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Imparare ridendo

21 maggio 2026 4 min

Doris Bellomusto

Si è laureata in lettere classiche presso l’Università della Calabria, insegna materie letterarie presso il "Liceo G. Pascoli" di Barga (LU), dove vive dal 2011. Non ha mai dimenticato né i suoi studi classici né le sue radici meridionali. Dalle sue inestinguibili nostalgie sono nate le raccolte di poesie Come le rondini al cielo, edizioni "Tracce", Marzo 2020; Fra l’Olimpo e il Sud, Poetica edizioni, Luglio 2021; Nuda, Ladolfi editore, Giugno 2022

"Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo?": la domanda di Gianni Rodari ci interroga ancora, a distanza di decenni, la scuola è lontana dall’essere per gli studenti un luogo dove stare bene e "imparare ridendo". Troppo spesso nelle scuole di ogni ordine e grado non si riesce a insegnare con la dovuta leggerezza, non si plana sugli apprendimenti, si attraversano "a passi tardi e lenti" e ci si ritrova soli, è solo chi insegna, è solo chi apprende, si sacrifica la relazione, il nodo di un legame fra docente e studenti che non dovrebbe sciogliersi mai.

La scuola è percepita dai ragazzi come pesante, i saperi che dobbiamo trasmettere sono complessi. I meccanismi che generano la cultura non sono descrivibili dalle semplici lezioni frontali a cui il sistema scolastico ci ha abituato da decenni, questo tipo di insegnamento si sottrae alle leggi della complessità. La complessità nasce quando un sistema è più della somma delle sue parti. Non saremo mai in grado di capire l’identità che assume una classe semplicemente sommando tutti gli studenti che la compongono, nel tutto c’è qualcosa che non si può dedurre dai componenti. Entrare in classe e fare l’appello è necessario, ma accade di accorgersi degli assenti prima di concentrare l’attenzione sul "chi" manca perché ci si accorge che è cambiato il "come" si sta in classe. Sarebbe bello riuscire a stare a contatto con l’identità invisibile che ogni classe assume e giocare con "La classe", quel guscio che racchiude tutti, ma che rischia di stare stretto ai singoli. Ecco, si può evitare questo rischio rinunciando alla pesantezza di una didattica ancora troppo incentrata sull’insegnamento e, invece, centrarsi sul bisogno di leggerezza che ogni adolescente porta con sé; in nome di questo bisogno coinvolgerli, stimolarli, stanarli dal torpore, spendendo sorrisi prima che rimproveri.

Spesso quando correggo i compiti di italiano, penso a quanto sia difficile educare. Mi rendo conto che abbiamo tutti bisogno di sentieri tracciati, con fatica si mettono in discussione abitudini e pensieri correnti. Troppe cose importanti sono svalutate: le emozioni, la fantasia, la disobbedienza, lo spirito critico, la logica, la pazienza, l’ascolto di sé, l’espressione creativa. Sono contenta del lavoro che faccio, dei miei studenti, della sfida che rappresenta la scuola adesso che è allo sbando, un’istituzione decadente, ma necessaria, ineliminabile. Sono contenta, ma non so da dove cominciare e ricominciare ogni giorno. C’è bisogno di bellezza innanzitutto, bisogna che le storie belle piovano sul cuore dei bambini e dei ragazzi sempre, bisogna farli leggere, portarli al cinema, al mare, al teatro, fargli ascoltare musica buona, raccontargli l’amore e la morte, tenerli a contatto con la terra, abbracciarli e tenerli lontani lontani lontani dalla "banalità del male".

Io ho il privilegio di insegnare anche al corso serale e così spesso le mie giornate si arricchiscono di emozioni: oggi, per esempio, con le ragazze di quarta ho letto e sorriso della follia di Orlando, una ragazza triste a ricreazione mi ha aperto il cuore, qualcuna era annoiata, qualcuna persa fra sogni e chimere. Tutte insieme sono mare, cambiano continuamente forma e colore, anche se non te ne accorgi. Eppure non lo vedi il mare che sanno essere se non ti fermi a guardare, a respirare quel profumo di adolescenza che ammalia e porta lontano. Ogni giorno con loro è carico di emozioni, ogni ora mi trasforma. Con gli adulti, alle otto di sera, ho parlato di libertà, arte, libri, democrazia, Gutenberg e Copernico. La rivoluzione loro la indossano, è stata una lezione naturale, perché in loro è spontaneo il bisogno di ricollocarsi al centro del loro universo, sperimentare la loro natura, non ruotare più intorno a niente e a nessuno, ma scoprire il proprio moto di rivoluzione e rotazione e cercare la luce.

A scuola spendo parole su parole e mai saprò se uno su cento se le terrà in tasca, rigirandole come fossero biglie, giocandoci come fossero dadi, tanto per non buttarle via. Gli studenti sono duri e fragili, diamanti grezzi, perle nascoste. Hanno paura di mostrarsi, si vogliono confondere, non vogliono farla la differenza, eppure soffocano nel loro fanatico anonimato. Io li guardo e non posso che spendere ogni mia energia, io voglio farla la differenza, non mi voglio confondere, voglio mostrarla la gioia e la fiducia. Nelle mie tasche ci sono speranze, le lancio con leggerezza sui loro banchi come fossero dadi, tanto per non buttarle via.

C’è bisogno di bellezza innanzitutto, bisogna che le storie belle piovano sul cuore dei bambini e dei ragazzi
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Doris Bellomusto
Doris Bellomusto

Redazione

Si è laureata in lettere classiche presso l'Università della Calabria, insegna materie letterarie presso il "Liceo G. Pascoli" di Barga (LU). Autrice di raccolte di poesie ("Come le rondini al cielo" 2020, "Fra l'Olimpo e il Sud" 2021, "Nuda" 2022).

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