FINCHÉ C’È CORSIVO C’È SPERANZA (NON TUTTO È PERDUTO)
di Giuliana Scura Cosentina (ma pure molto arbereshe), cinquant’anni. Insegna Lettere nella Scuola secondaria di Primo grado dell’IC “Via Roma- Spirito Santo” di Cosenza dopo la decennale esperienza nei giornali locali
Forse non tutto è perduto se ancora lo sgomento di una perdita abita le bacheche dei social come quando se ne va una persona di famiglia e tutti, pure i bambini e pure gli apatici adolescenti, si sorprendono che Piero Angela non ci sia più. E lo dicono, e lo scrivono.
E se il linguaggio immediato della pubblicità fa dire alla Taffo - che non ne sbaglia una - “condoglianze a tutti noi” per lui che, dall’alto dei suoi novanta e più, si è messo ad esplorare sulla sua navicella l’altro mondo. Dopo aver fatto del giornalismo una scienza e della scienza giornalismo. Senza confini di linguaggio e sconfinando in ogni dove.
Forse non tutto è perduto se proviamo a usare, e insegnare, il corsivo e addirittura a parlarlo (che pare una scemenza ma, se ci pensiamo bene, magari ci torna pure utile il famoso “amïo!...”) invece di soffocare di frustrazione intere scolaresche che, tanto ormai, è “inutile perderci tempo che non lo utilizzano più”.
Forse non tutto è perduto se, tra le tracce per gli esami di maturità, fa capolino Vera Gheno, sociolinguista a tutta Rete, a parlare di feat of missing out (Fomo), il terrore di essere sconnessi, rimettendo scuola e linguaggi e giovani su binari comuni. Reciproci.
Forse non tutto è perduto se, anche alla dipartita di Luca Serianni, si torna a parlare dell’accento su “sé stesso” e vanno di nuovo a ruba i suoi libri di fine linguista e filologo; lui che, dell’Italiano, insegnava a ‘Parlare, scrivere, digitare’. Digitare, ecco.
In una disordinata grammatica della quotidianità, sappiamo che non tutto è perduto. Lo sanno gli insegnanti, lo sanno gli editori, gli scrittori e i traduttori. Lo sanno i lettori. Anche quelli che leggono soltanto i WhatsApp o che dei Reels fanno indigestione.
Intanto, riprendiamoci le informazioni, quelle vere e, dal carnevale dei nuovi linguaggi settoriali (diciamo così), estrapoliamo quello che è giusto trasmettere. Proviamo a dargli forma così come si farebbe con un testo poetico (ad elaborarlo, ad analizzarlo), che la poesia, alla fine, è sempre ancora di salvezza.
Non è soltanto il puntatone di Superquark che è in grado di riattivare sinapsi; se ci guardiamo in faccia e ci ricordiamo noi bambini, coi nostri linguaggi segreti, a indovinare le lettere scritte con le dita sulla schiena oppure (convinti di non farci capire dagli adulti) a fare dichiarazioni d’amore con la “F vocalizzata” del tipo “Ifìofò afàmofò lefèifì” (non cercate su Google translate, eh!, che non lo trovate: ‘Io amo lei’), ci rendiamo conto che ‘sto corsivo non è altro che un lessico familiare alla portata di YouTube. Mia figlia lo parla da quasi un anno e a me fa morire dal ridere ma lo sentivo da tempo anche dalle mie alunne che si stupivano che sapessi rispondere loro a tono. Era, è, un nostro modo di dirci.
Perché le parole sott’olio non esistono se restano sott’olio.
Dunque, informiamoci e informiamo nel modo più corretto possibile. E comunichiamo. La comunicazione, attenzione, non è l’informazione. Ché le due cose sono ben distinte. Informare significa consegnare delle conoscenze utili, è, cioè, un servizio. I giornalisti, ad esempio, considerano perfettamente i tempi di embargo di una notizia e, seppur tentati da uno scoop molto attraente (non dimenticherò mai la giornalista che, tra le righe, riuscì a comprendere - conosce il latino, eh...il latino! - la notizia delle dimissioni di un papa), rispettano con grande serietà fino allo sdoganamento della stessa e, molto probabilmente, dopo essersi messi le spalle al sicuro con una quantità di notizie affini e le curiosità a corollario. La comunicazione è altro. Molto altro e l’informazione ne è solo una parte. Un macrocontenitore in cui si muovono le tante sfere di connessione di qualsiasi tipo, dalle testate alla pubblicità ad un semplice saluto, al sorriso. A noi e loro tra i banchi di un’aula scolastica. Ai testi scritti, ai testi letti. Questo solo per dire che l’abilità di informare e l’abilità di comunicare fanno parte dello stesso linguaggio e di linguaggi diversi allo stesso tempo. Il mare magnum della Rete ci regala tutto questo sottraendoci le informazioni, quelle vere, quelle necessarie, quelle che, diremmo, di pubblica utilità per la bulimica necessità di comunicare, come sventagliate di mitra dappertutto.
Impariamo a scindere, selezionare, trasmettere, comunicare e informare. Perché non tutto è perduto. Finché un * (o una ə) ci seppellirà.
Senza crociate in difesa di un asterisco o di una schwa o di un corsivœ, perché certe scelte non necessitano di spiegazioni o di critiche analitiche.
Tutto questo passa da un elemento che è un canale diretto, la comunicazione. Scegliere come farla renderà capace ognuno e ciascuno di scegliere come accoglierla.
Le parole sott’olio non esistono se restano sott’olio
Collaboratrice
Cosentina (ma pure molto arbereshe), cinquant'anni. Insegna Lettere nella scuola secondaria di I grado dell'Ic "Via Roma Spirito Santo" di Cosenza dopo la decennale esperienza nei giornali locali.
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