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La costituzione ci parla di identità e disegna una scuola virtuosa

21 maggio 2026 4 min

di Gennaro Ponte Ama definirsi “docente in attesa di convocazione e sociologo prestato al diritto. Per la legge è un assistente sociale specialista, per la gente un divulgatore”

Mi sono stupito nel constatare il desiderio di un ritorno del Duce, in seguito al rapimento della piccola Sofia; in fondo, parafrasando i contenuti di uno dei commenti Facebook che più mi ha scosso, se ci fosse stato lui (Mussolini n.d.r.), certe cose non sarebbero accadute. La volontà, sempre più avvertita, di rivedere l’Uomo forte al comando, di diffondere le dicerie prive di fondamento che si susseguono instancabilmente sul Fascismo, mi ha fatto vagliare la possibilità che nelle aule non si sottolinei abbastanza che il Fascismo, il Nazismo e tutti i regimi totalitari, che opportunamente la storiografia più avveduta inserisce nei cosiddetti “fascismi”, sono stati un crimine, non un’opinione.

Se tanti ragazzi non riescono ad apprezzare la bellezza di vivere in democrazia, di esprimere liberamente il proprio pensiero, di recarsi alle urne, probabilmente c’è qualcosa che non va nel processo di trasmissione non solo dei fatti storici, ma anche dei valori democratici, di quel nucleo incomprimibile di principi fondamentali che danno anima e forma alla Costituzione italiana.

Sarebbe troppo facile demandare la funzione di formare i cittadini ad una singola disciplina, l’Educazione civica, tornata in auge nel 2019, per assicurare “la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società” (Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, 2024).

Una materia che non può evitare di dialogare con la Storia, con la Geografia, con l’Italiano, non solo per essere valorizzata, ma anche perché i profili sociali, giuridici e civili non si possono comprendere senza scavare nel passato, senza la capacità di orientarsi e se non si comprende che la libertà passa anche dalla conoscenza delle parole.

A proposito di parole, all’interno dei documenti ministeriali e nelle dichiarazioni dei rappresentanti del Governo in carica è stata ripresa il lemma “Patria”.

Francamente, ritengo si tratti di una scelta ideologica che, mi auguro, non riesca a esprimere un certo conservatorismo e una vigilante nostalgia di un ventennio che voglio soltanto evocare.

Sulla base di tali premesse, si potrebbe dar ragione a chi denuncia un’involuzione identitaria della Scuola, come fa, ad esempio, il pedagogista Massimiliano Tarozzi. Io preferisco adoperare maggiore cautela e pensare a un sistema scolastico che diviene una dimensione privilegiata per lo svolgimento della personalità dei soggetti e in cui la persona umana trova l’humus culturale per emergere come valore assoluto e come meta effettiva degli sforzi dei Padri e delle Madri Costituenti.

Credo con forza in un’istruzione pluralista, democratica e capace di fornire spunti critici per leggere il mondo, per garantire il passaggio da derive ego (egocentriche, accentratrici, egoiche, chiuse) a dinamiche eco (ecologiche, ambientaliste e pacifiste).

Solo un’istruzione così concepita può donare agli allievi “strumenti per sviluppare conoscenze, abilità e competenze per essere persone e cittadini autonomi e responsabili, rispettosi di sé, degli altri e del bene comune”, come previsto dalle Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica.

È dal rispetto di sé che principia il concetto di identità.

Infatti, per quanto il termine sia polisemico, sfuggente e criticabile, in prima battuta, rinvia alla comprensione e all’accettazione sia del Sé, che dei gruppi in cui si è inseriti.

Non è un caso che, quando si ragiona di identità, si richiamino immediatamente i concetti di auto - riconoscimento e di riconoscimento.

Non è questa la sede per analizzare compiutamente le tante sfaccettature di questi termini; tuttavia, non si può non evidenziare il carattere processuale e dinamico dell’identità che vede nell’Altro un’occasione per rintracciare il suo significato più profondo e autentico.

La scuola, allora, insegni a convivere, a vivere insieme. Scrivendo ciò ho quasi la pelle d’oca, poiché mi assale il pensiero di essere tacciato nuovamente come colui che alimenta ricadute teoretiche.

Ah, se chi mi critica con il sorriso e un po’ di sdegno sapesse che la parola teoria rimanda all’atto di guardare. Ah, se si desse più importanza alle teorie non inseguendo il mito dell’operatività a ogni costo. Forse, vivremmo in un mondo in cui i giovani sarebbero più in grado di guardarsi dentro e di scoprire la propria vocazione!

Se tanti ragazzi non riescono ad apprezzare la bellezza di vivere in democrazia, di esprimere liberamente il proprio pensiero, di recarsi alle urne, probabilmente c’è qualcosa che non va nel processo di trasmissione non solo dei fatti storici, ma anche dei valori democratici
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