L’ansia scolastica:
un vero e proprio disturbo legato alla valutazione
Ludovica Bruni Studentessa iscritta al quarto anno del liceo scientifico Pitagora di Rende (Cs). Ha un predilezione particolare per la storia e la filosofia e ama andare in palestra. Da grande vorrebbe diventare una criminologa
“Nel 2021, circa il 12,7% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenzia media”.
Questi i dati provenienti da Eurostat.
Ma cosa spinge i ragazzi ad abbandonare gli studi?
Negli anni, abbiamo colpevolizzato le condizioni economiche, familiari o semplicemente il mancato interesse da parte degli alunni nell’apprendere o più semplicemente nel riuscire a seguire una o più lezioni.
Nonostante molte volte questi fattori possano essere considerati le cause che determinano l’abbandono degli studi, non molto meno frequenti sono quelle derivanti da “ansia scolastica”: un vero e proprio disturbo.
Si tratta di una paura irrazionale e incontrollata, molto sentita dagli studenti al solo pensiero di dovere andare a scuola e di dover relazionarsi con altre persone.
Quest’ansia racchiude anche la paura del giudizio negativo e il timore di non essere capaci di superare le prove alla quale si viene sottoposti per la valutazione.
Per quanto possa sembrare un avvenimento molto raro, non lo è quasi per nulla.
Di fatto, si stima che fino il 5% dei ragazzi soffra di rifiuto scolare diagnosticato. Questo disturbo è sempre stato presente, ma, negli ultimi anni, anche a causa del lockdown, i casi sono aumentati di molto.
Qui, a giocare un ruolo importante, accomunante tutti gli studenti (italiani e non), c’è la valutazione delle prove e la paura che, essa, possa essere negativa; ad essere sbagliata, però, non è la valutazione in sé, bensì i metodi con cui noi ragazzi veniamo valutati.
Spesso, molti docenti tendono ad usare “due pesi e due misure”, utilizzando criteri diversi per situazioni identiche o simili.
Capita perché non si vuole mettere in cattiva luce l’alunno che, per quanto riguarda l’ambiente scolastico, ha una determinata reputazione (bei voti nelle altre materie, comportamento eccellente, nessun ritardo nelle consegne…). Così facendo, alcuni docenti, finiscono per sminuire l’impegno che altri ragazzi, con qualche difficoltà, mettono per rimettersi in carreggiata.
Sfortunatamente, con gli anni, abbiamo fatto diventare la scuola una fabbrica dalla quale noi ragazzi, una volta finito il nostro percorso di studi, usciamo forniti di un foglio sul quale vengono scritti i nostri voti e, proprio per questo motivo, ci stiamo abituando a studiare per un numero e non per noi stessi, dimenticando il vero motivo per il quale andiamo a scuola; noi alunni, ormai, passiamo il nostro tempo a confrontare i nostri voti ed a confrontare le nostre performance anche tra compagni di classe, per capire chi sia “migliore” dell’altro, e la sana competizione finisce per trasformarsi in quell’ansia “cattiva” che non ci permette di costruire in modo consapevole il nostro apprendimento.
Con gli anni quest’ansia prevale, annebbiandoci.
Siamo arrivati al punto che attraverso un numero riusciamo a sentirci “superiori” o “inferiori” a qualcuno, creando, così, complessi di superiorità o inferiorità che causano varie paranoie, a volte difficili da superare. Un’insufficienza presa in matematica, in scienze, fisica o altro, arriva ad avere ripercussioni anche sul rapporto genitori-figli.
Personalmente vivo il pensiero di quel voto in rosso, messo in bella mostra sul registro elettronico, consultato dai miei genitori, nell’arco di una giornata, per l’ennesima volta, come un vero e proprio fallimento; penso di ver deluso loro e le aspettative che avevano creato nei miei confronti.
Non possiamo basare la nostra formazione su dei numeri che, in maniera positiva o non, ci trascineremo per il resto della nostra vita, perché, saranno proprio loro a decidere ed a stabilire il nostro futuro e chi saremo da grandi.
Quante volte noi discendi ci sentiamo dire di non aver studiato abbastanza o di non aver fatto nulla, solamente perché, per una volta, non siamo riusciti a prepararci alla perfezione per un’interrogazione.
A prepararsi per quella interrogazione c’è un essere umano che magari in quel momento ha dei pensieri che gli si arrovellano nella testa e che non riesce a respingerli, eppure continua a studiare!
E dopo tutto l’impegno dedicato, l’indomani l’interrogazione inizia con il piede sbagliato, ed ecco che si passa al prossimo. A questo punto mi chiedo: “perché non lasciare che l’alunno continui la propria verifica per vedere cosa sia riuscito a studiare, invece di zittirlo e mandarlo al banco con un impreparato?”. Frequentemente succede che i professori non lascino abbastanza tempo e spazio per poter dire le cose, e tendano subito a mortificare ed a sminuire il singolo allievo davanti un’intera classe, stabilendo come “giuste” le loro parole.
In questo preciso istante la scuola diventa “regime”, dove tutti dobbiamo avere un pensiero comune, perché, se così non fosse, verremmo ritenuti impertinenti, maleducati...
Ogni giorno, per noi allievi, andare a scuola significa combattere per emergere rispetto agli altri e tutto diventa una vera lotta basata sulla prevalenza del più forte, quasi come la legge di Darwin, solo che, invece di batterci per la sopravvivenza in natura, ci battiamo per essere, scolasticamente, i “migliori”.
Ci stiamo allontanando sempre di più dai contenuti, cosa che, molto probabilmente, svanirebbe se la scuola non fosse diventata una competizione dalla quale non si può uscire se non da vincitori, ed è per questo che molti ragazzi decidono di rinunciare a quello che è il loro naturale e sacrosanto diritto all’istruzione.
Molti scolari non si reputano abbastanza forti per poter sopportare il peso delle tonnellate di ansia a cui devono sottoporsi ogni giorno, angosciandosi fino allo sfinimento, finendo con lo sperare che quella giornata finisca e che quella seguente non inizi mai.
Ma se al centro delle nostre preoccupazioni e di quello che proviamo ci sono i voti, come sarebbe una scuola senza di essi?
Da circa 7 anni nel Liceo Scientifico Morgagni di Roma, le interrogazioni si concludono senza un giudizio numerico, dunque, in questa scuola, l’incubo del voto non esiste. In questa
Nel 2021, circa il 12,7% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente la scuola, fermandosi alla licenzia media
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