ma aver fatto scuola attraverso un device per un anno e mezzo (che ha implicato anche il rapporto uno a uno tra docente ed allievo) ha accelerato una mutazione che temo sia di natura antropologica. Il linguaggio verbale non veicola più contenuti (anche perché l’ascolto è distratto). Forse un video può veicolarne qualcuno in più? Dipende. Molti dei video che loro guardano inducono a ripetere lo stesso passaggio anche se i numeri sono diversi: la ripetizione dei passaggi non è colta a livello astratto e se nell’esempio si toglie un 5, allora tolgo un 5 (che non c’è) anche nel mio esercizio. Improvvisamente la matematica diventa un’opinione e loro si trasformano in influencer!

Come uscirne? È possibile tornare indietro? E se bisogna andare avanti lungo quali sentieri? Verso dove?

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LA
Lorena Armiento

Collaboratrice

Insegnante di matematica, lavora attualmente presso un istituto tecnico industriale della provincia di Cosenza.

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