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DIMMI COME PARLI E TI DIRÒ CHE TIPO DI INSEGNANTE SEI!

21 maggio 2026 6 min

Anni fa un mio collega mi disse, con estrema schiettezza, che dovevo modificare il modo di parlare agli studenti. "Non ti capiscono!" – questo il senso delle sue parole. A ben pensarci, i miei giovani alunni mi guardavano con gli occhi sgranati, timorosi di dirmi se potevo ripetere quanto detto. Se non avessi ricevuto questa dritta le mie parole avrebbero rischiato di cadere completamente nel vuoto! In realtà cercavo di utilizzare un linguaggio più ricercato, ricco di termini che potessero arricchire il loro bagaglio lessicale ma buona parte di loro, abituato, se non al dialetto, a un italiano più accessibile, non riusciva a comprendere pienamente il mio dire. Avevo commesso, nel giro di poco, due gravi errori di valutazione: non aver tenuto conto delle esigenze didattiche della mia classe e non aver, di volta in volta, spiegato il significato dei termini che utilizzavo. D'altronde, questo secondo passaggio, era mancante in quanto non avevo opportunamente "analizzato" quelli che in burocratese chiamiamo prerequisiti. Il loro vocabolario era ancora estremamente povero e io troppo presuntuosa nel credere di essere stata chiara! Anni di studio "matto e disperato" spazzati via con un "non capiscono quel che dici!" Ero stata invitata a parlare in modo meno complesso, trattandosi di una scuola di I grado e con alunni provenienti per lo più da contesti socio-culturali difficili. Quanto imparato teoricamente all'interno di un ateneo non aveva trovato piena applicazione nel contesto reale e il mio tentativo di dare un'immagine di me "erudita" era fallito miseramente! Onde evitare di lasciare l'immagine di una novella azzeccagarbugli dovevo destrutturare un pensiero libresco per strutturarne uno nuovo, utilizzando un lessico di base con valore inclusivo: questo fu il primo reale esercizio pratico nel mio ruolo di insegnante!

Gli studi di Tullio De Mauro, Francesco Sabatini, Luca Serianni, nel corso di questi anni, hanno evidenziato la variabilità numerica del numero delle parole che mediamente conosce un parlante italiano (escluse le parole cosiddette fondamentali). Le ragioni di questa variabilità sono molteplici e i tentativi di colmare queste lacune non sono mai mancati. La povertà linguistica è oggetto di continuo dibattito non solo in ambito accademico o scolastico ma in generale in ogni settore sociale. Dov'è, però, che inizia l'impoverimento? Dai parlanti! E coloro che parlano (e scrivono) siamo tutti noi, nessuno escluso. Perché dunque si punta il dito verso la scuola? Il discorso è complesso e controverso e, senz'altro, non ho minimamente la presunzione di assurgere al ruolo di linguista o sociologa, piuttosto provo a riflettere da insegnante. Quando si entra in una classe l'aspetto culturale di base, comprese le competenze linguistiche, diventa se non determinante, necessario per progettare il lavoro didattico e relazionale. Dico relazionale perché la comunicazione avviene attraverso la relazione che si costruisce con ogni singolo alunno. Il linguaggio che adoperiamo ha una presa notevole sui nostri studenti: ciò che dico e come glielo dico fa la differenza. Mi spiego meglio! Gli alunni spesso si sentono inibiti da una comunicazione distaccata e, al contempo, ricercata lessicalmente. Comunicare su due piani diversi linguisticamente può creare, all'inizio, una frattura relazionale. Se adopero un registro linguistico formale anche per rivolgermi agli studenti al di là della lezione, creo una sorta di divario. Naturalmente questo è ciò che ho percepito nei miei anni di docenza! La comunicazione è alla base dell'insegnamento e il linguaggio è il mezzo con cui concretizzo il mio lavoro. Questo non significa che sia necessario abbassare il livello linguistico, anzi! Bisogna "mettersi all'altezza" dei nostri alunni per consentire di innalzare progressivamente le loro, e le nostre, capacità linguistiche. Negli anni di preparazione universitaria all'insegnamento nella scuola secondaria avevamo molto puntato sull'importanza del linguaggio tecnico delle nostre discipline. Conoscerlo e farlo conoscere ai nostri futuri allievi per elevare la qualità degli apprendimenti e adoperare un lessico disciplinare opportuno sembrava la via maestra. Eppure un campanello d'allarme era suonato quando, durante la simulazione di una lezione nel corso di Letteratura Italiana, utilizzai il termine "sinuoso" per spiegare le fattezze del corpo della giovane Cecilia, protagonista del romanzo La noia, di Moravia. Il Professore mi interruppe rimbrottando non tanto la sua contrarietà a quel termine ma alla mia sicurezza che, in un'ipotetica classe, quel vocabolo sarebbe stato accolto, compreso.

