Accogliamo e sperimentiamo invece di giudicare
Antonella Cerzoso Laureata in Scienze Pedagogiche, da oltre 30 anni è impegnata come educatrice sia in contesti associativi che nella scuola dell’infanzia. Ha avuto esperienza in comunità terapeutiche, lavorando con giovani e adulti
In questo tempo di incertezze, di fragilità e di inconsistenze è arrivato il momento cruciale di muovere qualcosa e di spostare posizione alle priorità della nostra vita: bisogna rimettere ordine ai nostri bisogni (personali e collettivi) e dirsi che al primo posto c’è quello del benessere psico-fisico e sociale di tutti. Spesso capita che ci facciamo prendere dalla foga e dall’ansia di prestazione, cercando di arrivare al traguardo prefissato con successo e non ci rendiamo conto di quanto quel traguardo, a volte, poco ci focalizzi e faccia per noi. Allora, partendo da un’attenta lettura dei propri bisogni, il passo successivo è quello di attuare strategie utili che ci permettano di centrare il benessere personale, portando l’attenzione su ciò che ci rende vivi, che ci apre all’inedito, che ci porta a scoprire nuove conoscenze e a padroneggiare le competenze. Tutto in un’ottica del cambiamento: un movimento non solo interiore, ma anche fisico, una consapevolezza maggiore di ciò che siamo, di ciò che vogliamo essere, del contributo che vogliamo dare e di dove vogliamo arrivare tutti insieme come società. Per stare bene con noi stessi e anche con gli altri (perché da soli non si va da nessuna parte) è necessario che ci mettiamo in moto e che sperimentiamo lo stupore dell’incognita, senza avere troppe aspettative sul traguardo da raggiungere ma gustando il bello della scoperta, dell’esplorazione, del gioco, della meraviglia e della leggerezza: è un po’ come tornare bambini, gioiendo nell’ammirare il paesaggio circostante quando si viaggia verso una meta sconosciuta. E allora diventa importante più il percorso che il traguardo, più la predisposizione all’apprendimento costante che il cosa si sia appreso, più lo sguardo sognante di chi sa che vuole modificare se stesso migliorando continuamente e che non si crede mai arrivato piuttosto che quello di chi si vede “persona compiuta“. La leggerezza qui non si intende come qualcosa che porta a muovere l’individuo per prove ed errori e che lo spinge a prendere decisioni senza discernimento alcuno, ma al contrario è ciò che gli dà la spinta ad accogliere tutte le sue mancanze, le sue inconsistenze e lo rende capace di non vivere nulla di tutto questo come fallimento, ma soltanto come occasione di evoluzione e di crescita.
Anche il mancato traguardo, allora, può avere un certo che di pedagogico e la leggerezza di cui parliamo può rendere l’individuo capace di stare in quiete davanti a esso, senza doversi dare un giudizio e senza sentire la necessità di essere etichettato dagli altri come inadeguato. Tutto viene vissuto in funzione di un “Sé“ che vede se stesso, si riconosce, si ama e non si basta da solo riscoprendo nell’Altro un punto di forza, un’occasione ulteriore di crescita, un legame viscerale autenticamente significativo che lo spinge ad andare oltre i propri bisogni e a ritrovarsi piacevolmente coinvolto in una comunità educante, dove chi educa viene contestualmente educato in un circolo senza fine. Ciò che Calvino ci invita a fare, secondo chi scrive, è avere il coraggio e la flessibilità tipiche di chi non si mette dall’alto a sparare sentenze avendo concetti e obiettivi precostituiti da sviluppare e da raggiungere, ma di chi accoglie e sperimenta lui per primo la potenzialità meravigliosa del protagonismo nella propria esistenza e, una volta sperimentato, sente di non poterne fare più a meno e comprende che è indispensabile per sé ma anche per tutti gli altri. Allora, questa leggerezza (educabile) è un invito a essere creativi, lucidi, nuovi e diventa il sale con cui condire l’esistenza.
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