Architettura: leggerezza al contrario
È nata a Cosenza nel ’79. Si è laureata a Reggio Calabria con una tesi sul rapporto dei privati con lo spazio pubblico e le sue funzioni. Ha costruito la sua formazione professionale tra la Germania, la Gran Bretagna e l’India. Dal 2020 è impiegata nella pubblica amministrazione, per servire la collettività come Architetto, attualmente lavora come Funzionario in Regione Lombardia
Qualche giorno fa, passeggiando per la città, ho immortalato quello che potrebbe definirsi il contrario della leggerezza. Un’architettura di forte impatto visivo, in cui il progettista, modificando il paesaggio, ha imposto la sua personalità, quasi con violenza, sul profilo della città, nell’incapacità, forse, di distinguere tra estro creativo ed ego. Quell’immagine, ormai ordinaria, quotidiana, scontata, mi ha portata ad alcune riflessioni: quanto spesso, ci interroghiamo sulle ragioni del nostro stare o non stare bene in un posto? Riusciamo a riconoscere il modo in cui l’ambiente che ci circonda influenza le nostre sensazioni, mentre attraversiamo una piazza, sediamo su una panchina, guidiamo un’auto, passeggiamo in un parco, facciamo acquisti? Siamo cittadini attivi? Oppure subiamo le trasformazioni dei nostri quartieri, in un lento processo di assuefazione, li abitiamo con rassegnazione, anche quando riconosciamo che non ci piacciono? Semplicemente li accettiamo, perché siamo educati a credere che scegliere sia appannaggio della politica.
Da architetto, soggetto coinvolto nel processo di modifica, talvolta irreversibile, dei luoghi, ho il dovere di porre l’attenzione sulla responsabilità che noi professionisti abbiamo nell’interpretare le volontà politiche e tradurle in città vivibili e confortevoli. Siamo in grado di posarci con leggerezza sulla qualità della vita delle persone, sulle consuetudini di una società?
Molte arti, come la letteratura, hanno il privilegio di rivolgersi ad una platea che le sceglie, noi tecnici invece abbiamo l’onere di misurarci con la collettività, perché è a tutti che le nostre opere sono destinate.
Il nostro mestiere ha un ruolo sociale: siamo chiamati a interpretare le caratteristiche degli spazi e soddisfare i bisogni dell’intera società, cambiandone le abitudini, imponendo le nostre decisioni, modificando la quotidianità, cercando di rispondere alle esigenze di ognuno. Un architetto, un urbanista, nel suo processo creativo, può incorrere nell’errore di concentrarsi sulla sua personale percezione del vuoto e del pieno, dimenticando di leggere lo spazio e coglierne l’essenza.
Ci hanno insegnato a dare libero sfogo alla nostra creatività, ma nell’esercizio di progettare, siamo costretti a scegliere cosa esprima meglio noi e nello stesso tempo sia funzionale al destinatario della nostra arte, richiede la ricerca dell’equilibrio tra l’espressione di sé stessi e la funzionalità degli ambienti che concepiamo, progettiamo e realizziamo.
"Sapete, ogni cosa è così complicata in un edificio. Per raggiungere una chiarezza dobbiamo semplificare praticamente ogni cosa. È un lavoro duro. Bisogna combattere, e combattere, e combattere". Con questa frase Mies Van der Rohe, nel suo "Less is More" è riuscito a definire la leggerezza in architettura, attraverso forme minimaliste, materiali trasparenti ed eleganti che attuano il processo creativo più difficile: togliere, sottrarre, alleggerire. Saper entrare nella quotidianità dei luoghi, richiede leggerezza.
Eppure talune architetture ci servono con la loro "pesante" presenza. Il Museo ebraico di Berlino è concepito con l’intento preciso di far rivivere l’orrore e la drammaticità dell’olocausto. Libeskind ha fatto ricorso ad architetture pesanti, ambienti angusti, bui e claustrofobici, aggressivi e inquietanti, per provocare angoscia, tensione, terrore e costringere così i visitatori a sperimentare, attraverso lo spazio costruito, l’esperienza di orrore degli ebrei sterminati. Lì dove la pesantezza è necessaria alla comunicazione, perché l’Architettura ha una missione.
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