Nell’immaginario collettivo delle innumerevoli generazioni di studenti italiani, il termine "valutazione" si traduce, inequivocabilmente, con "voto" e fa rima con "ansia", quella per la scuola. La riconosci? Io me la ricordo benissimo nel me stesso alunno, mi ha tolto la serenità per anni, ed è incollata, inevitabilmente, alla verifica. La più temuta? L’interrogazione, termine familiare a tutti noi in associazione agli anni della scuola, eppure, mi permetto di far notare, molto più consono ad un duetto ispettore-malvivente, piuttosto che ad uno insegnante-discente! A seguire, secondo solo in virtù delle maggiori chances di "copiatura" e trucchetti cooperativi, il "compito in classe", in ordine di ansia: matematica, perché i calcoli e i procedimenti, nella loro integerrima onestà, sono spietati nel mettere a nudo le magagne; lingua straniera, perché non si può proprio improvvisare; in ultimo, il tema di italiano, perché «…se scelgo la traccia di attualità, almeno qualcosa la scrivo!». Dunque, con estrema semplificazione, si potrebbe sintetizzare la valutazione scolastica in una routine bellica del tipo "verifica-voto", "performance-risultato", docenti a sorvegliare che i furbetti non copino o a beccare gli impreparati di giornata, alunni a sfoderare i massimi livelli di creatività per gabbare il sistema oppressore! Noi contro di loro armati, insomma! Cosa c’è di sbagliato in questo? So cosa stai pensando, ecco un altro "filosofo" che vorrebbe una scuola "moderna", "all’americana" e poi i ragazzi non sanno le tabelline e sbagliano i congiuntivi! (Come se invece adesso li azzeccassero!) Rispondo con un certo divertimento al mio contestatore immaginario. Questo sistema, semplicemente fa sì che scompaia il concetto di cultura dall’azione educativa. La cultura è la massima forma di libertà, l’unica autodifesa in una società trasformata in un Gran Bazar nel quale, proprio come in una metaforica Istanbul mondiale, si cela un venditore ad ogni angolo di web, tra i post dei social ruba-tempo, le applicazioni premium (quanto sei figo se hai spotify a pagamento!), gli "influenzatori per polli" di Youtube, o i mega portali d’ogni futile inutilità e dei mille venerdì neri (ma neri sul serio!). Cultura vuol dire sapere, conoscere, essere consapevoli e saper decidere, applicare, ma non nel senso che può avere una regola in un "compito in classe", ma nel viaggio della vita. La traduzione di questo concetto, in termini di normative, oggi di respiro europeo, si chiama "competenza". In pratica, per i non addetti ai lavori, il risultato ideale del lavoro di un docente, sarebbe quello di rendere gli alunni in grado di richiamare le conoscenze e le abilità apprese, per risolvere un problema reale, trovare una soluzione adeguata. Questi aspetti, nella scuola, sono di cruciale importanza, studiare per il voto e legare l’apprendimento alla verifica, sono l’antitesi della competenza, somigliano più ad un addestramento settoriale, modellato sullo stile del docente da "compiacere". Come se non bastasse, porta gli alunni a rapportarsi con le discipline a "compartimenti stagni". Sistematicamente, quando svolgo gli esercizi sulle scale di proporzione, che richiedono l’applicazione delle equivalenze e dei calcoli geometrici di area e perimetro, gli alunni borbottano: "prof., ma questa è matematica, non è l’ora di Tecnologia?". Pitagora, Talete, Leonardo, Socrate etc. … erano contemporaneamente matematici, musicisti, filosofi, scienziati, antropologi, storici etc., persone di cultura insomma, perché la cultura è il sapere che interpreta l’esistenza umana nelle sue infinite dimensioni, non un carnet di discipline. Purtroppo, continuiamo ad avere una scuola impostata su di una specializzazione settorialistica che non ha alcun senso e, anche se ci sforziamo di programmare le nostre lezioni in maniera multidisciplinare, ahimè, non siamo nelle condizioni pratiche di operare con profitto, se non con tanta, tantissima fatica e inevitabile disorganizzazione!
