LA SCUOLA ITALIANA HA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?
LA SCUOLA ITALIANA HA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?\ndi Donato Martano\nMr. D. per i suoi studenti, 45 anni per l'anagrafe, 13 per come si sente, insegna inglese più o meno da quando aveva 11 anni. Ha insegnato come precario all'Unical per 10 anni. Nella vita si è occupato anche di teatro e musica\n\nNegli ultimi venti anni, i cambiamenti tecnologici e sociali sono diventati incredibilmente più rapidi e marcati, e il dialogo fra le diverse generazioni è diventato indubbiamente più difficile. I ragazzi della Generazione Z o Zoomers o nativi digitali, venuti al mondo nell'era di internet e cresciuti con gli smartphone e i social network, hanno sviluppato linguaggi e modalità di comunicazione che noi adulti fatichiamo a comprendere. Ancora più difficile è stabilire una relazione educativa efficace ed equilibrata in un contesto complesso e pieno di contraddizioni come la scuola italiana. Già da anni studenti, famiglie, docenti, Dirigenti e Ministero non parlano più la stessa lingua, e cresce la percezione di una diffusa incapacità di comunicare e coinvolgere, che riguarda principalmente la didattica.\n\nI principali responsabili di questo disagio, secondo alcuni, sono ovviamente i docenti. Costoro, comodamente seduti sui loro privilegi acquisiti e intoccabili, rifiutano ogni forma di aggiornamento, sono refrattari alle nuove tecnologie e incapaci di comprendere l'evoluzione dei linguaggi e bisogni della generazione Z. Soprattutto, non comprendono l'esigenza di un insegnamento più smart, più cool, più social, ma continuano a restare ancorati a un anacronistico nozionismo, con la pretesa di insegnare roba già di per sé noiosa come la grammatica, la storia, la matematica, attraverso il più arcaico e pernicioso dei mezzi didattici, la lezione FRONTALE.\n\nMa attenzione, cari i miei Neanderthal, la pacchia sta per finire. Il 25 Giugno il Ministro Bianchi, illustrando il DL 36 (Formazione e Reclutamento docenti) ha dichiarato:\n\n*"In Italia, in 4-5 anni, dobbiamo riaddestrare 650mila insegnanti per andare incontro ad insegnamento adeguato al futuro digitale e all'interconnessione globale che si è ormai prospettato (...) per introdurre nella scuola l'intelligenza artificiale, la digitalizzazione collegata alla questione etica".\n\nDal punto di vista linguistico, è interessante l'uso del termine "riaddestrare", che evidenzia una serie di sottotesti:\n\n1) Esiste un aspetto intrinsecamente "forzato" e "autoritario" nella formazione dei docenti e nella digitalizzazione della didattica. Ci sono i nativi digitali, i migranti digitali come chi scrive, ma esistono anche i "deportati" digitali, i più anziani e refrattari, che vanno rieducati, anzi addestrati come gli animali del circo. L'introduzione della formazione obbligatoria, trasformata in precondizione necessaria per accedere al servizio di ruolo, serve a rendere il percorso ineluttabile. Sarà istituita e finanziata una Scuola di Alta Formazione, ma il corpo docente non avrà alcuna possibilità di incidere sulle scelte legate ai contenuti, la progettazione e le modalità organizzative della formazione dei docenti (se pensate che questa sia una sostanziale limitazione della libertà di insegnamento, cazzi vostri.) Se aggiungiamo i meccanismi di valutazione e di premialità selettiva contenuti nel DL 36, è chiaro lo scopo di aumentare i livelli di controllo e competizione interni alle comunità scolastiche.\n\n2) Si evince una ulteriore accelerazione al processo di aziendalizzazione della scuola, con l'intervento diretto del mondo economico considerato non solo stakeholder, ma anche committente e referente. Sempre Bianchi, nello stesso incontro: "Il problema al quale stiamo lavorando (...) è come le aziende del sistema globale possono essere d'aiuto per l'Ue e per l'Italia per raggiungere il risultato di questa diversa crescita formativa interpretando in modo corretto i nuovi linguaggi che devono usare ai vari livelli gli insegnanti."\n\nPensavate che i valori alla base di un sistema educativo fossero il bene comune, la visione del futuro, la collaborazione e condivisione fra pari e con i Dirigenti, il sostegno reciproco, la libera espressione del pensiero? Fuggite, sciocchi!\n\n3) Intrinsecamente, diventa altrettanto ineluttabile la progressiva iper-digitalizzazione dell'Educazione, nonostante tutte le criticità che emergono dagli studi sui suoi effetti. Intendiamoci, non esistono quasi più docenti-trogloditi, nostalgici del registro cartaceo e dei verbali trascritti a mano. Il digitale aiuta, e tanto, sia nell'organizzazione che nella didattica. Esistono innumerevoli esempi di buone pratiche e innovazioni virtuose che usano le opportunità offerte dal digitale (da La Fisica che ci piace, il seguitissimo canale Youtube del Prof. Vincenzo Schettini di Napoli, al progetto Pillole illustrato nel numero 1, al progetto La scuola senza zaino, solo per nominarne alcuni). Chi scrive ha lavorato per anni sull'apprendimento autonomo delle lingue straniere attraverso risorse online in ambito universitario, e nessun docente sano di mente rinuncerebbe mai ai libri digitali o all'uso di internet in classe.