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Per una scuola plurale e aperta

Giuseppe Bornino intervista Espérance Hakuzwimana

21 maggio 2026 8 min

Giuseppe Bornino intervista Espérance Hakuzwimana, fresca autrice di “Tra i banchi di scuola. Voci per un’educazione accogliente” per i tipi di Einaudi

– Cosa vuol dire valorizzare (e non difendere) l’identità, in chiave plurale, tra i banchi di scuola?

Bello parlare di valorizzare e non difendere l’identità. Il valore delle parole lo immagino molto corale all’interno della nostra cultura e quotidianità. Mi rattrista molto vedere come certe parole vengano, attraverso certi escamotage politici, veicolate in maniera subdola. Se c’è una cosa che ho capito dell’identità è che si tratta della cosa più intima che abbiamo. Accogliere la nostra identità significa accogliere il fatto che siamo in costante trasformazione. L’esempio che faccio sempre è legato al modo in cui ci definiamo. A 15 anni non sapevo come definirmi perché, avendo vissuto in un contesto completamente bianco, il termine “nera” è come se mi fosse sempre stato “sottratto”. A 20 anni ho trovato il termine afro-italiano (termine ancora molto “carente”) e, poi, afro-discendente (termine più ampio, “figlio” di una diaspora, frutto tragico di una guerra civile). Per me, è sempre stato fondamentale mantenere questa ampiezza lessicale e concettuale. La coralità che ho cercato nel mio ultimo libro l’ho ritrovata, qualche anno fa, nella lettura di “Venivano tutte per mare” di Julie Otsuka che racconta l’esperienza delle donne giapponesi del Primo Novecento che vanno negli USA per sposare mariti che non hanno mai visto, narrando, passo dopo passo, questo loro essere sradicate dalla terra d’origine e quanto il sogno americano, in realtà, si stesse trasformando in un incubo. Ecco, il mio libro parte un po’ da qui, da questa esigenza corale di raccontare che cos’è la scuola, anziché la mia esperienza individuale, partendo dalle persone che ho conosciuto. In questi anni di esperienza nelle scuole, infatti, facendo laboratori e occupandomi di formazione, ho incontrato tanti alunni e insegnanti e le loro voci mi sono risuonate dentro, le loro gioie, identità e sofferenze. La scuola è un luogo che dovrebbe essere accogliente e aperto per tutte e tutti, ma dove tutte e tutti si incontrano soprattutto nella fatica, nell’assenza, nel non essere viste e visti. Ebbene, questa voce unica che grida “non mi state vedendo nella fatica, nella mia voglia di esserci, di affermare la mia identità” sentivo che doveva essere raccontata e ho cercato di farlo nella maniera più polifonica possibile.

– Quanto la scuola è specchio fedele di una società che fatica ad accettare il suo essere radicalmente multietnica?

C’è una differenza da fare, secondo me, tra la Scuola e la comunità educante. La Scuola arriva dalle dichiarazioni di Valditara, vuole essere qualcosa di immobile, che rischia di cristallizzarsi, una scuola piena di mancanze. Molti insegnanti che ho conosciuto, lungo il mio percorso, hanno ravvisato enormi falle nella formazione e, una volta giunti tra i banchi di scuola, si sono trovati impreparati. Quello che c’è scritto sui libri e che ti insegnano all’università è valido solo fino a un certo punto. Poi, quando arrivi sul campo, le cose sono ben diverse. Ecco, rendersi conto che fin dalla tua formazione ci sono dei buchi neri ti porta ad avere un approccio che traballa. La Scuola, che non è la comunità educante, non si rende conto che sono passati 20-30 anni rispetto alla sua idea (ormai anacronistica) di innovazione. E non sto parlando solo della questione tecnologica, comunque estremamente importante in quanto crea divari sensibili, ma, soprattutto, della lontananza dal mondo, da quello che accade. Andando nelle scuole, in quest’ultimo anno, e provando a parlare, per esempio, di quello che sta succedendo a Gaza o in Ucraina, ho riscontrato molto spaesamento sia nelle studentesse e studenti che negli insegnanti, per cui un’amara burocrazia (e tempi ristretti) non consentono loro di arrivare in classe e leggere il giornale, commentare quello che avviene fuori dalle classi. Il mondo reale, però, continua a esistere. Le studentesse e gli studenti, con i loro corpi, portano questo mondo all’interno della Scuola. Il problema subentra quando non ci sono strumenti, parole adeguate e tempo per accoglierlo questo mondo. Il mio libro non è contro gli insegnanti o contro la Scuola, ma un libro “per” la scuola, per creare possibilità reali di scambio, al di là delle lezioni ordinarie. Cosa succede, infatti, quando suona la campanella, cosa ci perdiamo degli studenti? Noi li salutiamo e, poi, tornano il giorno dopo. E non per questo, però, smettono di essere parte della comunità educante, ma lo rimangono per tutto il tempo, anche fuori dalle classi. Ognuno torna a casa percorrendo strade diverse. I nostri vissuti sono tutti diversi, così come le nostre esperienze. Non c’è una gara a chi sta peggio o meglio. Tutte e tutti siamo stati discriminati o abbiamo provato il disagio della sofferenza. Il problema è che non ci stiamo dando la possibilità di parlarne, creando lo spazio di cura e ascolto adeguato. La Scuola è l’unico spazio in cui ci si può fermare a pensare, in un tempo che sembra infinito, in un tempo che sembra una “perdita di tempo”. Gli alunni stessi, sempre di più, provano a sfruttare spazi di riflessione autonomi (assemblee, momenti di incontro e socialità), ma, poi, è un lavoro comunitario quello che deve essere fatto. Sui social delle studentesse e studenti non compaiono analisi o riflessioni su ciò che accade nel mondo. Per questo, un video come quello di Elon Musk che fa il saluto fascista deve essere portato sulla LIM e commentato, per darci opportunità concrete di riflettere su ciò che avviene fuori dai cancelli di scuola. La scuola deve essere un posto dove ci educhiamo al nostro presente, dove fare emergere il nostro bisogno di collettività e di creare un tempo della cura.

