Sullo sfondo un altare su cui sono disposti i bambini di una scuola primaria. Fai fatica a distinguerli perché hanno tutti lo stesso abbigliamento: maschi e femmine con un maglioncino rosso, un paio di jeans e un cappello di Babbo Natale. Alti e bassi, di prima o di quinta, “carrozzati” o meno, musulmani, evangelisti o cristiani, (cattolici, protestanti o ortodossi) non ha importanza, perché sono lì, tutti insieme, intonati o senza orecchio musicale, per vivere senza differenze un momento di gioia comune. E se fra uno stacco ed un altro di una canzone, un bambino con disabilità riesce a portare il suo augurio di pace mentre un alunno senegalese ed un’altra pakistana leggono in sottofondo, allora la scuola è riuscita a raggiungere il gradino più alto degli obiettivi relativi alle competenze sociali e civiche come del resto richiamano le recenti “Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica”. “Rispettare ogni persona, secondo il principio di uguaglianza e di non discriminazione di cui all’articolo 3 della Costituzione; conoscere il principio di uguaglianza nella consapevolezza che le differenze possono rappresentare un valore quando non si trasformano in discriminazioni” sono obiettivi su cui deve puntare la scuola primaria. Come può dunque la diversità affermarsi positivamente nel processo di costruzione dell’identità?
L’identità è la percezione distintiva di un soggetto, vale a dire quella realtà per la quale ci si sente di appartenere ad una determinata identità e come tale dagli altri è diversamente percepita e ancora, l’identità si colloca su due versanti, uno interno caratterizzato da elementi costitutivi ed uno esterno con tipici elementi distintivi. Il primo fa rapporto agli elementi costitutivi dell’identità, mentre il secondo si riferisce ai suoi elementi distintivi, che identificano i soggetti che si riconoscono in una specifica identità.
L’altro è dunque parte integrante della mia identità: l’io non esiste se contemporaneamente non scatta un processo di affermazione interna e di differenziazione esterna. L’alterità è un modo per conoscere se stessi e costruire la propria identità, acquisendo un dato essenziale di se stessi; all’interno dell’alterità vi è un problema, quello della diversità, in quanto la prima percezione di cui noi ci impossessiamo è la divergenza dell’“io che sono nell’altro” e “dell’altro che è in me” e viceversa.
L’istituzione finalizzata alla differenza, al dialogo e al confronto interculturale è la scuola, grazie alla molteplicità di esperienze educative che consentono di educare alla diversità, con la diversità e attraverso le diversità. Ed è a scuola che i bambini possono acquisire quel pensiero nomade e migrante che è, appunto, il traguardo formativo essenziale per una reale e costruttiva cultura della pace, del confronto e dello scambio, il tutto in un’ottica chiaramente interculturale. La scuola in questione è la scuola necessaria per fronteggiare la sfida della società multiculturale e multietnica, un’istituzione capace di rinnovarsi sul piano strutturale e curricolare, rivedendo i suoi programmi e la sua organizzazione. La scuola, dunque, si configura come una comunità sociale che permette l’esercizio diretto della democrazia e l’educazione interculturale, avvalorando il significato di democrazia e permettendo così di considerare le diverse identità culturali come una risorsa positiva per i complessi processi di crescita della società e delle persone.
La scuola, dunque, come chance per i bambini di oggi e per la società di domani, la quale gioca un ruolo fondamentale, insostituibile per le sue stesse finalità istituzionali per la realizzazione dei diritti fondamentali della persona.
La scuola, dunque, si configura come una comunità sociale che permette l’esercizio diretto della democrazia e l’educazione interculturale, avvalorando il significato di democrazia e permettendo così di considerare le diverse identità culturali come una risorsa positiva per i complessi processi di crescita della società e delle persone
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