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La sostenibile leggerezza della didattica

21 maggio 2026 7 min

Adalgisa Caira Docente di Filosofia e Storia presso il Polo Liceale di Rossano, Dottore di Ricerca in Filosofia del Linguaggio e della Mente, Cultore della materia per gli insegnamenti accademici "Etica della Comunicazione" e "Teoria della Storia". Curatrice del volume "I segni delle norme" per Carocci (2009), Curatrice del volume "Percorsi tematici di Filosofia e Storia per il tirocinio formativo attivo" per Aracne editrice (2014); responsabile di redazione e conduttrice radiofonica per diverse realtà radiofoniche calabresi

Innescare un moto di leggerezza sugli impianti sedimentati della didattica scolastica non è impresa facile. Lo scontro con gli stereotipi è inevitabile. Si tratta di avere il coraggio di destrutturare e di ripensare i nostri "abiti", le nostre pratiche formative di docenti e di sganciarli da macigni burocratici e da standardizzanti docimologie. Si tratta di avere il coraggio, secondo declinazione calviniana, di dare "una leggerezza alla pensosità" imperante, all'astrattiva standardizzazione, non con fughe oniriche o distopiche, ma con la logica dell'azione concreta e creativa.

La scuola è un corpo vivo, gravido, tensivo, è trampolino di sgancio da automatismi di cattura nozionistica. La scuola divincola e svincola, entra in crisi e mette in crisi, è questa la sua missione: creare nuove forme di riconoscimento, creare nuove forme di vita, "inquietare" stati di pensiero già morti o morti in partenza. La scuola diventa esanime e, pertanto, pesante quando densifica le sovrastrutture ideologiche con "giochi di parole" senza reali occorrenze ed esautera le strutture reali (studenti e docenti) della propria forza creativa.

Virare, però, verso la leggerezza è possibile, non è facile, ma è possibile.

È Gramsci, in "Socialismo e cultura", a fornirci un primo gancio esplicativo: "Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l'uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da riempire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. [...] La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose. L'uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura".

Ebbene, se traduciamo "scuola" con "cultura", così intesa, la scuola diventa volontaria, leggera, consapevole, attiva, figlia e rivoluzione del proprio tempo, ostetrica di soggetti vivi e creativi. E com'è possibile, allora, rendere tangibile tutto questo, senza scadere nella generalizzazione informativa e nel "vanverismo pedagogico"? Semplicemente rendendo la scuola "soggetto", condizione e, al contempo, attuazione di fatti concreti, di studenti e di docenti "in carne ed ossa". L'atto diventa creativo se è sostenuto ed alimentato da potenze creatrici. Non si creano paradigmi dall'alto. I manuali, le dispense, le LIM, le programmazioni, le griglie rimangono segni senza uso, se non c'è intenzione (e intenzione) creativa, se non c'è crisi creativa. L'edificio della formazione scolastica ha delle fondamenta stabili solo se queste vengono ristrutturate pedissequamente e, soprattutto, se costruite su terreni resi fertili da un intervento non costrittivo ma cooperativo. Fuor di metafora: la scuola ha bisogno di un equilibrio "metastabile", dinamico tra docenti e studenti che non settorializzi i conati di pratica creativa ma li sostenga con interventi dialogici e ragionevoli. Il docente dovrebbe assumere il tratto metodologico della ricerca, della sperimentazione osservativa e operativa per poi declinarla in nuove strategie didattiche da vagliare sul repertorio classico di programmazione. Il docente-ricercatore aprirebbe, così, la strada ad una nuova figura di studente, lo studente-studioso, che finalmente inquadrerebbe la scuola non più come ordinamento dogmatico, ma come un laboratorio di analisi concettuale da coniugare con i flutti contestuali e le radici storiche. Lo studente come un partigiano dell'antidogmatismo, della "leggera pensosità". Aprire la scuola alla leggerezza implica spogliarla da assiomatiche retoriche ed investirla del "possibile" sperimentale. L'apprendimento diventa significativo se costruisce spinte motivazionali per sperimentare, con gli studenti e per gli studenti, nuovi interventi didattici, non omologati al concetto di uniformità generale. La scuola "leggera" toglie e, contemporaneamente, costruisce, innalza. La scuola come "Aufhebung", come forza tensiva del desiderio.

