Alessia Genovese Laureata in Filologia moderna nel 2015. Insegna dal 2018 nelle scuole medie del nord Italia e dal 2021 in Calabria. Ama leggere e scrivere ed è appassionata di epica classica
Ricordo ancora in modo nitido il giorno in cui ho deciso che “da grande” avrei voluto fare l’insegnante. È stata una lezione di letteratura sul quinto canto dell’Inferno dantesco ad accendere in me un fuoco che, oggi, nonostante questo sia il quarto anno di precariato nella storia della mia vita scolastica, è ancora vivo. Quella mattina pensai che, anche io, un giorno, sarei voluta entrare in classe e parlare ai miei alunni di letteratura e di poesia. Ho scelto di fare l’insegnante perché la scuola fatta di test a crocette, di poesie imparate a memoria e di date non mi piaceva. Ho scelto di fare l’insegnante per cercare la bellezza negli occhi e nei sorrisi dei ragazzi. Di tutti i ragazzi. Soprattutto di quelli che non alzano mai la mano. Ho scelto di fare l’insegnante per loro.
La scuola è piena di ragazzi che scappano. Dalle aule. Dalle interrogazioni. Dalle poesie. Ma forse la cosa da cui scappano con più velocità è da sé stessi. È per le “cause perse” che ho deciso di fare l’insegnante. A volte i ragazzi che vanno male a scuola hanno una luce negli occhi che li rende speciali. E quello di cui hanno bisogno non è un piano personalizzato. Ciò che serve loro è che qualcuno veda quella luce e soprattutto gli dica che hanno una luce. Perché a tredici anni non si può vivere al buio. Ho scelto di fare l’insegnante perché non volevo smettere di imparare nel momento in cui non sarei più stata un’alunna. E così è stato. Ho realizzato il mio sogno, o almeno in parte. Sono un’insegnante precaria e ogni anno a giugno al suono della campanella la carrozza si trasforma in zucca: l’incantesimo finisce e si ritorna ad aspettare settembre con la speranza di avere un nuovo incarico.
Settembre è un po’ il capodanno di noi docenti precari: facciamo il conto alla rovescia per sapere se, dove e per quanto tempo insegneremo. Ogni anno la stessa storia. Ogni anno il Miur cerca un modo diverso per farci arrivare in classe stanchi, esasperati e demotivati. Poi incontriamo i nostri nuovi alunni (perché ovviamente la continuità didattica è un’utopia nella storia del precariato) e dimentichiamo le attese, le trafile burocratiche, la “raccolta punti” in graduatoria, il posto (quando va bene) o lo spezzone (quando va male) ottenuto al 90° minuto da GPS. Fare l’insegnante non è facile. Fare l’insegnante precario è ancora più difficile. A volte mi fermo a pensare se ne vale davvero la pena. Alcuni giorni mi sembra di non sentire più quel fuoco dell’amor ch’a nullo amato amar perdona. Altri mi chiedo “ma chi me la fa fare”? Loro. È “colpa” di quella tribù di adolescenti che ogni mattina mi trovo davanti. La voglia di mettermi in gioco, trasmettere ciò che so e apprendere tutto ciò che ho dimenticato: la semplicità del linguaggio, le risate rumorose, i sogni leggeri e la leggerezza dei sogni. La gioia di scoprire ogni giorno un tassello della loro vita. La volontà di imparare a parafrasare le loro storie, quelle che spesso mi sfuggono perché restano incastrate fra una verifica, un complemento di luogo e un Pdp che mi consiglia quali strumenti dispensativi e compensativi usare, ma non mi parla delle loro passioni e delle loro debolezze. Ciò che più amo di questo lavoro è condividere con i miei ragazzi non solo le lezioni, ma soprattutto le loro preoccupazioni, i loro vissuti, le loro “giornate no” mascherate dietro un “va tutto bene”. Prima di verificare se hanno capito che cos’è il contrappasso, da quanti articoli è formata la Costituzione o quali sono le cause della prima guerra mondiale, io voglio sapere come si sentono. Dentro.
Chi me la fa fare? Tutto ciò e molto altro ancora. Tutto quello che nelle programmazioni e relazioni finali non si scrive. Ma si vive. A scuola. Fra i ragazzi. Con i ragazzi. Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi importanti. Non lasciamo che la condizione di precariato entri in classe. In classe emozioniamoci. Stupiamoci. Ascoltiamo ciò che chiedono. Ascoltiamo soprattutto ciò che non chiedono. Osserviamoci. Osserviamoli. Io lo faccio ogni giorno, o almeno ci provo. Per dare un senso al lavoro più bello del mondo, nonostante tutto. Ecco, i miei alunni di ieri, di oggi e di domani sono il mio nonostante tutto.
Settembre è un po’ il capodanno di noi docenti precari: facciamo il conto alla rovescia per sapere se, dove e per quanto tempo insegneremo
Collaboratore
Commenti
Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.
Continua a leggere
FINCHÉ C’È CORSIVO C’È SPERANZA
(NON TUTTO È PERDUTO)
Di fronte ai nuovi linguaggi, dai social al "corsivo" parlato, non tutto è perduto. La scuola e gli adulti devono imparare a scindere, comunicare e informare per trasformare la comunicazione in uno strumento di salvezza.
I NOSTRI PRIMI 50 ANNI!
L'autrice ripercorre con orgoglio i suoi anni di studio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Unical ad Arcavacata. Un ricordo personale che celebra i primi cinquant'anni dell'Ateneo calabrese, rivendicando l'importanza della formazione e della cultura per il proprio territorio.
LA SCUOLA ITALIANA HA UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO?
L'articolo riflette sulla crescente incomunicabilità tra scuola e nativi digitali, criticando la spinta aziendalistica e l'iper-digitalizzazione. Sottolinea l'urgenza di recuperare una dimensione analogica e il valore profondo della parola per combattere l'impoverimento linguistico e relazionale.