Dopo anni di insegnamento, tra scuola secondaria di II e I grado, ho capito che il linguaggio trasmissivo, non solo meramente disciplinare, implica la chiarezza della lingua stessa. Più termini conosciamo più abbiamo la convinzione di poter meglio spiegare i contenuti. In realtà questa ricchezza lessicale non sempre rappresenta la garanzia di trasmissibilità di pensieri e concetti. L'esemplificazione del linguaggio è necessaria finché non ho posto tutti i miei studenti nella condizione di comprendere il significato di quella data parola. Compreso il senso, viene assimilato il termine! La didattica anche nell'uso del linguaggio ha il suo ruolo predominate. Esemplificare concetti, spiegare parole poco note con altre di uso comune, sviscerare sinonimi e contrari semplicemente per farsi capire. Tra la lingua parlata e la lingua scritta da sempre c'è un divario. La lingua parlata si avvale dell'efficacia comunicativa, dell'immediatezza del messaggio da veicolare. Nello scritto ci si sofferma, o almeno bisognerebbe soffermarsi, sulla chiarezza espositiva, sulla consecutio temporum, ormai abbandonata anche da una certa classe dirigenziale che preferisce sempre più un linguaggio vicino al parlato, per esemplificazione o per presunta efficacia comunicativa. A ben pensarci ravvisare una certa ricercatezza linguistica negli scritti e nelle prove orali è difficile a meno che ci sia intenzionalità, da parte di chi comunica, ad utilizzare forme linguistiche particolarmente alte.

Quale linguaggio dovrebbero dunque utilizzare gli insegnanti per fare presa sui propri studenti? Un esempio è dato dal collega Vincenzo Schettini, professore di Fisica in un Istituto Tecnico - Tecnologico pugliese, youtuber per diletto con il canale La fisica che ci piace. Il motivo del successo? Un linguaggio semplice e accessibile unito a dimostrazioni pratiche degli enunciati spiegati. Il prof Schettini, d'altronde, non è il solo ad avere utilizzato i canali social per spiegare concetti più complessi. Giada Trebeschi, curriculum vitae eccellente, autrice di saggi, romanzi, pièce teatrali, Storica di grande prestigio, è riuscita a rendere fruibili, attraverso mini video di spiegazione, parole tecniche o non più in uso nel linguaggio corrente ma che hanno grande valore storico e semantico e quindi arricchenti la lingua italiana di qualsiasi parlante. La sua rubrica delle parole desuete e dintorni gode di migliaia di visualizzazioni, segno che la curiosità verso la nostra lingua non è mai davvero sopita. Anche in questo caso il linguaggio d'approccio con l'utenza, che abbraccia chiunque e non solo la popolazione scolastica, è improntato sulla semplicità comunicativa.

Ne L'ora di Italiano Serianni diceva che la lingua è il nostro tramite, e che il tramite del docente di Lettere è costruire competenze e sviluppare sensibilità. Leggere e scrivere, abilità di base che ogni studente dovrebbe pienamente padroneggiare, devono essere alimentate attraverso un esercizio costante, attraverso un vero e proprio lavoro intellettuale. La povertà linguistica si combatte attraverso l'impegno, anche o soprattutto di noi docenti, con l'idea che nulla sia vano e che lo studio, come diceva Gramsci, è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.

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Manuela Magnelli
Manuela Magnelli

Redazione

Docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Insegna dal 2004 maturando un'esperienza nelle scuole superiori e sul sostegno.

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