\n\nÈ giusto e sacrosanto che un docente si confronti e sia in grado di comprendere e usare i linguaggi della generazione Z. Ma esistono delle criticità macroscopiche, che non possono essere negate. Con la crescita del business della formazione obbligatoria, specialmente quella di ambito, ci siamo sorbiti un decennio di inutili corsi in modalità blended, tenuti dalle più grandi rockstar italiane della formazione, mirati a spiegarci come liberarci dalla schiavitù della lezione frontale attraverso pallosissime lezioni frontali. Abbiamo imparato a usare Padlet, Spark Adobe, Mind Maple e altre duemila app più o meno utili e appariscenti, e quando ci siamo trovati davanti alla tragedia della DAD abbiamo comunque dovuto improvvisare e ricominciare tutto da capo, sottomettendoci più o meno volontariamente allo strapotere di GSuite e dei suoi derivati, che hanno preso possesso dell'organizzazione didattica.\n\nE se anche abbiamo fatto il possibile per salvare il salvabile, i due anni di DaD sono stati comunque una tragedia per la scuola e per i nostri ragazzi smart. Soprattutto perché il mondo mediato da un dispositivo è spesso solitudine, alienazione, dipendenza, impoverimento linguistico.\n\nMolti fra i più grandi linguisti italiani hanno evidenziato il lato oscuro della iper-digitalizzazione della scuola e della società. "Dal punto di vista educativo il troppo tempo passato sui mezzi telematici è comunque un surrogato del contatto diretto. E soprattutto riduce in modo impressionante il tempo dedicato alla lettura e alla riflessione; quello in cui si costruisce la propria lingua e la propria identità." (Serianni, 2016). Abbiamo toccato con mano il malessere dei nostri studenti negli ultimi due anni scolastici, gli attacchi di panico e le difficoltà relazionali, le richieste di supporto psicologico.\n\nAncora peggiori, se possibile, sono gli effetti dell'assuefazione digitale dal punto di vista dell'impoverimento linguistico. Dall'inizio dell'era degli sms e dei social, il linguaggio è andato via via contraendosi (si pensi al texting, slang fatto di abbreviazioni, uso di numeri ed emoticons). Ci siamo abituati al leggere velocemente, capire e pensare poco, scrivere velocissimo, o preferibilmente non scrivere affatto (pensate ai maledetti messaggi vocali di WhatsApp, quelli che cominciano tutti con "Scusate se registro un vocale..."). Insieme all'abitudine alla lettura e alla scrittura, sono crollate la competenza sintattica e la varietà lessicale del nostro corredo linguistico. Prima ancora dei (discutibilissimi) risultati delle prove Invalsi, era sempre Serianni a lanciare un allarme:\n\n"Il problema che gli italiani hanno con l'italiano sembra essere una sempre maggiore "genericità" nell'uso della lingua. L'impoverimento del vocabolario a disposizione di parlanti e scriventi (le famose duemila parole che non possono bastare), sempre meno sfumature concettuali e sintattiche; una scuola che abitua sempre meno a leggere, fin dall'inizio. In breve: l'asservimento al banale."*\n\nSappiamo che a un linguaggio più povero di parole e sfumature corrisponde una inferiore capacità di esprimere le emozioni di elaborare un pensiero. Alcuni studi hanno evidenziato che la crescita della violenza nella sfera pubblica e privata deriva in parte proprio dall'incapacità di mettere parole sulle emozioni.\n\nCosa può e deve fare la scuola pubblica per contrastare questo processo? Siamo sicuri che diventare tutti youtuber, influencer e tik-toker sia l'evoluzione giusta per l'educazione e la didattica? Non sarebbe forse meglio spingere verso il recupero di una dimensione analogica del sapere, dell'educazione e dell'interagire sociale, magari incrementando il tempo scuola e la sua qualità? Insegnare ai nostri ragazzi a sfogliare e leggere un libro di carta, a prendere una penna in mano e scrivere i propri pensieri, a partecipare e interagire in un dibattito pubblico alzando la testa e guardandosi negli occhi. Riassaporare il piacere della lingua, la lettura e la letteratura, raccontare storie. Con le parole di C. Clavé, "Se un grido dovesse farsi sentire oggi, sarebbe quello rivolto a genitori e insegnanti: fate parlare, leggere e scrivere i vostri figli, i vostri studenti. Insegnate e praticate la lingua nelle sue forme più svariate, anche se sembra complicata, soprattutto se complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà. Non c'è libertà senza requisiti. Non c'è bellezza senza il pensiero della bellezza".
Già da anni studenti, famiglie, docenti, Dirigenti e Ministero non parlano più la stessa lingua
È giusto e sacrosanto che un docente si confronti e sia in grado di comprendere e usare i linguaggi della generazione Z

Redazione
Docente di Inglese più o meno dall'età di 11 anni, a 47 è ancora convinto di essere un giovane insegnante. Nella vita si è occupato anche di teatro e musica.
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