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I racconti di Amir

21 maggio 2026 4 min

Amir è nato a Cosenza da genitori egiziani, oggi ha vent’anni. Il suo nome significa “principe”, ma Amir da ragazzo si sentiva più come un funambolo: ogni giorno camminava su un filo teso tra due culture, cercando di bilanciare le tradizioni della sua famiglia con la vita italiana, da costruire in una piccola città di provincia, come è Cosenza.

Un giorno, la sua insegnante di italiano chiese alla classe di preparare una presentazione dal titolo: “Chi sono io?”. Amir passò giorni a riflettere. Sapeva che quella sarebbe stata un’opportunità per raccontarsi, ma anche per affrontare i pregiudizi che aveva percepito intorno a sé quando già da piccolo molti lo chiamavano: “l’egiziano”.

I racconti di Amir

Arrivò il giorno della presentazione. Amir si alzò in piedi davanti alla classe, visibilmente nervoso, ma quando iniziò a parlare, la sua voce si fece più sicura.

“Mi chiamo Amir, sono nato qui, a Cosenza, ma le mie radici affondano in Egitto, un Paese che conosco solo grazie ai racconti di mia nonna ed ai profumi della cucina di mia madre. Ho sempre avuto il desiderio di visitare i luoghi dei miei nonni, ma non mi è stato ancora possibile farlo. Voglio raccontarvi tre storie che spiegano chi sono.” La classe si mise in silenzio ad ascoltare.

La prima storia: Il pane

“Un giorno, quando ero piccolo, invitai un mio amico, Luca, a casa. Mia madre stava preparando il aish baladi - شيع يدلب. È un tipo di pane tradizionale egiziano fatto con farina integrale e cotto in forno ad alte temperature.

Il termine aish significa “vita” in arabo. Riflette l’importanza fondamentale del pane nella cultura egiziana, dove è considerato un alimento essenziale per la sopravvivenza. Baladi si traduce come “locale” o “tradizionale”, a voler sottolineare il legame del pane con le radici e la cultura del popolo egiziano. L’aish baladi è spesso accompagnato da piatti come il ful medames (fave stufate), il taameya (falafel) e vari tipi di formaggi o salse. Oltre al suo sapore, rappresenta un elemento di forte identità culturale.

Luca entrò e disse: 'Che odore strano!' Io mi vergognai e non risposi. Mia madre, però, gli sorrise e gli chiese: 'Vuoi assaggiare?' Luca accettò. Quando prese il primo boccone, disse: 'È buonissimo! Ma come si chiama?' Quel giorno ho capito che le cose che sembrano strane possono diventare speciali, se siamo pronti a condividerle.”

La seconda storia: Il Ramadan

“La seconda storia parla di un giorno in cui, durante il Ramadan, mi trovavo a scuola. Durante il digiuno, non potevo mangiare con i miei compagni, mi sentivo solo, escluso perché diverso. Un giorno, però, il mio amico Marco si avvicinò e mi chiese perché non mangiassi. Gli spiegai del Ramadan, e lui disse: 'Deve essere difficile. Ti ammiro perché hai tanta forza di volontà!' Il giorno dopo, durante l’intervallo delle lezioni, Marco non mangiò nulla e restò con me, per farmi compagnia. Quel giorno ho capito che con l’empatia si costruiscono ponti.”

La terza storia: La danza

“L’ultima storia è dello scorso anno. Alla festa di fine scuola, mia madre mi ha convinto a mostrare ai miei compagni una danza tradizionale egiziana. Avevo paura che mi prendessero in giro. Ma quando ho iniziato a ballare, qualcuno ha cominciato a battere le mani, poi tutti. Alla fine, hanno voluto imparare i passi, e la festa si è trasformata in un mix di musica italiana ed egiziana. Ho capito che la diversità è anche un invito a ballare insieme, ciascuno mette i propri passi per andare insieme a ritmo.”

L’Applauso Finale

Amir concluse il suo discorso con un sorriso. Poi aggiunse: “Queste sono solo alcune delle storie che mi rendono chi sono: italiano, egiziano, ma soprattutto un ragazzo che vuole condividere. La diversità non è qualcosa da temere, ma un dono che possiamo usare per arricchirci a vicenda. La mia identità non è un muro, ma un ponte. Non è qualcosa che mi separa dai miei compagni, ma che mi connette a loro. Ogni volta che condivido una parte della mia storia, mi rendo conto che non sto solo raccontando chi sono, ma sto intrecciando un filo che ci unisce.

Non voglio rinunciare alle mie radici egiziane, così come non voglio smettere di essere italiano perché qui sono nato e qui vivo. Non dobbiamo scegliere tra ciò che siamo e ciò che ci circonda. Possiamo essere entrambe le cose, e nel farlo, possiamo costruire qualcosa di più grande.”

La classe rimase in silenzio per un momento, poi scoppiò in un applauso. Quella giornata fu l’inizio di qualcosa di nuovo. Amir non era più solo l’egiziano, era Amir, il ragazzo che aveva insegnato a tutti che ogni cultura, ogni persona è una storia da raccontare.

E da quel giorno, i muri che separavano Amir da alcuni suoi compagni iniziarono a crollare, lasciando spazio a un ponte fatto di amicizia, rispetto e condivisione.

Quella giornata non cambiò solo il modo in cui i suoi compagni vedevano Amir ma anche il modo in cui vedevano sé stessi. Dalle sue storie riconobbero che ogni identità è unica, ma che è proprio grazie alla pluralità che possiamo crescere insieme.

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GS
Giuseppe Schiumerini

Collaboratore

Docente di Geografia Generale ed Economica nella scuola secondaria di secondo grado.

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