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INCONTRO CON GLI EROI

21 maggio 2026 3 min

Marco Erba Ha lavorato per anni come giornalista e addetto di cronaca. Insegna Letteratura italiana e latina nei licei di Milano dal 2007. Ha all’attivo numerosi libri e la passione per la scrittura è nata proprio tra i banchi di scuola

Nel mondo della competitività, delle classifiche, dei numeri, forse la riscoperta della parola “cura” è una delle chiavi di lettura più autentiche per comprendere l’essenza della scuola. L’ho sperimentato in prima persona più volte. Una di queste, memorabile, è stata quella in cui una prof delle medie mi ha invitato alla sua scuola come scrittore, in occasione della loro “Fiera del libro”. Quella scuola si trovava in uno dei quartieri più poveri e degradati di Milano. Io arrivavo dall’istituto in cui insegnavo, una tranquillissima scuola paritaria. L’impatto è stato sconvolgente.

La prof mi aspettava sorridente sulla soglia, incurante dell’intonaco cadente alle sue spalle. La prima frase che mi ha detto è stata: “Ti offrirei il caffè, ma i ragazzi ci hanno distrutto la macchinetta per rubare i soldi, mi dispiace”. Sono entrato titubante. Le lezioni erano in corso, ma c’era un ragazzo altissimo che vagava nell’atrio, apostrofando chiunque incrociasse. A un certo punto si è seduto in portineria, con i piedi sul tavolo, e ha tirato fuori il cellulare. Ero basito. “Ma perché lui è qui e non in classe?” ho chiesto. La prof mi ha risposto con una semplicità disarmante: “Sai, suo padre è in carcere per spaccio. Suo nonno è in carcere per spaccio. Lui vive con sua madre e sua nonna, che continuano l’attività di spaccio di famiglia. Se vuoi provare tu a spiegargli che le regole vanno rispettate, tenta pure!”.

Nonostante l’ansia, l’incontro con le classi è andato benissimo: tante domande, tanta voglia di partecipare. Alla fine, mentre scendevo le scale, mi ha affiancato un ragazzino magro, con un orecchino e il cappellino di traverso. Mi ha chiesto: “Ma secondo te nella vita si può cambiare?” Non sapevo cosa rispondergli: era una domanda troppo diretta, ma anche troppo vaga. Ho usato qualche frase di circostanza; lui mi ha ringraziato e si è allontanato. Uscendo, la prof mi ha lasciato basito: “Sai chi è quel ragazzo che ti ha chiesto se si può cambiare? È il capo di una baby gang che infesta il quartiere.” Non volevo crederci. Lei ha proseguito: “Vedi quanto è stupendo e terribile il nostro lavoro? Loro la domanda ce l’hanno dentro, ma faticano a trovare qualcuno che se ne faccia carico, che se ne prenda cura. Avevo uno studente molto brillante che viveva in una famiglia di delinquenti. Lui era un ragazzo perbene e per di più intelligentissimo. Ho creduto in lui, l’ho invitato a continuare gli studi, gli ho persino pagato l’università. Si è laureato, ha trovato un lavoro. Ero certa che ce l’avesse fatta. Poi, l’altro giorno, ho aperto il giornale e ho trovato la sua foto: è stato arrestato per ricettazione”.

Ero quasi arrivato alla macchina, era il momento dei saluti. La prof ha scosso la testa, ha continuato: “Ah, ma io non mi arrendo. Se anche ce la fa uno su mille, quell’uno merita tutto il mio impegno”. Salito in macchina, ho pensato alla parola eroe. Gli eroi sono quelli dell’epica: Ulisse, Ettore, Achille, Enea. Gli eroi sono Madre Teresa, Gandhi, Falcone e Borsellino. Ma quel giorno io di eroi ne avevo conosciuti diversi: quei prof che avevano il coraggio di organizzare una fiera del libro in quel quartiere disastrato, quei prof desiderosi di provare a diffondere un po’ di cultura anche lì. Proprio questo per me è la cura nel mondo della scuola: cercare ostinatamente la scintilla di bellezza che cova sotto la cenere più spessa, provare a scovarla, a farla vivere. Credere, prima di tutto, che esiste. Vedere in ogni ragazza e in ogni ragazzo la potenzialità di riscatto prima dell’errore compiuto, l’umanità prima della prestazione. Essere convinti che se la didattica non tocca la vita, rischia di essere un esercizio inutile.

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Marco Erba

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