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CURARSI CON I CLASSICI

21 maggio 2026 4 min

Rossana Villella Originaria di Lamezia Terme, da 16 anni trapiantata a Mantova, dove insegna materie letterarie nelle scuole secondarie

Se si cerca il termine cura in un dizionario latino-italiano si noteranno traduzioni diverse, solitamente una per il singolare, "cura", e un'altra per il plurale, "preoccupazioni". A ben vedere, i due significati sono strettamente collegati. Avere cura e prendersi cura sono azioni che portano inevitabilmente con sé il sentire il dolore dell'altro, preoccuparsi e soffrire nel farlo. Cicerone infatti, in apprensione per la salute del suo servo Tirone, gli scrive "Cura te, si me amas, diligenter" (Cicerone, Ad familiares, 16, 20), ossia "Curati diligentemente, se mi vuoi bene", perchè prendersi cura di sé è anche un atto di amore verso gli altri.

Se si osserva la radice indoeuropea "ku" si scopre infatti che si riferisce all'osservazione, perché è fondamentale sapersi guardare intorno, avere attenzione per l'altro da sé, ma questo è solo il punto di partenza. La strada per giungere a occuparsi di sé e degli altri è lunga e forse è proprio per questo che i Romani ci lasciano un altro importante insegnamento attraverso la letteratura: non ci si può occupare degli altri, senza guarire prima se stessi.

È esattamente il percorso che fa Seneca nelle "Epistulae morales ad Lucilium", nelle quali condivide con il suo allievo le riflessioni che lo hanno accompagnato alla scoperta di sé e del senso del tempo e della morale. Si inizia con la celebre affermazione "Vindica te tibi" (Rivendica il tuo diritto su te stesso), che si concentra sull'importanza del lavoro che si svolge su se stessi, ma si prosegue con la condivisione e la relazione, come nella sesta epistola del primo libro in cui il filosofo latino scrive che, proprio come il malato giunge alla guarigione passando dalla consapevolezza della malattia, l'uomo deve riconoscere i propri sbagli per migliorare. Lui insegnerà il suo metodo perché "Di nessuna nozione potrei compiacermi, per quanto straordinaria e vantaggiosa, se ne avessi conoscenza per me solo. Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non dà gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri" (Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, I, 6, 4).

Non è un caso che nel brano riportato, nonostante l'analogia con la malattia, non si parli di curare il corpo, ma l'anima, perché, il concetto di cura nell'antichità aveva un significato molto vasto, che andava al di là del campo medico. In linea di massima infatti la riflessione sulle cure è affidata spesso dai Romani alle opere di letterati e filosofi, ad eccezione del "De medicina" di Celso e dell'opera grandiosa di Galeno. I Greci invece avevano una visione più "scientifica", basata sulla statistica e sulla teoria medica, oltre che su prove empiriche. Non a caso il termine ϑεραπεία (therapeia: cura, terapia) viene usato ancora oggi in ambito sanitario, e il medico forse più celebre della storia, Ippocrate, è espressione di questa cultura. Prima di lui la cura era affidata a sacerdoti e ogni malattia si attribuiva a influenze divine, mentre Ippocrate rende laica la ricerca delle cause dei disturbi, come quando, nel De morbo sacro scrive "Riguardo dunque alla malattia chiamata sacra le cose stanno così: a me sembra che non sia per nulla più divina delle altre malattie né più sacra, ma ha in realtà un'origine, donde deriva, che hanno anche le altre malattie". A rimarcare la differenza tra Greci e Romani, lo scrittore latino Apuleio, affrontando secoli dopo il quesito sulle cause dell'epilessia, scriverà le teorie di Platone, Aristotele e Teofrasto spiegando "Ho ricordato queste opinioni di filosofi illustri e ho citato diligentemente i loro libri, lasciando volutamente da parte medici e poeti, perché costoro smettano di stupirsi che filosofi conoscano, per necessità della loro dottrina, le cause e i rimedi delle malattie" (De magia, 51).

Alla cultura greca delle origini, si deve anche il simbolo che più di altri oggi viene utilizzato in ambito sanitario, tanto da essere stato inserito nel logo dall'Oms, ossia il caduceo, il bastone circondato da un serpente, che rappresentava Asclepio, il dio della medicina. Il serpente simboleggia perfettamente la sua natura cosiddetta ctonia (sotterranea). La terra è infatti la culla in cui i semi germogliano e danno la vita, ma è anche il luogo che accoglie la sepoltura dopo la morte. Allo stesso modo il serpente è un essere che striscia sulla terra e può provocare la morte, ma la sua capacità di cambiare pelle veniva in passato interpretata come la possibilità di rinascere a nuova vita.

La cura è dunque rinascita, è un passaggio attraverso la morte per ricostruire sé stessi o per aiutare gli altri a farlo. Ritorniamo perciò ai due significati principali che vengono attribuiti al termine latino cura, poiché non vi è rinascita senza travaglio e guarigione senza dolore, un insegnamento che arriva dal passato, ma che risulta attuale e importante in una società spesso edonistica, che ricaccia e nasconde la sofferenza.

La cura non è dunque un obiettivo ma un percorso, che parte dall'amore per sé stessi e giunge a quello per gli altri.

Non ci si può occupare degli altri, senza guarire prima se stessi
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