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AVVICINARSI AL MONDO CHE NON C’È

Linguaggio e didattica

21 maggio 2026 7 min

AVVICINARSI AL MONDO CHE NON C’È<br>## Linguaggio e didattica<br>di Armando Canzonieri<br><br>Il cuore dell’insegnamento, il punto cieco intorno al quale si aggrovigliano metodi, corsi di formazione, master, corsi di aggiornamento, valutazioni e autovalutazioni, può essere espresso con una parola e una domanda. La parola è “trasmissione”, mentre la domanda che aleggia in ogni aula, bottega, monastero e università è: come posso consegnare una certa conoscenza a qualcun altro senza che essa venga fraintesa? Evidentemente questa non è una questione che investe solo la didattica a scuola, ma che attraversa l’intero campo della vita sociale e culturale umana, in quanto è nella trasmissione che si gioca la sopravvivenza di una certa cultura, delle sue pratiche, abitudini, posizioni rispetto alla natura. È il modo in cui viene praticata la trasmissione dei saperi a decretare una certa epoca culturale come sana o malata. Conosceva molto bene questo problema Platone, il filosofo, l’insegnante, il fondatore di una scuola, lo scrittore. Conosceva così bene il problema da aver scritto esplicitamente che nella pratica della trasmissione la posta in gioco non è solo consegnare una serie di contenuti, che possono essere letti su un papiro, su una slide o su una pagina di Wikipedia, ma l’attivazione di un avvicinamento. Insegnare, nei fatti, è inventare con le parole strategie di avvicinamento. Ma a che cosa?<br><br>Quando si tratta di trasmettere una conoscenza si sta cercando di condividere molto di più che delle nozioni, si stanno costruendo delle vie per raggiungere un posizionamento dello sguardo, della emotività, del corpo all’interno del mondo. È nell’equilibrio tra stabilità della trasmissione e chance di fraintendimento che la vita sociale gioca il suo equilibrio tra stabilità e trasformazione, tra il pericolo di morire per eccesso di ripetizione, preservazione e paura di contaminazione o morire per difetto di condivisione. Ed è in questa dinamica che si colloca il ruolo dell’insegnante, sempre in bilico tra due obblighi che sono, nei fatti, inconciliabili e che, comunque, devono essere in qualche modo tenuti insieme: l’obbligo di introdurre e integrare coloro che apprendono all’interno della società e l’obbligo di dis-adattare coloro che apprendono rispetto a quella stessa società, attivando il desiderio di non accontentarsi dell’esistente, suscitando la sensazione e l’idea che la comodità dell’esistente è nemica di una vita felice, o per lo meno di una vita decente.<br><br>Negli ultimi anni, soprattutto a causa degli adeguamenti che la didattica è stata costretta a fare nei suoi metodi e ritmi all’interno del contesto pandemico, due altre parole sono emerse e possono aiutarci a seguire una direzione in merito alla relazione tra didattica e linguaggio: “presenza” e “distanza”. Risulta curioso il fatto che in tale quadro oppositivo, alla parola “distanza” non sia stata associata la parola “vicinanza”, una parola di certo più adeguata per afferrare la danza, il movimento reciproco di avvicinamento tra chi insegna e chi apprende che, nei fatti, rende una pratica di insegnamento fallimentare o efficace. Del resto, è una esperienza nota per tutti gli insegnati quella di trovarsi presenti in un aula piena di alunni che restano distanti. E viceversa fa parte della normale esperienza di apprendimento di ogni alunno l’incontro con un insegnante che è presente con la sua voce e il suo bagaglio di conoscenze in aula, eppure le sue parole sono distanti (direbbe qualche alunno più spigliato e oppositivo: distanti da me, dalle mia vita, dai mie problemi e desideri... Petrarca, il latino, le declinazioni in greco, la tettonica a placche, la filosofia di Anassimandro, cosa c’entrano con me? Sono lontanissimi da me, così lontani che non riesco e non voglio afferrarli, non voglio fargli spazio, no voglio che prendano posto in me…). Nel caso della parola “vicinanza” e del gioco di avvicinamento risulta evidente che la pratica di trasmissione funziona solo a partire da un movimento che l’insegnante deve attivare e coltivare nell’alunno. Anzi, possiamo dire che la messa in movimento delle facoltà dell’alunno è l’unico compito misterioso dell’insegnante, l’unica consegna, l’unico passaggio di testimone. Come se nelle infinite frequenze sonore e tracce sulla lavagna fosse contenuto un messaggio in sottofondo, un imperativo, il quale recita: muoviti da qui! Questa conoscenza può aiutarti a muoverti da qui. Sei lontano dal mondo e da te stesso, muoviti, avvicinati.