LE PAROLE MIGLIORI, A VOLTE, SONO QUELLE NON DETTE
“Prufessu’… peppiaciri: lejiti sulamenti”
Ho un ricordo. È un ricordo olfattivo. Ricordo che passavo le estati dai miei nonni, in montagna, in un villaggio sperduto, ma la casa dei nonni era fuori dal villaggio, quindi noi eravamo ancora più sperduti. In giugno oltre ai miei nonni c’ero solo io, la casa si popolava al sabato fino alla domenica pomeriggio, poi per tutto il resto della settimana eravamo noi tre. Non c’era nulla. In tv solo Rai 1, Rai 2 e Canale 5, qualche vecchio Topolino logoro, letto e riletto, nient’altro, ma era un nulla che mi bastava, che mi riempiva, cui anelavo. Era il 1986/87 e tutto intorno monti, pini, erba, fiori e il lago. Spesso me ne andavo in giro per i boschi e appena potevo mi sdraiavo sull’erba, rivolgevo lo sguardo al cielo, studiavo le nuvole e le fronde dei pini che tremavano al vento, chiudevo gli occhi e un odore selvatico penetrava i miei sensi: era un profumo di origano, timo, salvia, rosmarino, e mi sentivo bene, benissimo. Esistono modi diversi e più o meno articolati per comunicare, tanti sono i linguaggi che mettono in contatto le persone: insegnando agli adulti in carcere ho imparato che le strategie didattiche o finemente comunicative possono essere indefinite. Nelle carceri la didattica squisitamente intesa dal punto di vista della linearità esecutiva, se vogliamo dire cronologica, è ardua: una classe composta da quindici studenti rappresenta sempre una sfida quotidiana, non solo dal punto di vista dell’approccio stratificato o individualizzato, ma semplicemente dal momento che quindici persone sono quindici età differenti, dai 18 anni in avanti, con tutto quello che ciò comporta. La diversità dei soggetti, anche se non legata all’età, è in ogni caso il punto critico dell’insegnamento rivolto ad un gruppo, comunque e ovunque: in carcere il problema si pone, banalmente, dal punto di vista della pura continuità quotidiana. Quindici persone in classe sono un insieme di cui questa mattina: “Giovanni e Marco hanno il campo da calcio, Franco ha il colloquio con l’avvocato, Andrea ha la videochiamata con la famiglia, Pasquale oggi non è sceso, a Salvatore lo hanno trasferito, Marco finalmente lo hanno mandato ai domiciliari, Antonio ha il colloquio con la psicologa, Giampiero non ha dormito per quel problema e ora è in infermeria, Pietro ha iniziato a lavorare e il giovedì sarà sempre assente, Luigi è in permesso... a me professo’, a me lasciatemi stare, che oggi ho avuto la condanna definitiva e non è proprio cosa!” dunque è possibile che ti trovi costretto a dover ripetere gli stessi contenuti per due, tre, quattro... “enne” volte, quanto necessario perché nessuno perda nulla, perché tutti possano andare avanti. Normalmente ad inizio anno stiliamo una programmazione disciplinare che poi nel corso dei mesi, giorno dopo giorno usiamo come guida: la programmazione dunque rappresenta una sorta di bussola, un punto di riferimento in base al quale normalmente mi rendo conto di dove mi trovi e dove stia andando. Durante lo scorso anno scolastico, per la prima classe dell’Istituto Alberghiero, in quanto docente di lettere, oltre ai contenuti consueti (argomenti di grammatica, antologia ecc.), ho voluto che, come in realtà mi trovo spesso a fare nelle scuole “normali” e comunque dal terzo anno in poi, quando lavoriamo su autori e opere, a parlare direttamente, senza filtri, ai miei studenti fossero gli scrittori, ho scelto di inserire la lettura integrale di due opere come classici, due e non una come al solito: “Il gabbiano Jonathan Livingstone” di Richard Bach, e “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Includo sempre la lettura di un classico, che cerco di portare a termine integralmente, ma spesso rimaniamo a metà, poi si torna indietro, si ripete, si rigira, si perde il conto degli “io non c’ero, non l’ho letto...” e degli “andiamo avanti, questo lo abbiamo già letto...” e ci si perde nella spirale dell’incompiutezza, e allora perché inserirne addirittura due? Perché volevo rileggerli io, per me, per me e nessun altro. Le opere d’arte usano un linguaggio universale, semplice, diretto, che si tratti di una scultura, di un dipinto, di una canzone, di una fotografia, di un racconto. E ti rendi conto che l’autore ha fatto centro proprio quando vedi che tra l’opera e chi la osserva non è necessaria alcuna mediazione, il messaggio arriva chiaro, illuminante: è il linguaggio dell’arte, comprensibile nella più disarmante semplicità a chi apre gli occhi, e che ti immerge nel tuo temporaneo e personale stato di grazia. Entro in aula, la classe è incredibilmente affollata, avevo programmato altro ma come farmi sfuggire questa occasione? “Ragazzi, che facciamo? Andiamo avanti col “Piccolo principe”? lo proietto sulla lim, io leggo e voi seguite?” “Prof. va bene, basta che però non parlate!” “...e ma se non parlo come faccio a leggere?” “Professo’ non fate il finto