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LA STELE DI ROSETTA

21 maggio 2026 6 min

Cos’hanno in comune un gruppo di ragazzi ed un adulto che occupano gli stessi spazi, DaD permettendo, per alcune ore a settimana durante un arco temporale che a seconda dei casi può durare fino a cinque anni? Probabilmente all’inizio nulla. Probabilmente, nell’istante esatto in cui si entra per la prima volta in una classe qualsiasi di una scuola qualsiasi di un luogo qualsiasi, la sensazione generale è di totale smarrimento di fronte al nuovo. Comincia allora un rituale fatto di tentativi, da una parte e dall’altra, mirati a conoscere i compagni di viaggio forzato con lo scopo di capire se in futuro ci possa essere una qualche forma di relazione che vada oltre la meccanica scolastica. È questo il momento in cui le differenze generazionali fra alunni e insegnanti entrano prepotentemente in gioco e possono mettere in crisi sul nascere il rapporto umano. La scuola infatti rimane (chissà per quanto ancora!) uno degli ultimi luoghi in cui ragazzi di diversa provenienza, con diverse capacità e con diverse aspirazioni entrano in contatto tra loro e con il mondo degli adulti, senza il filtro della selezione sociale. Ma la scuola è anche il luogo in cui l’insegnante “invecchia” e i ragazzi rimangono “sempre della stessa età”. Una asimmetria di linguaggi ed esperienze che, col passare degli anni, può portare a cortocircuiti e rischia di rendere difficile il dialogo educativo. Se da una parte abbiamo uno sciame di adolescenti in continuo movimento, dall’altra siamo in presenza di un arcipelago di docenti che non riescono a stare al passo e hanno difficoltà a decodificare i modi di relazione ed espressione. In mezzo c’è un mondo sempre più complesso (e connesso) in cui la molteplicità dei livelli di interpretazione causa paralisi se non addirittura rifiuto di comprensione.

Come in ambito ecologico si è voluta forzare la separazione fra uomo e natura pensando di porsi al di fuori di essa e di poterla controllare, in modo analogo nella scuola si è pensato di porsi “al di fuori” delle varie riforme pensando di poterne controllare gli effetti dall’interno, con la sola buona volontà dei singoli. Dall’introduzione dell’autonomia scolastica sono passati poco più di vent’anni e sarebbe gioco facile scrivere su un foglio di carta quali erano le magnifiche sorti e progressive annunciate, con accanto i reali effetti che quelle riforme hanno prodotto. Pensiamo solo all’infinita burocratizzazione, all’aumento del numero di alunni per classe, all’introduzione del sistema dei crediti extrascolastici, alla struttura dei libri di testo (sempre più schiacciati verso il formato del web), all’alternanza scuola-lavoro, a tanti altri piccoli e grandi cambiamenti che di fatto hanno snaturato e distorto la funzione dell’istituzione Scuola. Il risultato degli ultimi vent’anni di riforme è che si è cinicamente erosa la base culturale che per decenni ha fatto da collante per la società. Mi è capitato più volte di sentire più affine un collega alle soglie della pensione che un collega neolaureato. Mentre col primo ho in comune l’impostazione del sistema educativo all’interno del quale ci siamo formati, col secondo mi accomuna “soltanto” la disciplina di studio. Faccio infatti parte delle ultimissime generazioni che non avevano il computer in classe, che non hanno conosciuto il 3+2 all’università, che non sono state bombardate dall’assillo tecnologico durante gli anni della scuola, che hanno visto nascere i social in età adulta.