La normativa vigente impone a noi docenti di esprimere un voto numerico al termine di ciascun periodo scolastico. Dunque, con il voto dobbiamo convivere e io non sono dell’idea che si debba abolirlo, non è questo lo scopo della mia dissertazione. «Allora che vuoi scusa? Dici che è sbagliato, ma poi che è necessario, deciditi insomma!». Incalza il mio contestatore immaginario! Per un alunno, il confronto tra l’impegno profuso ed il risultato ottenuto è un momento di crescita fondamentale, consente di calibrare lo studio, sia in termini quantitativi che qualitativi, di acquisire metodo e organizzazione, di misurare e riconoscere le proprie attitudini. In questo modo la valutazione può essere davvero formativa e orientante. Quale dev’essere il feedback corretto per attivare questo meccanismo? Secondo me, assolutamente non un voto numerico! Il voto è una sentenza definitiva, asettica, un valore che fa media, il dato di un’assurda contabilità priva di contenuto e completamente slegata da qualsiasi processo formativo. Il voto esprime un valore che gli alunni percepiscono come giudizio sulle proprie capacità, non sulla propria preparazione e ha un peso non trascurabile sull’autostima e sulla motivazione. Ricevute le verifiche, il 99% degli alunni salta alla pagina del voto, è quello che conta dopotutto, il risultato, non la partita, non il gioco, ma la classifica: «…gli errori? Boh, tanto oramai è sul registro!» e vai con la prossima per rialzare la media. Invece no! La partita conta, e si gioca tutta sulla motivazione… e forse noi stiamo perdendo! Se chiedete agli alunni perché studiano, il 99% risponderà per i voti, che servono a compiacere o sedare i genitori e ottenere benefit personali come consolle, viaggi, shopping su video-games e spese di qualsiasi tipo. La risposta, invece, dovrebbe essere "per sapere, per essere creativi, per interpretare il mondo, per realizzare i propri sogni etc. etc."… è davvero impossibile che gli alunni abbiano questa consapevolezza? Dobbiamo rassegnarci ad accettare che sia nell’ordine delle cose che ad un alunno non freghi niente di essere colto? Che tutto sommato è anche normale, visto che sono immaturi e frivoli a quell’età? Oppure possiamo affrancarci dalle indiscutibili comodità del qualunquismo, uscire dalla nostra confort zone e provare a cambiare l’approccio? Se da quando iniziano a conoscere la scuola gli è sempre stato propinato lo stesso modello, verifica-voto, studio-dovere, divertimento a casa-noia a scuola, possiamo davvero aspettarci che proseguendo negli anni ci rispondano che tengono alla cultura? Probabilmente non dovremmo associarla all’ansia, al senso di inadeguatezza, all’idea che sia il risultato di un esercizio di estrema fatica cui sono obbligati. La verità è che, se potessero scegliere, ne farebbero volentieri a meno e non sono neppure così convinti che lo sforzo abbia un senso. Ho ricevuto più volte, nella mia carriera, questa coltellata al cuore: «… Prof. la scuola non serve a niente, contano i soldi!». Innegabilmente, i modelli comportamentali che la nostra società ha costruito, al di fuori della scuola, esaltano l’ignoranza, misurano il successo con la scala del possesso, considerano la cultura da "sfigati"; è mille volte più "cool" diventare ricchi da perfetti ignoranti, come la maggior parte dei calciatori e di certe influencer che fanno i tutorial sulle extension o sul make-up. Loro sì che sono cool, hanno gabbato il sistema, hanno fatto il gesto dell’ombrello a tutti quei docenti che sbraitavano di studiare per farsi una posizione! Sono perfino decorati, bocciati due o tre volte e ne vanno fieri, hanno avuto ragione loro, si sono fatti strada comunque, a colpi di muscoli, labbra-canotto e tatuaggi. Questa truffa sociale, questa fuffa mentale, ha buon gioco nelle menti dei nostri alunni, perché la scienza del marketing, intrisa di perverse tecniche di condizionamento