Per ricalcare quanto auspicato, ma senza pretese di innovazioni paradigmatiche, condivido una mia personale esperienza progettuale, che ha cercato di innervare contemporaneità, ricerca e filosofia e ha cercato di svincolare gli interventi didattici dalla matassa anacronistica di una teoresi da manuale. Il Progetto si chiama "Fatti di Sophia Podcast filosofici. Per una filosofia a portata di radio" e nasce dall'esigenza, condivisa da tutto il Dipartimento di Filosofia e di Storia del Polo Liceale di Rossano, di scardinare l'attitudine pregiudizievole nei confronti della filosofia, riferita dalla psicologia del senso comune, come sapere autoreferenziale, astratto e pertanto esclusivo. Una filosofia da intendersi non come "fumo negli occhi", non come "reificazione del sapere". L'attività progettuale prevede la creazione di un orizzonte sperimentale: rendere performativo e fruibile il logos filosofico attraverso un linguaggio immediato e prassico come quello dei podcast radiofonici. "Fatti di Sophia" mira ad una formazione non omologante, ma peculiare e dialettica, fondata sulla pluralità dei saperi e quindi sul riconoscimento della differenza. Mira a creare un'osmosi produttiva tra didattica scolastica e didattica accademica e a declinare la logica filosofica come chiave di lettura della praxis ordinaria. Il progetto, non a caso, dispone del patrocinio del "Dipartimento di Studi Umanistici" dell'Unical e della "Società Filosofica Italiana" (SFI).

Attraverso la dialettica esplicativa, tra diverse realtà d'istruzione, si creano settimanalmente prodotti digitali secondo tre rubriche specifiche di divulgazione filosofica, i cui protagonisti indiscussi nell'ascolto e anche nella produzione sono gli studenti:

  • "Identità filosofiche": rubrica volta ad inquadrare e riattualizzare i filosofi della tradizione nella cornice di problemi logico-teorici, epistemologici, etici contemporanei;
  • "Dialoghi filosofici": rubrica riservata alle interviste a studiosi della ricerca contemporanea per rilanciare nuove sfide teoriche;
  • "Editoria filosofica": rubrica dedicata alle nuove uscite editoriali, prevalentemente di stampo filosofico, e alla lettura condivisa di alcuni passi della storiografia filosofica classica, per stimolare nuovi spunti di riflessione e aprire scenari teorici differenti.

Il dialogo tra studenti, studiosi e docenti promuove, pertanto, la filosofia come atto creativo e libero, come performance.

"Fatti di Sophia" si propone di far percepire immediatamente agli studenti che le questioni filosofiche hanno sempre un carattere ed una portata pluri-semantica, una multi-direzionalità, che tende a far interagire il piano teoretico con quello della prassi, il piano storico con quello problematico. La realizzazione di un podcast filosofico porta inevitabilmente ad un ascolto riflessivo, ad un ascolto complice, ad una ricerca riflessiva e metariflessiva. Lo studente si sente coinvolto, in prima linea, nell'atto di produzione: diventa ricercatore, sperimentatore, radiofonico, tecnico del montaggio, ascoltatore di sé stesso. Diventa potenza creatrice. Diventa leggera pensosità.

Concludo questa narrazione personale con una canzone di Giorgio Gaber, che sintetizza appieno la mia motivazione didattica: ogni intervento formativo deve essere sostenuto da idee che vanno rese pratiche secondo la logica del "parla-agire", le idee vanno condivise, situate, attuate nella loro rimodulazione collettiva. L'astrattismo propedeutico è il pregiudizio metodologico di una vecchia scuola, fatta di nozioni e automatismi, che troppe volte hanno generato "coscienze infelici" e 'imprigionato' spiriti innovatori.

UN'IDEA (Giorgio Gaber, Sandro Luporini)

Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.
In Virginia il signor Brown
era l'uomo più antirazzista
un giorno sua figlia sposò
un uomo di colore
lui disse: "Bene"
ma non era di buonumore.
Ad una conferenza
di donne femministe
si parlava di prender coscienza
e di liberazione
tutte cose giuste
per un'altra generazione.
Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.
Su un libro di psicologia
ho imparato a educare mio figlio
se cresce libero il bimbo
è molto più contento
l'ho lasciato fare
m'è venuto l'esaurimento.
Il mio amico voleva impostare
la famiglia in un modo nuovo
e disse alla moglie
"Se vuoi, mi puoi anche tradire".
Lei lo tradì
lui non riusciva più a dormire.
Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.
Aveva tante idee
era un uomo d'avanguardia
si vestiva di nuova cultura
cambiava ogni momento
ma quand'era nudo
era un uomo dell'Ottocento.
Ho voluto andare
ad una manifestazione
i compagni, la lotta di classe
tante cose belle
che ho nella testa
ma non ancora nella pelle.
Un'idea, un concetto, un'idea
finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
se potessi mangiare un'idea
avrei fatto la mia rivoluzione.

Gaber, G. (1972), Dialogo Tra Un Impegnato E Un Non So, Record Service

Aprire la scuola alla leggerezza implica spogliarla da assiomatiche retoriche ed investirla del "possibile" sperimentale
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Adalgisa Caira

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