tonto, non dovete fare commenti come sempre, dovete solo leggere!” “Ma certo... come faccio sempre!” “No professo’, leggete e basta, non spiegate nulla, per piacere!” “Va bene... ma se non capite qualcosa...” “Capiamo professo’, tranquillo, capiamo!” Allora comincio, è la prima ora, tra una cosa e l’altra come in tutte le scuole dove ho insegnato alla prima ora vige la regola dei venti minuti: prima che siano passati venti minuti dall’ingresso, di iniziare la lezione non se ne parla proprio. Sono le otto e venti quindi anche questa è fatta: accendiamo la lim e iniziamo. Leggo, i ragazzi sono attenti, sanno anche qual è il punto da cui riprendere la lettura, questo è un buon segno vuol dire che il racconto sta piacendo, del resto me lo hanno detto già esplicitamente. Dopo qualche rigo mi fermo e inizio a spiegare: “Perché... qui... bla bla bla... l’autore... i personaggi... bla bla bla...” e mi bloccano: “Professo’ avevamo fatto un patto, non dovevate parlare, smettetela, per favore: continuate a leggere e basta, che ci piace come leggete!” “Ma... ma se non capite, devo spiegarvi questo, devo chiarirvi quello...” “Professo’ finitela, noi capiamo, capiamo tutto, dovete solo leggere!” A quel punto è inutile ribattere, mi sento male... e se non capiscono? E se non sanno? E se... I miei dubbi sono solo mie paure: le parole sono chiare, è giusto solo dare la corretta intonazione, imporre un registro adeguato alla scena, cercare, anche se non si è attori, di drammatizzare la lettura per quanto possibile, interiorizzare azioni e personaggi fino a renderli visibili, è la forza iconica del linguaggio letterario, che attraverso le parole riesce a dare vita alle figure e creare le immagini che diventano comprensibili a tutti. Riprendo la lettura. “Il piccolo principe... la volpe... la rosa...” Lo schermo sta dietro alla cattedra dunque per leggere devo dare le spalle a tutti, dietro di me non avverto alcuna reazione. “Il mio è un potere universale, dice Sua Altezza...” Nulla, alle mie spalle non si sente nulla. Cerco di sbirciare con la coda dell’occhio, sicuramente Pietro starà leggendo la sentenza, Franco sta con la faccia stampata alla finestra... Pasquale starà scrivendo una lettera a qualcuno... ma quando mi volto tutti sono immobili con gli occhi fissi sul monitor, e infastiditi dalla mia pausa mi fanno cenno di continuare. “L’asteroide... il fiore... i vulcani” le pagine continuano a scorrere, al cambio dell’ora non abbiamo la campanella, guardo l’orologio e vedo che sono già passati cinque minuti dalle nove e la collega sta proprio dietro la porta ad aspettare, la porta dell’aula è in ferro ed è molto spessa, ha una finestrella protetta da un vetro pesante e una grata, a pensarci bene siamo pur sempre in un carcere. Mi blocco: “Raga’, ci dobbiamo fermare, la collega di matematica sta aspettando fuori...” “Professo’, per piacere, la professoressa è una brava persona... ci vuole bene… sicuramente capirà… chiedetele se possiamo continuare e andare avanti… matematica… andate avanti professo’!” Antonella si affaccia alla porta e mi dice: “Tranquillo, continua tu, io aspetto in corridoio, non preoccuparti... sono tutti così coinvolti, mi restituirai l’ora per il compito!” E riprendo, la lettura comincia a stancarmi, sono tutto preso, vado avanti fino alla fine, alle dieci meno dieci c’è la pausa sigaretta, siamo pur sempre in un carcere, ma termino alle dieci meno cinque, nessuno si alza, nessuno si muove, arrivo all’ultima pagina e all’ultima parola, finisco. Dietro di me c’è solo silenzio. Mi volto, tutti sono muti, mi guardano, non parlano, sono concentrati e non parlano. Mi trovo quasi faccia a faccia con Saverio che durante la lettura, non me n’ero accorto, si era alzato e seguiva in piedi per leggere meglio. É un tipo di bell’aspetto, brizzolato, sui 40/45 anni, barba perfettamente segnata, capelli a spazzola in ordine come appena uscito dal barbiere, profumato, mento prominente, sarà alto un metro e settantacinque, indossa un pantaloncino largo sportivo sul ginocchio da cui spuntano due gambine magre magre che male si abbinano ai muscoli gonfi del torace e delle braccia che ne fanno una figura decisamente imponente dalla vita in su. Lo guardo e gli faccio cenno sollevando il capo: “Beh... allora?” Sembra quasi ipnotizzato, mi guarda intensamente e mentre gli occhi di un blu profondo si cerchiano di lacrime, mi dice: “Prof. è bellissimo.” Sento un brivido che mi percorre lungo la schiena, e mentre tutta la classe si abbandona ad un applauso accorato destinato al nostro autore, inspiro con forza e avverto una fragranza che sa di selvatico, un misto di origano, timo, salvia, rosmarino, e mi sento bene, benissimo. Mi preme sottolineare che per la stesura di questo articolo nessun professore/ssa di matematica è stato maltrattato e che, inoltre, tutto è puro frutto di fantasia. Il mio avvocato ha detto così.
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