L’esercitazione
Era cominciata un'altra giornata di scuola: noia mortale. Voglia di lavorare: zero!
Appello, scontate considerazioni su interrogazioni di fine modulo, verifiche. Nessuno che avesse studiato. Era la fine della prima ora, quando il Prof si decise a portarci in sala computer. Assegnò un’esercitazione su quanto spiegato la settimana prima. Nessuno ricordava granché. Il Prof disse che chi avesse superato bene quella prova, avrebbe potuto anche essere valutato, con l'aggiunta di qualche domanda dal posto, chi no, avrebbe dovuto aspettarsi l'interrogazione prima della prova scritta. Silenzio, mugugni, gestacci ciò che ne seguì. Io volevo comportarmi bene: lo avevo promesso a mio nonno. Lui era uno dei pochi che mi dava fiducia, anziché darmi in testa dicendo che ero svogliato, che mi sarei trovato male nella vita, come dicevano mio padre e gli altri.
Ma che potevano saperne della vita che avrei fatto io? Di quello che avrei voluto fare, se non lo sapevo ancora neppure io stesso? Mio padre discuteva con suo padre, mio nonno, dicendo che se mi prendeva sempre con le buone, mi sarei sentito autorizzato a non far nulla; mia nonna contrastava con le idee di mio padre, ma sgridava mio nonno, dicendo che non si doveva impicciare della mia educazione: era compito dei genitori. In realtà temeva che mia madre non accettasse la sua ingerenza. Gli altri nonni davano ragione alla figlia, mia madre, che mi vedeva già sulla via della perdizione, perché "solo se studi come tua sorella- (dalla mattina alla sera)- riuscirai nella vita!". Lei, mia madre, in realtà, non aveva poi studiato molto e pensava, in maniera riduttiva, che lo studio fosse quello che si fa sui libri, mentre io sapevo che si studia in molti modi, anche senza stare su un libro, inteso come volume di carta stampata. Ma non era l'unica, insieme ovviamente a mia sorella, a pensarla così. Anche quell' antipatica della sua amica, che il tempo libero lo passava a vedere serie TV, credeva fosse quello l'unico modo di studiare. Studio che entrambe facevano, quando erano insieme, tra una laccatura di unghie reciproca, simulando uno studio di estetista e una seduta dal parrucchiere, dove si recavano perché era il più in voga, ma che mi sembrava acconciasse loro i capelli in una foggia ridicola… Ma era quella che piaceva a loro e alle altre amiche del gruppo, che facevano a gara a colorarsi la testa secondo le mode del momento!
A me di fogge di capelli e tatuaggi non interessava granché. Fosse stato per me, le ragazze come mia sorella e le amiche sarebbero rimaste zitelle (come diceva mio nonno). Comunque mio nonno non giudicava: era uno evoluto. Non come i miei Prof, che -uno peggio dell'altro- non facevano altro che esprimere giudizi anche su ciò che non riguardava la loro professione o materia… Si sentivano "educatori". Erano sempre loro nel giusto. Non erano però d'accordo neppure tra loro e ciò era palese, su diversi argomenti. Quanto a noi della classe, non so dire cosa pensassimo l'uno dell'altro. Così divagando, ero andato ormai ben oltre la prescrizione della traccia e digitavo, pur essendomi completamente astratto da tutto, cercando di trovare riferimenti e connessioni tra le molteplici parole, che mi illuminassero sulla questione che dovevo trattare. All'improvviso cominciai a leggere qualcosa che non avevo scritto io, ma mi compariva come se lo avessi fatto. Mi domandavo come fosse possibile, anche perché ciò che si componeva sulla schermata mi andava benissimo e sembrava completare il mio pensiero. Poi, come in una normale discussione, comparve una frase che metteva in crisi quanto io avevo affermato e qualcuno altro aveva completato. Cominciai a domandare per iscritto chi fosse in collegamento e mi risposero in quattro. Nomi che conoscevo. Erano persone della mia classe, ma anche di un'altra con cui non avevo rapporti. Avevo la tentazione di scrivere che cosa stessero combinando, come fosse possibile che fossimo collegati, ma temevo di rovinare l'incantesimo di questa collaborazione non voluta e, utilitaristicamente, pensai che mi sarebbe convenuto continuare questo gioco. Si inserirono altri che pensavano diversamente da me e da quanti in precedenza avevano già scritto cercando di dare la giusta dimostrazione, richiesta dal Prof nella traccia assegnata. Mi accorgevo che erano punti di vista interessanti e molto più intelligenti apparivano le soluzioni. Se le avessi fatte mie, avrei fatto certo un figurone; ma il Prof si sarebbe accorto che non poteva essere solo lavoro mio… Non sapevo come uscirne. Intanto si scrivevano sul mio schermo pensieri non miei, che però poi apprezzavo e desideravo lo fossero e cominciai a voler capire e anche a vedere in faccia chi fossero le persone che scrivevano quelle cose, con le quali, chissà come e perché mi trovavo ora in connessione e di cui apprezzavo il punto di vista. Ma ero in connessione in che modo? Con quale tipo di rete e chi si era connesso? Erano persone vere? Coetanei? Più grandi, universitari? Le soluzioni possibili al quesito posto dal Prof si moltiplicavano e io stavo passando da una situazione di soddisfatto menefreghismo ad un sottile stato d'ansia, temendo di essermi cacciato, senza volerlo, in una qualche situazione illegale. Tuttavia, mi sentivo come parte di una intelligenza universale… Ma era umana o artificiale? E io come avevo fatto a ritrovarmi mescolato in questo universo di molteplici visioni e soluzioni di quel problema che inizialmente mi sembrava avesse una sola possibilità e adesso mi manifestava un' infinità di possibili sfaccettature? Io che, nella mia limitatezza, avevo visto solo una faccia delle cose, all'improvviso era come se vedessi tutte insieme le molteplici facce di un prisma, ossia le molteplici interpretazioni… E incominciai ad avere paura di una verità nascosta che si produceva ai miei occhi solo grazie al punto di vista degli altri, e chissà quali altri… Un gioco che però si faceva interessantissimo! Pensai che questa era la scuola che avrei voluto, anziché le sonnolente lezioni, senza alcun guizzo di intelligenza creativa, che ci venivano propinate… intervallate dal suono della campanella, cui seguiva una voce monotona che partiva da dietro una cattedra. Ora capivo finalmente che il progresso dell'umanità doveva davvero essere scaturito dal confronto e che aveva impiegato secoli per l'impossibilità dei più a dialogare. Io ora dialogavo col presente, vedevo il passato, immaginavo la molteplicità futura. Quando stavo facendo questa riflessione, il Prof, guardiano, era tornato indietro per vedere come mai non fossi in classe, ma delle cose che avrei voluto dirgli, mi uscì solo una parola: "Molteplicità", dissi. E me ne andai”.
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