Per un’idea di leggerezza
Per un'idea di leggerezza
Giovanni Iaquinta Nato a San Giovanni in Fiore, dopo la laurea e la Scuola di specializzazione per l'insegnamento all'Università della Calabria, master e idoneità conseguita allo scritto per il dottorato di ricerca, insegna Lettere italiane e latine al liceo scientifico di San Giovanni in Fiore. Già Assessore comunale alla cultura e al turismo nella città di Gioacchino da Fiore, ha collaborato con giornali e riviste
Difficile, come Gli amori difficili, cogliere il movimento carsico della leggerezza, spesso filiazione di superficialità, nella percezione comune. Non dentro il percorso letterario, complicato e coinvolgente, inclusivo di Italo Calvino sul concetto, il tema, il significato vero che prende forma intorno alla sua idea che "Essere leggeri non significa essere superficiali, ma essere avanti rispetto a chi rincorre l'eccesso". È il punto nodale, lievitante prospettive diverse, di Leggerezza, la prima delle Lezioni americane che, in prima edizione, postuma, uscì per Garzanti a maggio 1988. Un libro monumentale che accoglie sei conferenze che Calvino fu invitato a tenere presso l'Università di Harvard, nel Massachusetts, per il ciclo Charles Eliot Norton Poetry Lectures, calendarizzate per l'anno accademico 1985/1986 e mai tenute, per la morte dello scrittore, a settembre dello stesso anno.
Di là dalla scelta del titolo (Esther Calvino, nella Presentazione per Oscar Mondadori, sottolinea l'opzione casuale di Lezioni americane, mutuata dalle domande estive di Pietro Citati sul progetto americano in itinere), se, in generale, si tratta di originali sei proposte per il nuovo millennio, in Leggerezza si condensa un esaustivo itinerario di letture calviniane, un affascinante alfabeto letterario, una summa tratta dai classici greci e latini, dalla letteratura italiana ed europea per elaborare, con una fitta ed esaustiva esemplificazione, un angolo teoretico sul concetto di leggerezza, per infirmare la declinazione di essa a disvalore, secondo un facile profluvio di stereotipi, e assegnarle "un valore, anziché un difetto" – scrive l'autore, definendo, in quest'ottica, un'associazione con "la precisione e la determinazione".
Che cos'è la leggerezza? "Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza, anzi la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza pensosa e opaca" – scrive Calvino. Che sembra conquistare, con il suo magistero letterario, il lettore alla causa della sua perizia narrativa, dell'opera di ingegneria della parola levigata sull'arte combinatoria lessicale, stilistica, dei modi, come nella più riuscita consuetudine, nella sua opera, di passare da una proposta sperimentale, alla favola, all'esigenza di concretizzare una nuova visione realistica in un periodo concitato del Secolo breve. È una possibile premessa, incline a prestarsi a una possibile chiave di lettura di un testo che si apre a risonanze e incroci con altri testi. Tuttavia, non di facile decodificazione, difficile per l'ambizione di aprire una strada convincente e seducente nel XXI secolo. Una strada, evidentemente, e una sfida planetaria.
Nei dettagli dello scritto che compongono un'enciclopedia a tesi emerge una possente ed elaborata visione critico-letteraria che impone allo sguardo del lettore di indirizzarsi verso una prospettiva nuova, di attenzionare il processo di cambiamento in atto, prima che si consegni al ventunesimo secolo, verso il quale si sente una critica corrosiva sottotraccia che, sebbene sottoforma estetica, di una fitta rete di rimandi ad opere e autori, non dissimula una chiave di lettura anche sociale. E, in questo senso, s'accresce la dimensione di scritto ricercatamente testamentario.
Se Vittorio Alfieri sottolinea che "Leggere, com'io intendo, vuol dire profondamente pensare", la lente di ingrandimento che Calvino colloca nel concetto di leggerezza non è distante dalla stessa idea, cioè leggere con leggerezza, che non significa non pensare o, peggio ancora, perdersi in frivolezze, perché occorre distinguere "una leggerezza della pensosità e la leggerezza della frivolezza". È proprio una grammatica di una buona vita possibile, che concili e accolga serietà e leggerezza, che individui la prima come tratto caratterizzante il pensiero e non contrasti con la forza di esso, che è della leggerezza, dentro la quale c'è l'invito dello scrittore a "guardare il mondo con un'altra ottica, un'altra logica, un altro approccio.
