La scrittura è una questione collettiva
Andrea Bevacqua dialoga con Romina Ramazzotti, docente di Lettere
Andrea Bevacqua dialoga con Romina Ramazzotti
Romina Ramazzotti vive e lavora ad Ancona insegnando lettere alla secondaria di I grado “Donatello“. Svolge attività di formazione sul Writing and Reading Workshop e sui temi del digitale nella didattica. È impegnata in progetti editoriali con le Edizioni Centro Studi Erickson (citiamo Il racconto autobiografico con il metodo WRW - Writing and Reading Workshop. Laboratorio di scrittura per la scuola secondaria di primo grado) e nell’editoria scolastica con Rizzoli Education. Da sempre immersa tra tradizione e innovazione, studia, progetta, sperimenta, condivide.
– Partiamo proprio dal collettivo di cui fai parte, Italian Writing Teachers. Di cosa vi occupate? Chi siete?
Siamo un gruppo di insegnanti sparsi per l’Italia che grazie alla rete Internet e a gruppi Facebook si è ritrovato attorno all’esigenza forte di insegnare a scrivere e di proporre un’educazione alla lettura “per la vita“. Abbiamo intercettato alcune buone pratiche arrivate dagli Stati Uniti che si sono rivelate vincenti e le abbiamo trovate consonanti con quelle altrettanto efficaci della scuola democratica e laboratoriale italiana dei grandi pedagogisti del Novecento. È nato un approccio didattico che mette al centro le persone degli studenti, che ricava spazio per leggere e scrivere come in una bottega rinascimentale, dove il docente è maestro che esplicita insegnamenti focalizzati e istruzioni procedurali, modella la pratica e poi affianca personalizzando il feedback, sottraendosi pian piano per rendere autonomi e consapevoli gli studenti, che crescono in una comunità ermeneutica che impara a sostenersi. Una comunità nata al femminile: ci siamo trovate in rete, ci siamo messe a studiare, ci siamo convocate per confrontarci durante le vacanze per alcuni anni. Via via che il gruppo si allargava, abbiamo iniziato a disseminare queste buone pratiche che sono diventate poi libri, corsi di formazione, incontri e scambi con tante persone, racconti ed esperienze - sul sito, sui social, nei territori e in molte scuole -, collaborazioni con case editrici, scrittori, editoria scolastica, esperti di letteratura cosiddetta per ragazzi, ricercatori. Quello che ci piace è che è un movimento che parte dal basso, dalle aule, dalle esigenze delle classi e si attiva grazie alla possibilità di formarsi e ricercare sempre, di testare e di validare continuamente le pratiche prima di disseminarle, di esercitare tanta pratica riflessiva sul nostro essere docenti e docenti lettori e scrittori prima e insieme ai nostri studenti[1].
– Continuiamo con Calvino, nostra guida in questo numero di "Registro (s)connesso". Quanto è importante rileggerlo, oggi, nelle nostre classi?
La ragione più semplice per leggere ancora Calvino è quella che lui stesso ha dato parlando di classici: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire“. Ma così sarebbe fin troppo facile. Calvino ha spaziato per tanti generi e tipologie testuali, alcune di sperimentazione. Ha aperto finestre sulla società e sul pensiero della sua epoca con una grande lucidità e ci ha mostrato prima con le sue opere quanto ci ha insegnato poi nelle Lezioni americane. Ricordo di averlo letto molto negli anni del liceo, e di averlo amato da allora. Ci ha reso evidente come la complessità e la lucidità vanno a braccetto, come l’esercizio critico e la limpidezza del pensiero trovano forma esatta nella lingua. Alcuni si domandavano tempo fa se potesse diventare autore di scuola, a fianco o al posto di Manzoni, per dare nuova linfa a un’Italia cambiata e un po’ in crisi. Non sono io a dover dare questa risposta. Certo è che Calvino è un filo teso tra passato, presente impegnato e futuro. Come Cosimo è salito un po’ più su e ha guardato un po’ più lontano: come lui illuminista, anticonformista, fedele alla propria libertà, capace di compiere una netta scelta di campo[2]. Penso che la sua voce oggi ci serva molto.
– La scrittura così come la lettura sono considerate spesso una questione privata, un esercizio solitario. Quanto invece c’è di collettivo e relazionale in tutta questa faccenda?
Nel Laboratorio di lettura e scrittura del WRW ci consideriamo una comunità ermeneutica dove si legge, si comprende, si discute, si riflette, ci si ascolta e si danno consigli gli uni gli altri. Il punto di partenza è considerare i ragazzi già lettori e scrittori, anche se da accompagnare, e inserirli in un processo che via via li porta a diventare strategici, a costruire competenze e abilità, sotto la guida di noi insegnanti lettori e scrittori più esperti. Partendo da moduli di scrittura autobiografici narrativi o poetici o da testi divulgativi ispirati dalle loro passioni, mandiamo loro il messaggio che quello che hanno da dire è significativo, che la loro voce ha valore, che possono trovare nei compagni un pubblico che li ascolta, formato da “colleghi“ che offrono consigli ma che allo stesso tempo hanno bisogno del loro parere e del loro ascolto. Lavoriamo molto, quindi, anche con le consulenze tra pari. Da lettori tutti impariamo a entrare via via nella testa dei personaggi, in quel laboratorio di empatia che è la lettura in profondità: il nostro cervello - ci insegnano le neuroscienze - vive le esperienze dei libri come se fossero vere. Un continuo esercizio consapevole porterà, pertanto, tutti a diventare più empatici anche verso gli altri, ragazzi e adulti. Nel Laboratorio quindi, grazie anche a routine e strategie adatte a sostenere discussioni, ci educhiamo all’accoglienza di tutte le voci. E il WRW diventa anche palestra di life skills, laboratorio vivo di cittadinanza. Un’esperienza motivante ed esaltante!
