Sara Amendola Insegnante di lettere, grande amante della scuola e del mondo dell’educazione, appassionata lettrice. Crede nel potere delle parole e sogna un mondo a misura dell’umanità
Si è da poco concluso l’appuntamento con l’Esame di Stato e, come ogni anno, non sono mancate le polemiche che hanno riguardato sostanzialmente un quesito posto nell’analisi della bellissima novella di Verga, Nedda. Al di là della disputa, squisitamente letteraria, e della legittimità della domanda, che spingeva gli studenti a ricercare nel testo preverista elementi del Verismo, la questione più scottante è, a nostro parere, linguistica e dialogica.
In altre parole che lingua parla il Ministero? Quanto si può ricorrere a categorie, concetti, parole chiave per rincorrere il tempo sempre più ridotto dell’analisi e della riflessione?
C’è uno scollamento evidente tra il burocratese parlato dalla macchina organizzativa e il linguaggio usato per le lezioni. Quanti acronimi, quante sigle tentano di domare la multiforme realtà scolastica e di ridurla a mero tecnicismo? Quanto limitante è un approccio di gestione oggettivo rispetto ad una qualsiasi classe, estremamente variabile e unica?
Il problema non si limita solo a questo perché tra le parti di questa relazione, Miur- docenti- studenti, emergono ulteriori fratture linguistiche. Al di là del burocratese c’è, infatti, il linguaggio della realtà virtuale, dei “like”, dei “tag”, dei “post”, che allontana lo studente dal docente. A quest’ultimo è affidato l’arduo compito di mediare una conoscenza, libera da condizionamenti economici (contraria quindi al concetto di credito e debito) e da mode del momento (corsivo, improbabili sigle ecc). Si genera dunque un corto circuito linguistico che impedisce di stabilire una relazione autentica tra le parti.
Occorre quindi ripensare e riformulare questi linguaggi e avvicinarsi ad un lingua univoca che parli di fiducia, di sapere autentico, di futuro. Per fare questo è necessaria una vera e propria rivoluzione in grado di rimettere a posto tutti gli attori sulla scena: al MIUR spetta il compito di garantire e sostenere il lavoro dei docenti, avvalendosi del contributo degli stessi e valorizzandone le propensioni; allo studente si chiede di mantenere viva l’identità reale e di affidarsi ai docenti; ai docenti di navigare nel mare sconfinato di internet e allo stesso tempo in quello delle discipline per tenere ancorata la scuola alla realtà dei tempi, senza farsi divorare dagli stessi.
La lingua della Scuola deve essere analitica, riflessiva, dilatata, complessa quanto sono le questioni che essa affronta. Non può tendere alla semplificazione e al risultato immediato. Ha bisogno di tempi che non corrispondono in alcun modo a quelli del mercato.
La lingua della Scuola deve essere analitica, riflessiva, dilatata, complessa quanto sono le questioni che essa affronta
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