– Nel tuo ultimo libro, sono le voci di studentesse e studenti stessi a costruire i presupposti per una scuola ospitale. Cosa ti ha lasciato e insegnato ascoltare queste testimonianze dirette?

Vado nelle scuole principalmente con i progetti legati ai miei libri e cerco di allargare a tutti gli indirizzi, nonostante le indicazioni delle case editrici. La cosa molto bella è riuscire a costruire un buon dialogo e un buono spazio di cura. I ragazzi, se messi a loro agio, si aprono, anche in tutta la loro vulnerabilità. Mi è capitato di ascoltare le esperienze di ragazzi adottati e di assistere alla sorpresa di docenti che scoprivano l’esistenza di queste situazioni lì, sul momento, grazie alle sollecitazioni del mio laboratorio. C’è molta voglia di ascoltare ed essere ascoltati, come degli esseri umani fatti e finiti e non alla stregua di menti che devono essere riempite. Le ragazze e i ragazzi vogliono la verità. Hanno bisogno di chiarezza e trasparenza. Anche alle scuole primarie, se mi è capitato di dover parlare del genocidio del Ruanda, non mi sono sottratta, perché la verità deve venire prima di tutto, basta sapere sempre trovare le parole adeguate per comunicarla. Studentesse e studenti hanno bisogno di sapere, inoltre, come funziona il passaggio tra il sogno e il lavoro concreto. Accorciare questa distanza è fondamentale, così come parlare della questione del fallimento, del “far fatica”. Personalmente, pur essendo autrice che pubblica per case editrici importanti, non ho certo superato, grazie a questo, le contraddizioni legate al mio essere razzializzata e al mio essere donna. Ogni giorno sto dentro questa complessità. Vogliono sentirsela raccontare questa complessità. Mi è capitato molte volte, dopo gli incontri formativi, di ricevere messaggi, a giorni di distanza, da diversi studenti che si complimentavano per i momenti trascorsi insieme. Questo è un elemento importante di metabolizzazione e crescita. Alla mia epoca neanche lo sapevo, ad esempio, che gli scrittori potevano venire nelle scuole. Mi piace tantissimo come guardano e l’attenzione che prestano quando gli insegnanti interagiscono con me, in qualità di “estranea”. I laboratori di scrittura, in particolare, danno sempre grandi soddisfazioni perché la scrittura è un modo di tirare fuori qualcosa, anche da parte di chi reputa, a torto, di non saper scrivere o di non avere nulla da dire. Tutte e tutti, invece, hanno sempre qualcosa da dire e condividere.

– Quanto ti preoccupa l’attuale gestione politica dell’istruzione pubblica?

Mi preoccupa molto. Il grande privilegio che ho, però, andando in giro per le scuole, è incontrare gli insegnanti che non hanno piena consapevolezza di come risolvere questo problema, ma sono delle “micce” da innescare ed è bello pensare, ogni volta che mi cimento nei corsi di formazione e nei laboratori, che, guardandole dall’alto, tutte queste “micce” possono dare vita a un falò. Il punto è che molto spesso gli insegnanti sono sparpagliati e si sentono soli. Parlare con loro, però, dà speranza e contribuisce a circoscrivere una preoccupazione che, in ogni caso, esiste. La mia preoccupazione, da un anno a questa parte, è quella di costruire, ogni volta che si entra in relazione, una comunità, virtuale o reale che sia. Questo mi permette di non farmi sopraffare completamente dalla preoccupazione. La comunità è riconoscere chi può fare cosa e trovare vie altre, escamotage per autosostentarsi a livello emotivo e pratico. Tutto questo mi permette di circoscrivere questa grande preoccupazione.

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