La frattura generata dalla pandemia del 2020 segna realmente un passaggio epocale e non possiamo esimerci dal riconoscere che la scuola, nel suo inseguire modelli imposti dal mondo aziendale ha contribuito a consolidare un certo tipo di forma mentis. Ed è sempre più evidente, a chi la scuola la vive dall’interno, come diventi ogni giorno più difficile dare ai ragazzi il senso del “perché andare a scuola”. Questa frattura coinvolge in modo particolare la sfera dell’espressività, intesa nel senso più ampio di capacità di riuscire a far comprendere all’altro qualcosa di sé. Costruire la narrazione di sé è invece oggi la principale attività di aziende e persone sui social network[^1]. Ma le capacità espressive sono profondamente diverse dalle capacità di storytelling[^2]. Le prime fanno riferimento alla crescita della persona, non hanno uno scopo particolare e coinvolgono aspetti emotivi e personali; le seconde fanno esplicitamente riferimento al marketing, alla capacità di persuasione e alla volontà di condizionamento. Tuttavia, un aspetto sottovalutato dell’utilizzo dei social e del loro meccanismo comunicativo è che questi strumenti non sono nati spontaneamente, non sono una forma espressiva naturale. Sono prodotti, progettati a tavolino a scopi commerciali che hanno la capacità di cambiare in pochissimo tempo il senso delle cose. La modalità di comunicazione diventa unica, totalizzante (basata essenzialmente sull’impatto visivo) e l’articolazione del pensiero diventa un disvalore, in quanto non permette la fruibilità dei contenuti[^3]. L’assuefazione alle modalità comunicative dei social network sta facendo sì che anche la didattica stia virando, nei fatti, verso forme e contenuti brevi, organizzati in “pillole” e proposti a “spot”, semplici raccolte di informazioni che da sole dovrebbero essere recepite e per questo risultare fondanti nella vita dei ragazzi. Ciò che sorprende nella corsa ad inseguire questi modelli comunicativi è la visione a senso unico del problema: è il docente che deve adattarsi. E se capovolgessimo la prospettiva? E se la capacità di adattarsi a forme diverse fosse una qualità che i ragazzi dovessero sviluppare attraverso un modo diverso di fare scuola? Cosa succederebbe se invece di ridurre la ricchezza dei testi, la aumentassimo? Se invece di proporre schemi semplificati per tutto, proponessimo una didattica basata sulla complessità? Se invece di inseguire un modello imposto, proponessimo un nuovo modello più adatto alla costruzione di un sapere organico e condiviso? «Nella società della rapida trasmissione della parola e della esternalizzazione della memoria si avverte il bisogno di rimettere a fuoco processi cognitivi e di memoria che rischiano di atrofizzarsi, i soli che ci consentono di cogliere e di restituire l’essenziale di ciò che sentiamo e di ciò che leggiamo»[^4]. Certamente questo richiederebbe da parte nostra un ulteriore sforzo, ci metterebbe davanti alla necessità di ri-leggere il mondo per poterlo ri-portare in classe e ri-parlarne con i ragazzi secondo forme diverse da quelle a cui sono abituati.

Per arrivare ad “immaginare insieme” è necessario però avere un linguaggio comune, una sensibilità collettiva, un nucleo primitivo di elementi condivisi a partire dai quali poter ragionare e sui quali poter costruire un modo diverso di stare al mondo. Alla fine del XVIII secolo il ritrovamento casuale della stele di Rosetta dette un contributo fondamentale alla decodifica dei geroglifici egizi[^5]. Ciò fu possibile perché su quel frammento di pietra nera era inscritto lo stesso contenuto in tre forme diverse, tra cui il greco antico, e fu proprio questa la chiave della decodifica: la conoscenza di una lingua nota servì da ponte per decifrare una lingua ignota che a sua volta aprì la la strada verso un mondo fino ad allora sconosciuto. Oggi la Scuola potrebbe essere la stele di Rosetta per molti ragazzi, con la speranza che essi possano, con le parole di Edsger Dijsktra, «nonostante tutte le distrazioni generate dalla tecnologia, avere successo nel trasformare le informazioni in conoscenza, la conoscenza in comprensione, e la comprensione in saggezza»[^6].


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Giovanni Scavello
Giovanni Scavello

Redazione

Docente di informatica negli Istituti superiori. Dopo aver studiato e insegnato tra la Spagna e l'Emilia, vive a Roggiano Gravina (CS) provando a coniugare agricoltura biologica e software libero.

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