di Alex Corlazzoli Giornalista, maestro, scrittore, viaggiatore. Scrive per “Il Fatto Quotidiano” dove tiene anche un blog; “Focus Junior”, “Focus Scuola”; “Scarp de Tenis” e “Conflitti”
Kaur in aula è seduto accanto a Mohamed ma di là che entrambi non fanno religione, nessuno dei due conosce l’identità dell’altro. Viola è vicina di casa di Zian eppure entrambe festeggiano Babbo Natale che è arrivato dagli Stati Uniti mentre Santa Lucia la celebra solo Viola. I genitori di Marco vanno spesso a comprare la pizza d’asporto dal papà di Abdul ma di lui sanno solo che è egiziano e lui che è ormai il pizzaiolo del paese non è nemmeno mai stato a Napoli. La verità è che viviamo senza conoscerci, in maniera indifferente. Abbiamo imparato ad ignorarci per convivere senza accorgerci che senza sapere siamo destinati a uno scontro. Per anni, in nome della globalizzazione (parola che andava tanto di moda all’inizio di questo secolo) e dell’inclusione, abbiamo fatto dello straniero un’immagine patinata; abbiamo guardato all’immigrazione polarizzando il pensiero tra chi era contro e chi a favore. Hein de Hass, direttore dell’International Migration Institute dell’Università di Oxford che ha scritto “Migrazioni, la verità oltre le ideologie”, afferma che sia la Destra che la Sinistra hanno fallito e che c’è in atto uno scontro ideologico che perde di vista la realtà.
Lo sa bene chi a scuola osserva le classi con un occhio alla sociologia e all’antropologia: i nostri bambini hanno accolto i “nuovi arrivati” facendo loro da maestri d’italiano giocando a calcio all’intervallo ma alle feste di compleanno Sonia non invita Kaur e così a “Diwali” quest’ultimo non dice nulla alla compagna italiana. Non solo. La presenza dello “straniero” nelle nostre classi anziché farci capire la ricchezza della diversità pur restando noi stessi in cambiamento ha accelerato un processo di perdita della nostra memoria, ha sacrificato i nostri valori pur di non accogliere quelli degli altri. Il risultato è che del Crocefisso appeso in classe non frega più nulla né agli italiani e tanto meno ai migranti. L’eccesso di difesa – patrocinato da certi partiti – ha portato ad una forzatura della cultura che non è servita a nulla. Prendiamo la questione del crocefisso. Dire che esprime la radice cristiana dell’Italia e dell’Europa è assolutamente contrario al significato universale espresso dal cristianesimo. Ma oggi un bambino italiano o straniero non sa che la morte di Cristo non è condivisa dai protestanti che non ne contemplano l’esposizione. Scrive Franco Cassano ne “L’inquietudine del pensiero”: “Nessuna differenza se dichiara con sincerità la propria intenzione di convivere con le altre, può rimanere quella che è, seduta sulla semplice riproduzione di sé stessa. Confrontarsi con l’altro implica infatti una dinamizzazione, una rottura necessaria con gli equilibri precedenti, la nascita di dimensioni nuove all’interno di ognuna delle figure in relazione”. Ecco allora che la Scuola non può continuare ad essere il luogo dell’inclusione o dell’integrazione solo perché Zian è seduta accanto a Viola. Abbiamo bisogno di insegnanti che sappiano far incontrare le persone senza pensare che le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo. Questo incontro può avvenire solo se ciascuno si fa “commerciante” della propria identità. Fino a qualche anno fa il 4 ottobre in ogni scuola si festeggiava San Francesco, patrono d’Italia. Da qualche tempo la sua storia non è più conosciuta da nessuno, quel giorno passa come un altro. Non si studia più, non si scrive più nulla sul quaderno di quell’uomo di Assisi che ha fatto la storia nel mondo e non solo dell’Italia. E così tutti perdono.
La presenza dello straniero nelle nostre classi anziché farci capire la ricchezza della diversità pur restando noi stessi in cambiamento ha accelerato un processo di perdita della nostra memoria
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