– Nella questione relazionale e di comunità, c’è un libro che viene recensito sul blog. Si tratta de L’incontro di Michela Murgia. Lo abbiamo letto in redazione, così come tante altre cose di lei e vorremmo che ce ne parlassi. Dell’importanza di un testo come L’incontro e di Michela, tu che l’hai conosciuta bene sotto tanti aspetti.
L’incontro è un racconto lungo o un romanzo breve ambientato a Cabras (chiamata Crabas, nella versione sarda) che è il luogo dove Michela è nata. Nella breve postfazione dice che “i fatti narrati sono inventati dal vero“. “Ti piacerà“, mi scrisse inviando ad alcuni amici di Azione Cattolica di allora la sua prima versione: si parlava di vita parrocchiale, o meglio di come le comunità a volte si concentrano su questioni ritenute importanti perdendo di vista l’essenziale. Il tono è distaccato e divertito, ma il cuore di questa storia è proprio l’appartenenza a un “noi“, la creazione di quei legami di amicizia che diventano più saldi di quelli di sangue. Qui sono i legami che nascono nell’infanzia per aver giocato insieme, ma l’intera opera di Michela, riletta con gli occhi di oggi, rivela un filo rosso che parla di relazioni, declinate in tutte le forme possibili: dall’esempio di un Dio trinitario all’impegno civile verso chi sta ai margini e nelle periferie, dall’essere parte di comunità alle storie di collettività senza eroe, dalla maternità-filiazione d’anima alla scelta di legami familiari altri, solo per dirne alcune. Ne ho parlato anche nell’introduzione della rubrica a lei dedicata nel sito italianwritingteachers.it (Oggi in classe… splenderà Michela Murgia), che abbiamo aperto proprio con il racconto Legarsi alla montagna contenuto in Noi siamo tempesta, ispirato alla performance artistica di un’altra donna sarda, Maria Lai, l’inventrice dell’arte relazionale. Ma torniamo a L’incontro. Lì la comunità di Crabas si riconosce inizialmente in un “noi“ collettivo che sovrasta anche l’individuo che cerca di integrarsi, ma all’arrivo di una situazione nuova che destabilizza gli equilibri, questa identità diventa opposizione tra gruppi delimitati da confini e rischia di disgregare i legami precedenti. Saranno due ragazzini, amici di sangue di ginocchia sbucciate, a risolvere la cosa. Anche il tema dei confini torna sempre, come l’esigenza impellente di un loro superamento, se serve con soluzioni inedite. Michela per me è la gioventù lieta e coraggiosa, la libertà che va a braccetto con la responsabilità, la risata e la voglia di divertirsi, la parola esatta cercata e mai taciuta, la domanda scomoda e non retorica, la scrittura come urgenza. L’ho conosciuta tanto tempo fa in una delle sue tante vite - come diceva lei - e l’ho ritrovata in questi mesi proprio nel momento in cui pensavo di averla persa, recuperando con un senso d’urgenza, oltre al tempo perduto, molte delle sue parole scritte e dette in tutti i canali di comunicazione immaginabili, in virtù delle quali è possibile mantenere aperto il dialogo con lei. Questa pluralità di vite l’ha portata a tenere insieme con dei fili saldi e invisibili una vastità di persone delle più varie estrazioni, grazie alla forza delle sue parole e di un discorso mai interrotto e declinato in tante forme, scandito da domande toste e urgenti per rispondere alle quali ci vorrà ancora tanto tempo. Seguendo lei, ad esempio, ho incontrato la community di Purple Square e ho cominciato a mettermi in ascolto di una grande pluralità, trovandomi pian piano in quella postura che lei ha assunto e ha invitato ad assumere quando parla della “pratica della soglia“ (cfr. God Save the Queer). Con quel rigore e quel senso di indipendenza che è tipico dei Sardi (almeno di quelli che la vita mi ha fatto incontrare), è salita anche lei su un albero e guardando lontano non è più scesa ma ha mostrato delle direzioni. Questa è la forza degli intellettuali.
[1] Al link una presentazione risalente al periodo di apertura del sito italianwritingteachers.it [2] A tal proposito segnalo una riflessione del collega Marco Riccini (https://tuttequestecose.com/2013/06/09/calvino-lilluminismo-la-liberta/)
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Insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Ama mischiarsi tra le persone.
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