I valori della letteratura sono i valori della vita. Lo aveva compreso fin troppo bene Italo Calvino quando scrisse le sue “Lezioni americane“, destinate a un ciclo di seminari che si sarebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985-1986. Tuttavia le Lezioni, a causa della morte improvvisa dell’autore, non furono portate a termine né vennero mai pronunciate. Lo scopo di Calvino era quello di delineare alcune specificità della letteratura da non perdere di vista durante il nuovo millennio che –già si prevedeva– sarebbe stato pregno di tecnologia. Era spontaneo allora domandarsi quale sorte sarebbe spettata ai libri in un’epoca che portava con sé un così forte odore di cambiamento e Calvino stesso pensò a sei qualità necessarie per scrivere e per vivere, ma a noi ne sono giunte solo cinque: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Sulla prima, ovvero la leggerezza, vale la pena soffermarsi e per comprenderla appieno bisogna conoscere il suo opposto, cioè il peso. Ciò che è pesante di solito è anche impegnativo e complicato, quindi se si volesse trovare un sinonimo di “peso“ il termine “fastidio“ sarebbe tra i più adatti e si sa che chiunque vorrebbe liberarsi di quel che risulta opprimente o noioso. Al contrario, ciò che è leggero è comunemente avvertito come facile o inconsistente, addirittura superfluo, talvolta non necessario. Quest’ultima opinione non è però del tutto corretta, almeno non secondo la concezione calviniana. Innanzitutto occorre considerare la leggerezza sempre in relazione al peso, come se fossero due facce inseparabili della stessa medaglia: in questa prospettiva solo chi indossa la medaglia può stabilire quale faccia vedere per la maggior parte del tempo. In altre parole, ogni persona ha la capacità di scegliere se far prevalere nella propria vita affanno e paura (peso) o coraggio e spirito d’iniziativa (leggerezza). Esser leggeri dunque non significa evitare o dimenticare i problemi, bensì osservarli con occhi diversi senza farsi schiacciare da una realtà che è spesso e volentieri ingestibile ma che può diventare sopportabile se si acquisisce la capacità di prendere delle decisioni e di effettuare “una sottrazione di peso“ lì dov’è necessario, proprio come faceva Calvino quando scriveva i suoi racconti. È emblematica, in tal senso, la figura del barone rampante, un dodicenne chiamato Cosimo che decide di andare a vivere su un albero a causa di quello che secondo alcuni è un semplice capriccio, secondo altri un atto di resistenza: il netto rifiuto, da parte del ragazzino, di fronte ad un piatto di lumache. Pertanto Cosimo inizia a vagare sugli alberi e a conoscere il mondo alla maniera dei giovani, vale a dire senza convenzioni o grandi divieti, e decide di farlo fino alla fine dei suoi giorni, fin quando non si aggrapperà alla fune di una mongolfiera per essere trasportato in cielo e far perdere completamente le sue tracce. Pare allora evidente che si può, e anzi si deve respingere tutto ciò che provoca disagio, vagabondare per scoprire fatti nuovi ed emozioni autentiche, resistere per non buttare via una passione, un amore o una speranza. Così facendo l’unico rischio che si corre è quello di non essere compresi pienamente dagli altri, sembrando magari strani, buffi o persino ribelli e il più delle volte è probabile che si vada anche incontro a qualche piccolo guaio. Si tratta comunque di un giusto prezzo da pagare in cambio di una leggerezza che consente di preservare l’unicità di ogni essere umano e che somiglia tanto a un’ambita libertà o forse a una sana follia.
Esser leggeri non significa evitare o dimenticare i problemi, bensì osservarli con occhi diversi senza farsi schiacciare da una realtà che è spesso e volentieri ingestibile
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