Far nascere i sonetti in carcere
Alessia Genovese
Nove mesi fa ho iniziato ad insegnare nel carcere di Rossano. Quando ho avuto la conferma di questo incarico non sapevo cosa aspettarmi. Cosa avrei potuto fare con "solo" una penna, un foglio e qualche libro. Cosa potevo e non potevo dire. Cosa potevo e non potevo fare. Tante indicazioni, consigli, raccomandazioni. Ma come al solito io ho fatto di testa mia. Sono stata me stessa. La prof Genovese che entra in classe sorridendo, con la giacca colorata, una matita fra i capelli, gli occhi pieni di amore per questo lavoro. Mi chiedevo chi mi sarei trovata davanti. Ho imparato a conoscere i miei alunni e le loro ombre. Alcune che riparano piccoli spazi, altre grandi come oceani. Ho imparato che anche in carcere si può imparare tanto. Loro sono lì perché hanno sbagliato e stanno pagando il loro debito con la giustizia. Non hanno bisogno che chi arriva dall’esterno ricordi loro ogni giorno chi sono. Loro sono lì e combattono ogni secondo con i mostri che hanno in testa, come più volte mi hanno detto. E non sono vittime. Assolutamente no. E poi inizia la lezione: e parliamo del tempo, della libertà e dei sogni. E anche del congiuntivo e del condizionale. "Solo" con una penna, un foglio e qualche libro abbiamo cercato di ricostruire qualcosa che loro hanno perso. Non per sempre però. Qualcuno ci crede di più. Qualcuno sta in silenzio in un angolino e mi osserva. Qualcuno vuole riprendersi in mano la propria vita, iniziando dal diploma, per essere una persona, un papà, un uomo migliore. Qualcuno mi racconta le disavventure in cella per preparare il pranzo domenicale. Qualcuno scrive una lettera al figlio promettendogli di andarlo presto a prendere a scuola o a calcetto. Qualcuno mi chiede com’è andata la mia di giornata. Abbiamo imparato a conoscerci, a lavorare insieme, con poca luce ma con tanta voglia di credere che si può ricominciare anche da una cella, "solo" con una penna, un foglio e qualche libro. E credo che la scuola debba e possa fare tanto per ognuno di loro, anche "solo" con una penna, un foglio e qualche libro. L’esempio tangibile è il sonetto che gli alunni della 1 sezione alberghiero sono riusciti a scrivere guardandosi dentro. E intorno. Dopo varie lezioni sulla poesia e la lettura di alcuni versi di Montale, Leopardi, Ungaretti e Saba, ho lanciato loro la sfida di improvvisarsi poeti per un giorno. I corsisti hanno lavorato insieme con entusiasmo (applicando il famigerato cooperative learning) e insieme hanno dato voce alle loro emozioni facendole diventare parole, suoni, ponti di speranza. La sfida l’hanno vinta. La poesia è stata capace di sprigionare bellezza e illuminare, anche solo per qualche ora, il buio delle loro menti. E delle loro celle.
Mi sono laureata in filologia moderna nel 2015. Insegno dal 2018 nelle scuole medie del Nord Italia, dal 2021 lo faccio in Calabria. Amo leggere e scrivere e sono appassionata di epica classica
IL SOLE DIETRO LE SBARRE
La mattina il Sole a strisce sveglia la mia testa. Capisco, Ricordo, So dove sono e dove non vorrei essere. Penso sempre. Forse troppo. A ciò che avevo e al poco che mi resta. Esco dalla mia cella. Non è cambiato nulla. So dove sono e dove non vorrei essere.
È Mezzogiorno. Il Sole è alto. Nessuno mi chiama. Tremo e Spero. Spero e So. Conosco il mio Passato. Cerco di cambiare il mio Futuro. Avverto il rumore. Si mangia. Ma niente ha il Sapore di Casa. Tremo e Spero. Il Sole tramonta. Sento di nuovo il rumore. Non vedo altro che un muro.
È il buio totale. Ancora più forte avverto il silenzioso rumore. Che sarà? Che succede? Dove sono? So. Non Spero. Ma Tremo. La chiave gira: il Silenzio cala. La Libertà è sognata.
Risorge il Sole, è sempre a strisce. Non sento l’Odore. Inizia un nuovo vecchio giorno. So. Non Tremo ma Spero. La chiave gira: il rumore risuona. Sento l’odore della Libertà desiderata.
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