Calvino entra in una galleria di esempi letterari canonici e pregiati e, pezzo per pezzo, tessera dopo tessera ricostruisce un perfetto manuale. Di possibili interpretazioni e di vita, perché no?, rifuggendo la tentazione di atteggiamenti eretici e rimanendo sul piano della mera scoperta e conquista, prediligendo la profondità di testi e autori che, invece, non sono affatto qualsiasi e impongono un accostamento ex professo. Che ricerca, Calvino, e gli riesce assai bene. Con un'appassionante cavalcata letteraria che si ferma sul mito inflazionato di Perseo e di Medusa, antitesi della refrattarietà al cambiamento e a una condotta più morbida e flessibile; e ancora Ovidio e Le metamorfosi, l'imponenza atomistica del De rerum natura lucreziano, Dante, Shakespeare, il Decameron di Boccaccio, Cavalcanti, Kafka, Cyrano de Bergerac, Ariosto, Luciano di Samosata, Kundera, ed è solo un elenco, sebbene copioso, senza essere completo, esaustivo. Un campionario folto di giganti della letteraratura che, in una specie di pellegrinaggio di Calvino non solo nel canone letterario, riconosce il primato a due poeti che portano a sintesi il complicato e, insieme, lineare ragionamento di Calvino: Paul Valéry, che scrive: "Il faut être léger comme l'oiseau, et non comme la plume", cioè "Bisogna essere leggeri come un uccello, non come una piuma", poiché –rimarca lo scrittore nato a Cuba– la piuma cade per forza di gravità, mentre gli uccelli sanno muoversi liberamente, con leggerezza e, sfruttando i venti, hanno consapevolezza e cognizione di dove vogliano andare.
Nel pantheon che traccia Calvino è Leopardi a occupare uno spazio preminente. E la fitta casistica poetica non poteva non ruotare intorno al cielo leopardiano, alla luna. Che è un momento topico della concezione poetica e della combattuta meditazione dell'enfant prodige di Recanati sulla vita e sulla natura umana, sulla vita degli uomini. Così Calvino: "La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna leopardi sapeva esattamente di cosa parlava. Nel suo ininterrotto ragionamento sull'insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell'aria e, soprattutto, la luna". E, a consolidare l'argomentazione, "Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi, ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce". A ruota, gli esempi a illustrazione di quanto asserito: "Dolce e chiara è la notte e senza vento", "O graziosa luna, io mi rammento/che, or volge l'anno, sovra questo colle/io venia pien d'angoscia a rimirarti", "he fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai/silenziosa luna?".
Calvino si domanda quanti fili si siano intrecciati nel suo discorso. Forse avrebbe più compiutezza parlare di nastro trasportatore di tanti suoi discorsi su un filo più forte che li avvolge, ben stretti, a un filo fatto di lucidissima coerenza e sistematicità. E uno stile, il solito, inconfondibile stile di Italo Calvino che impreziosisce i contenuti con livelli sintattici e lessicali che rifuggono le volute fuorvianti, sovrastrutture sempre poco indicate che allontanano la chiarezza, oltre il perimetro del messaggio, al quale uno scrittore sobrio e affascinante come Calvino non sà né vuole rinunciare, perché in questo trova sedimento la sua cifra. Che sa esprimere, in forma d'arte, il caos del mondo. E lo riordina con complessità e quiete argomentativa. Specchio e riflesso di chi è consapevole che soltanto le opere che contano, che fanno discutere e parlare, attrarre o allontanare, possono ambire di raggiungere queste vette, come accade a Lezioni americane, che mettono in circolo forza e bellezza e abbracciano forte il cuore pulsante, Leggerezza, il capolavoro, manifesto programmatico, un testamento imprescindibile per capire le dinamiche liquide e impazzite del Terzo millennio e per investire, più di prima e con più convinzione, su "L'utilità dell'inutile", se soltanto si potesse dire con la vis meridiana di Nuccio Ordine. Andando "In direzione ostinata e contraria", o controcorrente come i salmoni, pur se dovesse significare far finta che ci sia "in mezzo a questo dolore, in tutto questo rumore, un mondo che non c'è", per inseguire le note e le parole di Dario Brunori. In fondo, per certi versi, anche Leggerezza e Lezioni americane Italo Calvino sono contro la paura.
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