psicologico, è in grado di vendere qualsiasi cosa, anche e soprattutto le idee. I ragazzi non riescono a comprendere l’utilità della cultura, la sfida del sapere, che si combatte nel mondo interiore, dove la lotta è dura nel mettersi alla prova ogni giorno. Perché non c’è vittoria né meta, il limite si sposta ogni volta più avanti, ogni volta che si supera un nuovo ostacolo, si chiama crescita, evoluzione e poi consapevolezza. Il mondo esterno è molto più semplice, basta imitare il pupazzo di turno, se poi però non è appagante, ti tocca compensare con il consumo, perché chi vende il veleno, vende anche l’antidoto: "possesso-contro-possesso". Siamo davvero sicuri che il nostro sistema verifica-voto li prepari a tutto questo? No, io non lo credo affatto! «Allora diccelo tu cosa dobbiamo fare, sapientone!». Il mio contestatore immaginario si è spazientito, mi sa tanto che è un docente, è un meccanismo tipico, la chiamo "sindrome del Grillo Parlante". Povero grillo, lo odiano tutte le generazioni di bambini, non ce n’è uno che tifi per lui. I personaggi più cool, a parte il protagonista, sono Lucignolo, l’amicone ideale, Mangiafuoco, perché i cattivi, si sa, sono sempre i più affascinanti e quella gran figa della Fata Turchina. Parliamoci chiaro, il Grillo Parlante sta sulle balle a tutti, povero grillo! Io invece ti voglio bene grillo, perché sicuramente a scuola eri secchione come me e sono certo che nella Repubblica dei Grilli fai anche tu l’insegnante! Ad ogni modo, alcune idee le proporrei, piccole, piccolissime strategie che negli anni, nella vita reale, quella in classe, hanno funzionato quasi sempre. Vi aspettavate una rivoluzione? Beh, spero di non deludere nessuno, i cambi di sistema in Italia non si fanno, servirebbe un Ministero per quelli! Purtroppo, i Signori Ministri che ci sono toccati fin ora, quando non hanno spostano granché ci hanno fatto un piacere. Si, perché, siccome nella vita reale, quella in classe, non ci sono mai entrati, o tuttalpiù hanno lavorato nelle scuole dove gli alunni vanno in settimana bianca a "Curma" e in quinta primaria sono già stati sei volte a Londra, operano solo per peggiorare le cose e da anni cercano di schiacciare, con la "tappina" (leggasi ciabatta) di mia mamma, tutti quei rompi balle dei grilli d’Italia! Da anni i pedagogisti affermano che il ruolo di un insegnante debba mutare in quello di "Mentor", con l’obiettivo di "rimuovere gli ostacoli all’apprendimento". Quali sono quelli legati alla verifica? L’ansia, la paura, l’incertezza, la fatica, il riscontro dei genitori. Se ci fate caso, sono tutti in qualche modo legati al voto. Mi sono ispirato al metodo scientifico per rimodulare le verifiche partendo dal processo formativo. Quando inizio un argomento che sarà oggetto di verifica, per ogni concetto parto dalla domanda, quella che poi darò alla verifica e, nell’ottica dell’alunno, tutto ciò che viene dopo sarà tutto ciò che serve a darvi risposta (qui l’attenzione è ai massimi, incredibilmente il Prof. sta spoilerando!). In classe, in maniera partecipativa, lavoriamo sul metodo di studio, individuiamo le parole chiave, numeriamo i concetti da imparare, sottolineiamo e integriamo. Riporto tutto su LIM e condivido su Classroom. In questo modo, alla fine del percorso di apprendimento, gli alunni hanno un ordine di studio precisissimo. Nel contempo, la verifica si è auto-costruita in classe in maniera cooperativa, gli alunni sanno esattamente quali sono le domande di partenza e quali gli argomenti per le risposte, è come se la verifica venga prima della spiegazione. La tipologia che scelgo è sempre aperta, cioè risposte da argomentare, mini-temi che consentano di esprimere i contenuti in maniera organica e mostrare lo stato dell’arte sulle capacità espressive, argomentative, il livello di approfondimento dello studio, la partecipazione in classe e l’acquisizione del linguaggio