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La violenza a scuola e la solitudine nella moltitudine

21 maggio 2026 4 min

Docente di Diritto ed Economia nelle scuole secondarie di secondo Grado

Raccontare o commentare quanto mi è successo all’uscita di scuola il 6 Maggio 2024 non è facile.

Ricordo i momenti prima e dopo l’episodio, ma di quei pochi minuti cruciali niente, se non la visione violenta di una scarpa che mi sfiora la testa più volte.

Prima, ricordo una discussione in classe con uno studente, per un voto.

Dopo, di essermi trovato in presidenza frastornato, con il viso e gli occhiali coperti di sangue, senza ricordare come e perché fossi arrivato là.

Qualche minuto dopo arriva il medico del 118, seguito dai carabinieri, e vengo portato al pronto soccorso. Da quel momento l’anonima giornata di un docente si trasforma, divento mio malgrado una vittima del sistema malato, di quella scuola violenta di cui ogni tanto avevo letto su internet o sui social; una scuola che è diventata un campo di battaglia, non più il luogo dove si costruiscono relazioni positive, si trasmettono conoscenze e acquisiscono competenze. Solo che stavolta il protagonista sono io, e penso a me stesso come se fossi un estraneo.

Dal pronto soccorso mi spostano in diversi reparti per vari controlli. Dopo qualche ora ritornano i carabinieri per raccogliere una prima informativa. Riferisco di non ricordare niente dell’accaduto; al contrario, sono loro che, avendo acquisito il filmato delle telecamere di sorveglianza della scuola, mi dicono di non aver mai visto un’aggressione così violenta contro una persona a terra e impossibilitata a difendersi.

Rimango in osservazione al pronto soccorso fino alle ore 12 del giorno dopo. Uscito dall’ospedale mi reco dai carabinieri per sporgere denuncia, non per sete di vendetta, ma semplicemente perché la visione dei calci sopra la mia testa mi rincorre. Mi rincorre il pensiero che un ragazzino privo di scrupoli, per dimostrare al resto della classe che lui non può essere giudicato da nessuno, che è lui a decidere il suo voto e le regole della vita scolastica, si è accanito contro la mia persona per sopprimerla.

Perché è successo? Potrei iniziare interrogandomi su cosa ho sbagliato, per poi analizzare il ruolo delle famiglie, dei social e finire con pormi le domande di rito sul ruolo della scuola in questa società. Ma a queste domande (visto che episodi simili si verificano sempre più spesso) sono stati in molti a tentare di rispondere, senza indicare soluzioni soddisfacenti. Intanto il telefono squilla, tutti commentano l’accaduto e ognuno suggerisce risposte a quelle domande a cui io non so rispondere. Anche nei giorni successivi è un continuo susseguirsi di telefonate; reti televisive che mi chiedono interviste (che rifiuto), colleghi e alunni che manifestano la propria solidarietà. Solidarietà che accetto, ma che dura giusto il tempo di una telefonata, e mi lascia una profonda amarezza. Ai ragazzi rispondo che il rispetto per i docenti va manifestato tutti i giorni, non con un silenzio complice o peggio partecipando ad atti di bullismo verso i compagni e verso gli stessi docenti, e che la solidarietà postuma non serve a nessuno, non sana comportamenti sbagliati, non restituisce dignità alle vittime di ogni tipo di violenza.

Per quanto riguarda i colleghi, invece, mi ha amareggiato il fatto che, esclusa la telefonata di rito, non vi sia stata alcuna vera reazione all’accaduto; non una iniziativa, uno scritto, non un atto formale né un’azione forte per condannare il gesto compiuto dall’alunno. Come può il corpo docente riconquistare dignità e autorevolezza se davanti ad un evento di questa gravità non riesce ad esprimere unanime dissenso con un atto altrettanto forte? Certo, la scuola è paralizzata dalla burocrazia, ma anche da quello che è diventata; i docenti e i dirigenti sono ostaggio del mercato delle iscrizioni, e prendere una posizione netta è diventato quasi un azzardo, anche se si tratta di difendere le regole del vivere civile e la missione stessa della scuola.

Le ferite del corpo sono guarite dopo un paio di settimane, ma ho deciso di non rientrare a scuola per la conclusione dell’anno scolastico. Come docente ho provato un senso di angoscia e solitudine, che mi ha profondamente turbato. Come ritornare nello stesso luogo di quella brutale aggressione, dopo una così violenta cancellazione della mia dignità personale e di quella del mio ruolo? Il mio aggressore è stato sospeso dopo due convocazioni del Consiglio di Istituto, e bocciato a fine anno, ma questo non mi ha fatto sentire più tutelato. Da parte della famiglia del ragazzo non vi è stato alcun contatto con me, né alcuna manifestazione di pentimento per l’accaduto. Per questo motivo, da docente di Diritto che crede profondamente nel valore della legalità e della difesa delle istituzioni, ho deciso di portare fino in fondo la mia denuncia al Tribunale dei Minori, con la speranza che il percorso legale possa servire quanto meno come esempio, e stimolare una maggiore consapevolezza in tutti gli attori di questa vicenda.

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FP
Franco Parrilla

Collaboratore

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