<br><br>Ed è proprio nella gestione di questo imperativo che entra il gioco la struttura del linguaggio.<br><br>Ciò che attiva questo necessario e pericoloso movimento di allontanamento e avvicinamento alle proprie facoltà e al mondo è proprio il linguaggio. È nel linguaggio che tutti noi possiamo perderci. È con le parole che possiamo coprire le esperienza o metterle a fuoco, stando nei pressi di quello che proviamo e di quello che ci circonda. È con le parole che possiamo spegnere o attivare il movimento delle nostre facoltà, esplorando modi ancora non esistenti di stare insieme, di abitare una città, di costruire una relazione affettiva. Lo sapeva bene Ludwig Wittgenstein, il filosofo che non senza cadute e difficoltà si è misurato con l’esperienza della didattica sia nelle aule universitarie che all’interno di una scuola elementare. Lo sapeva così bene da dedicare una delle ultime sezioni delle Ricerche filosofiche a quella esperienza, o forse dovremmo dire emozione, tutta umana, sconosciuta alle altre specie viventi, resa possibile dalle parole: l’emozione di essere lontani da ciò che si sta vivendo, lontani dall’esperienza. Ed è proprio in questi termini che la struttura della relazione tra maestro e discepolo, dell’insegnamento e dell’apprendimento, è completamente diversa per gli esseri umani, rispetto a tutte le altre pratiche di apprendimento e di insegnamento comunque ampiamente diffuse all’interno del regno animale. Perché solo l’essere umano deve apprendere come stare vicino alle esperienze, deve apprendere infinite strategie per non cadere completamente in esse, identificandosi con un certo punto di vista e incollandosi a una certa conoscenza, diventando incapace di pensare altrimenti e, contemporaneamente, deve apprendere infinite strategie per frenare la forza di allontanamento dalle esperienze, una forza che se da un lato permette agli esseri umani di comprendere qualcosa pur non avendola vissuta, dall’altro espone tutti al rischio di rinunciare allo sforzo per trovarsi in una determinata esperienza, stordendo le facoltà con il mero resoconto narrativo o per immagini dell’esperienza. Poiché noi esseri umani possiamo condividere parole, immagini e conoscenze senza condividere per nulla un mondo di esperienze. Ed è nel mezzo di questo gioco che, allora, emergono le domande-guida per l’insegnante, le domande che devono accompagnare la pratica linguistica dell’insegnare, perché il mondo che circonda, abbraccia e a volte soffoca, l’allievo pullula di equazioni differenziali, di riproposizioni di antichi conflitti tra stati, di leggi economiche, di diritti violati, di figure retoriche, di variazioni sul tema dei grandi classici della letteratura e di sistemi filosofici. Solo che nella presentazione delle conoscenze troppo spesso si dimentica la loro connessione con l’esperienza, troppo spesso noi insegnanti dimentichiamo di ancorare le parole al mondo. Un ancoraggio che non ha bisogno di alcuna alternanza scuola-lavoro, poiché nella didattica non si tratta di far conoscere all’alunno solo il mondo esistente, con quello sguardo presuntuoso e preoccupato che dice solo: guarda cosa ti aspetta fuori da qui. Si tratta allo stesso tempo e ancor di più di lanciare le parole verso mondi che ancora non esistono attraverso un modo di fare didattica che parta dal mondo per arrivare alle conoscenze, avanti e indietro, vicino e lontano, nella scommessa che questo movimento accenda le facoltà dell’alunno. Non soltanto, quindi, preparare a come il mondo è ma dare gli strumenti per elaborare in autonomia il mondo che sarà. Elaborazione che una volta accesa, ha il diritto di fare il suo corso. Un corso che può e deve andare un passo al di là di tutte le conoscenze e di tutte le parole che abbiamo provato a trasmettere, in quelle zone d’ombra del mondo che ancora non sono diventate parola, che ancora non sono state esperite. Perché nella relazione didattica si apprende la funambolica arte di avvicinarsi al futuro e sta agli alunni offrire al futuro parole nuove, così da poterlo rendere manifesto.

È con le parole che possiamo spegnere o attivare il movimento delle nostre facoltà, esplorando modi ancora non esistenti di stare insieme, di abitare una città, di costruire una relazione affettiva
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AC
Armando Canzonieri

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