Moltiplicare il punto di vista
La redazione
Un altro sguardo è sempre possibile. E auspicabile. Moltiplicare il punto di vista, renderlo prospettico e seminale, questo l’input più pungente che ci lancia Italo Calvino nella sua lezione americana dedicata alla parola “molteplicità”. Viviamo in un mondo, all’insegna dell’individualismo liberista e dell’egoismo selvaggio, dove ogni persona, ogni oggetto, ogni contesto è come se si stagliassero autonomamente sullo sgangherato palcoscenico della realtà, senza intessere legami, senza riconoscere relazioni, senza intuire possibili forme di contatto e contaminazione. Anche la nostra cara scuola, purtroppo, sempre più spesso, somiglia più a un insieme non armonico di blocchi monolitici dove ogni Dirigenza decide senza ascoltare il territorio, ogni docente insegna senza attualizzare i contenuti presenti nelle sue lezioni, ogni studente si accomoda dietro un asettico banco fingendo di lasciare tutte le sue problematiche esistenziali fuori dai confini dell’aula. E così, quasi non ci si parla veramente più, quasi non si innescano più i meccanismi relazionali che, invece, dovrebbero caratterizzare ogni contesto vitale, soprattutto quelli di natura formativa. Un antidoto esiste, però, ed è proprio la moltiplicazione del punto di vista di cui parla Calvino, citando l’ossessione per i dettagli del collega scrittore Gadda, un’ossessione quasi maniacale. Ogni episodio è potenzialmente legato ad altri episodi, ogni storia ad altre storie, ogni oggetto ad altri infiniti oggetti. Ogni pratica educativa, aggiungiamo noi, a innumerevoli e, spesso, ancora non indagate, altre metodologie didattiche. Nell’ottica del lifelong learning, come diversi recenti programmi e accordi internazionali precisano, non si finisce mai di imparare e la scuola rappresenta solo uno dei possibili ponti in vista di un apprendimento permanente, dove gli obiettivi si rinegoziano sempre di nuovo e l’ansia da prestazione si scioglie così come si annichilisce la logica della performance. Calvino, citando le Ricerche di Proust, opera seminale per eccellenza, dimostra come le finalità vadano ristabilite in itinere, di volta in volta, poiché nessuna progettualità è capace di abbracciare, in anticipo, il vasto, affascinante e terrorizzante mondo della contingenza, della possibilità. Siamo una rete fittissima di relazioni, la scuola è il risultato di un’inestricabile trama di relazioni di natura sociale, culturale, linguistica, economica. E molteplicità, in questo senso, vuol dire multiculturalismo, significa parità di genere, vuol dire assenza di discriminazioni, significa politiche dell’accoglienza. Molteplicità, però, è anche, contestualmente, messa in discussione, apertura al dubbio e al confronto, per una scuola pienamente tollerante. E la rete fittissima di interazioni non può non rimandare, infine, alla più frequentata e abusata rete social, dove ogni tassello rimanda ad altri infiniti tasselli, spingendo studentesse e studenti nel periglioso mare aperto delle informazioni infinite. Ed è qui che la scuola ha l’obbligo formativo e morale di intervenire, rendendo la navigazione un’esperienza proficua e non un naufragio.

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