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NON DI SOLI PROGRAMMI VIVONO I BAMBINI E LE BAMBINE

21 maggio 2026 3 min

Marta Monteleone - Nata a Lamezia Terme, è una cittadina del mondo, senza confini, così come lo è la libreria Raccontami di cui è socia. Abita a Cosenza. Appassionata al mondo dell’infanzia, è stata giornalista, organizzatrice di eventi, educatrice in scuole private, fondatrice del progetto "A mano a mano" e della scuola "Khushi Ghar" a Calcutta e idetarice della Biblioteca Comunale "Tiziano Terzani"\n\nVivendo l’infanzia a 360°, da mamma, da libraia per bambini, da volontaria di una scuola in India, ho spesso riflettuto su come si dovesse investire sull’educazione per avere una società migliore, su quanto questa possa essere il portale per un futuro più rispettoso, sereno ed egualitario. Con il passare del tempo, il focus su cui mi trovo a soffermarmi è come si fa a mettere in pratica questa teoria, su cosa bisogna concentrarsi perché le potenzialità di ogni alunno, di ogni alunna vengano espresse. Da tempo, la risposta che mi dò, osservando anche la crisi relazionale che circonda il mondo degli adulti, è sempre la stessa: bisogna soffermarsi sull’aspetto emotivo. In realtà il termine “emozioni”, oggi, è anche abusato, ma in quanti praticano quello che predicano? Mi spiego meglio.\n\nNella mia ottica, l’insegnante è, insieme al medico, il mestiere più nobile che esita: entrambi salvano. Insegnare, specie nella scuola dell’infanzia e in quella primaria, non può essere un ripiego. Deve esserci amore e passione perché per approcciarsi a bambini e bambine è fondamentale fare un passo indietro. Svestire i panni dell’adulto e indossare quelli di chi ci sta davanti. Guardare il mondo dal suo punto di vista.\n\nLa sua paura non può essere la mia, né la sua rabbia. Insegnar loro a riconoscere quello che vivono, quel tumulto che li porta a reazioni a cui non sono avvezzi è, per me, la chiave per quel futuro brillante a cui facevo riferimento. Farlo in tenera età permette di interiorizzare una prassi fondamentale: riconoscere l’emozione vissuta, darle un peso, elaborarla, viverla permette di comprenderla ed evitare che si stratifichi causando blocchi e abitudini difficilmente modificabili da grandi. Vedere gli occhi di un bambino che si illumina quando comprendi cosa sta passando è un atto d’amore immenso. Fargli capire che quell’essere triste ha una causa e che per quella causa c’è, in ognuno di noi, una chiave risolutiva, lo porta ad essere, poco dopo più sereno. La serenità porta concentrazione e attenzione e, quindi, apprendimento. Da profana, è per me un sillogismo logico. E, sempre da profana, mi rendo conto che per parlare questo linguaggio è importante conoscerlo. A questo punto, la domanda sorge spontanea? In quanti si chiedono le cose che chiederebbero ai bambini? Si analizzano, affrontano limiti e traumi, si destrutturano, lasciano andare convinzioni passate che non coincidono più con chi sono?\n\nNon ho la presunzione di dare una risposta, ma vuole essere solo una riflessione su un divario che coinvolge ogni individuo. Siamo tutti monchi di una parte che, per ciò che concerne le nostre generazioni, è stata messa a tacere per ignoranza o, semplicemente, per cultura. Oggi, invece, che l’argomento non è più un tabù, non riusciamo a gestirle queste emozioni, non abbiamo il tempo per farlo o, forse, non vogliamo perché vanno a far vacillare l’immagine che abbiamo di noi stessi.\n\nMa chi siamo noi se non esseri in continua evoluzione? L’idea di identità legata alla immutabilità cozza con la natura umana. Come siamo, dunque, arrivati ad asserire “Io sono così” (della serie, se vuoi cambi tu perché io questo sono, ndr) e mettere una barriera o un punto? Io posso essere altro, se capisco cosa mi porta a stare male, a comportarmi in un determinato modo. Un altro che posso anche non riconoscere, inizialmente, ma che corrisponde, in realtà, alla mia autenticità.\n\nIl concetto di identità, così come lo intendiamo oggi, è una maschera, non un volto. E noi, ma soprattutto, bimbi e bimbe hanno bisogno di più volti e meno maschere. Di qualcuno che le emozioni su quei volti li veda e non li ignori per non rimanere indietro con il programma ministeriale.

Ma chi siamo noi se non esseri in continua evoluzione? L’idea di identità legata alla immutabilità cozza con la natura umana
Il concetto di identità, così come lo intendiamo oggi, è una maschera, non un volto. E noi, ma soprattutto, bimbi e bimbe hanno bisogno di più volti e meno maschere
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