specifico. «Ma se loro sanno prima le domande non vale, così è troppo facile!». Esatto! "Rimuovere gli ostacoli all’apprendimento", chi ha detto che debba essere difficile o stressante? La verifica non ha lo scopo di evidenziare ciò che un alunno non sa, il professore non è il gendarme che deve scoprire e punire i copioni o gli impreparati. Tra me e "loro" - i miei alunni, il tesoro più prezioso al mondo per i loro genitori, affidato a me (sono io ad avere l’ansia, altro che!) - si stabilisce un patto educativo basato sulla lealtà. Sapere dall’inizio le domande ed aver condiviso l’organizzazione dello studio, azzera completamente l’ansia dell’imponderabile; ad esempio, quella di non comprendere la consegna, o di aver ritenuto poco importante un concetto che, invece, poi «…è uscito sul compito, che sfiga!», di non ricordare un esempio, perché si ha avuto tutto il tempo di trovarne uno originale a casa (propongo bonus per questo) e altre ansie. Tuttavia, se da un lato la verifica cessa di essere minacciata dalla sfiga, la verifica zero-ansia è anche la verifica zero-alibi. Proprio così, l’unica cosa cui l’alunno deve pensare è imparare i concetti studiati, questo diventerà l’unico parametro di confronto. Ecco che il focus si è già spostato nettamente sull’impegno. «Ok, sfumature, ma poi metti il voto, giusto?». Sbagliato! Il risultato della verifica è espresso in "Percentuale di apprendimento". I miei alunni obiettano: «Prof., ma quindi quanto ho preso?», rispondo: «la domanda giusta è: quanto ho appreso?», loro: «… allora 60% vuol dire voto 6?», ci riprovano, io: «…60% vuol dire che il 40% di quello che avresti dovuto imparare l’hai lasciato a scuola, hai rinunciato a prenderti una cosa che ti spetta, un’occasione che ti viene offerta e un servizio che stai pagando. Inoltre, ti toccherà recuperarlo, altrimenti, se rinuncerai, avrai lasciato gli altri avvantaggiarsi su di te, e con le tue capacità perché restare indietro!». In questo modo, l’attenzione, il focus, la competitività insita in ogni studente, è tutta spostata sui contenuti, non sul voto. La verifica non deve avere in alcun modo come contraltare un valore numerico che esprime una performance secca, come se fosse il risultato di una partita di calcio. Perdere tre a zero non significa necessariamente aver giocato male e può non significare neppure aver giocato bene o non sapere affatto come si gioca. Perdere tre a zero semplicemente non significa, perché non spiega nulla, non forma, non rettifica, non sfida, non offre comprensione e confronto. Il confronto deve essere nei contenuti, il voto non riduce il confronto, lo elimina. Non basta, insistono: «Prof., ma allora come ci giudicherà?», eccolo lì il termine che ricorre sempre e ogni volta mi fa immaginare in toga e tocco, con un martelletto in mano. Ci provo: «…io non ho il compito di giudicarvi, i giudici decidono in merito ai comportamenti, gli insegnanti valutano in merito agli apprendimenti. Insomma, non devo valutare voi, ma quanto avete appreso in relazione a quanto vi sarebbe spettato apprendere e se ve ne manca, devo trovare il modo rimuovere gli ostacoli: difficoltà, incomprensioni, distrazione e anche scarso impegno». Poi li tiro fuori dal loro smarrimento: «… il voto arriverà, ma come conclusione del percorso di crescita che tutti voi hanno l’opportunità di operare, sarà la valutazione finale di quanta farina avrete raccolto nel vostro sacco. Quindi, raccoglietene il più possibile e poi – ironizzo - faremo poi tanti biscotti », da qui si finisce sempre a parlare dei maledetti Nutella Biscuits che, secondo me, andrebbero annoverati tra le droghe leggere. Cosa succede dopo? La soglia minima di apprendimento della verifica è 70%. Gli alunni che raggiungeranno un apprendimento sotto il 60% dovranno operare un recupero, rifaranno la verifica integralmente. Quelli nella fascia 60%-69% integreranno oralmente le risposte più deficitarie per allinearsi al minimo (70%). Quando tutti gli alunni avranno raggiunto la soglia minima, andrà in scena la "contro-verifica". Partendo dal loro elaborato e utilizzando i materiali didattici condivisi (libro, appunti etc.), gli alunni dovranno andare a caccia dei concetti mancanti per raggiungere il 100% dell’apprendimento. In questo modo, si allenano a comprendere l’importanza di tutti i contenuti stabiliti, il grado di approfondimento richiesto e le modalità ottimali per prepararsi alle future verifiche. La valutazione percentuale, si ottiene a partire dal punteggio assegnato a ciascun quesito, secondo gli equilibri dettati dalla docimologia e in base ai criteri legati alle variabili di monitoraggio programmate dal docente. Ad esempio, per ciascun quesito, io considero l’esaustività del contenuto, la produzione di esempi personali che certifichino la padronanza e non il mero nozionismo e le modalità di espressione, con particolare attenzione al linguaggio specifico. Questi criteri sono condivisi con gli alunni e specificati con precisione durante tutta la fase didattica, concetto per concetto. Solitamente, le mie Unità di apprendimento costano di tre o quattro verifiche, in un arco temporale di circa due mesi. Al termine di questo periodo sarà assegnato il voto, con una qualunque tra le metodologie di conversione note (per fasce, per soglia etc.). In questo modo, quando giunge il momento, l’insegnante ha molti più elementi per assegnare il valore. L’alunno ha avuto la possibilità di operare nelle condizioni ideali, cioè in totale serenità, ha avuto le occasioni di recuperare, correggere il tiro, migliorare il proprio metodo e l’approccio allo studio, il focus è rimasto sempre sull’apprendimento, non sulle capacità, mai sul voto. In questo modo anche lo scarso impegno e le lacune pregresse hanno modo di emergere, come dicevo, zero-ansia ma zero-alibi! Non credete che sia molto diverso rispetto al calcolare la media delle verifiche? Non credete che nel sistema verifica-voto le conoscenze e le abilità diventino protagoniste assolute e scopo primario del tempo scuola? Non dovremmo, invece, concentrarci su competenze e orientamento?
Quest’anno mi è capitata una classe che non "rispondeva ai comandi", niente da fare, dopo fiumi di parole, spiegazioni, chiarimenti e cazziatoni, nessun risultato, il metodo, collaudato da anni, non sembrava ottenere risultati. Mi sono sfidato, ho fatto il contrario di quello in cui ho sempre creduto, ho operato un crash-test e applicato una sfilza di quattro sul registro elettronico. Dopo una settimana di depressione, ho constatato che gli alunni si erano rimessi in riga, avevano iniziato a studiare di nuovo. «Hai visto? Adesso ti rispettano, lo vedi che studiano?», mi ha deriso con soddisfazione, un grillo poco parlante e molto blaterante! Sono stato lì a considerare se fosse stato l’effetto delle playstation requisite o della media rovinata, o il fallimento delle mie strategie. Poi un’alunna mi ha detto: «Prof. siamo delusi, perché l’ha fatto? Lei è diverso!», ed io, «Perché non riuscivo a scuotervi. Voi perché non studiavate?», «Non lo so, ma non studiavamo e basta, cioè con tutti i Prof.». Così, ho compreso che una sola nave non può invertire la rotta se l’intera flotta tira contro-corrente e il vento è in faccia. A questo punto però, vorrei cambiare il finale, perché, lo sanno tutti, i Grilli Parlanti sono campioni mondiali di lamentela acrobatica. Questo mestiere ha bisogno di entusiasmo, fiducia… illusione forse, ma tanta, tanta passione! Per questo ho ricominciato con il mio sistema e non ho nessuna intenzione di mollare!
Il voto esprime un valore che gli alunni percepiscono come giudizio sulle proprie capacità, non sulla propria preparazione e ha un peso non trascurabile sull’autostima e sulla motivazione
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