DISABILITÀ NELLA SCUOLA PRIMARIA

Docente di scuola primaria specializzata sul sostegno e sulla Media Education. Referente per l’inclusione, ha approfondito gli studi sui DSA
C’è un’immagine ricorrente quando si pensa all’insegnante di sostegno alla classe, considerato da molti come l’insegnante di “quell’alunno” lì, con una seduta a fianco a un banco, o addirittura come quel docente che deve stare fuori dalla classe.
È la scuola di quarant’anni fa, quella che non conosceva la delicatezza delle parole, una sorta di disattenzione ai termini; una scuola distante dai principi etici e morali dell’inclusione. Una scuola lontana dalle classi differenziali degli anni ‘60 che aveva iniziato sì, a prendersi cura dei “diversi”, limitando però la sua azione educativa all’inserimento degli alunni con disabilità.
Ma chi è oggi il docente specializzato e come si rapporta nei confronti degli alunni più fragili? È ancora possibile rintracciare delle criticità in questa professione?
Penso che esistano due lati della stessa medaglia perché se da una parte possiamo rintracciare coloro che, pur avendo raggiunto il ruolo, non hanno richiesto passaggio di cattedra, continuando così ad affiancare gli alunni bisognosi di una didattica personalizzata, allo stesso tempo è possibile rilevare che una grande percentuale di insegnanti di sostegno, dopo il vincolo professionale, migra verso la propria disciplina. Perché?
Se negli anni si è parlato di insegnamento come vocatio, il “caos calmo” del sostegno richiede oltre alle oggettive competenze psico-pedagogiche e didattiche, passione e umanità, pur non riconducendo la missione educativa alla pietas.
Non è finita qui. Perché ciò che vive spesso un insegnante di sostegno alla classe è la considerazione da parte di terzi –pensiamo ad esempio ai genitori degli “altri” alunni– di un ruolo B, mentre paradossalmente quel docente trascorre rispetto a tutti gli altri colleghi del team o del consiglio di classe, rispettivamente nei diversi ordini di scuola 25, 22 e 18 h settimanali in una stessa classe. E allora, quel docente di sostegno che accoglie e ripara sotto le proprie ali l’alunno con disabilità, non è semplicemente una risorsa aggiuntiva per tutti? Una persona che osserva, coglie sfumature, atteggiamenti, significati che spesso possono sfuggire o non palesarsi in un’ora frontale. Eppure, sempre più spesso quel docente è solo. Solo nella stesura del Piano Educativo Individualizzato, solo nella gestione delle problematiche derivanti dalla gravità della disabilità, solo quando lo scorso anno è stato chiamato in presenza nelle classi, nonostante una zona rossa e una DaD per tutti.
Il docente di sostegno entra in classe, carico del suo materiale strutturato (mica si potrà limitare la personalizzazione a una fotocopia?!) e dopo aver mostrato occhi sorridenti, si rimbocca le maniche per affrontare la giornata scolastica. Diventa contemporaneamente docente di tutte le discipline (per fortuna ci ha pensato la laurea in Scienze della Formazione Primaria a fornire le conoscenze teoriche di base) e promotore di metodologie, strategie didattiche e tecniche. Pensiamo ad esempio ai colleghi che affiancano e sostengono anche nella pratica scolastica i terapisti ABA.
Il docente di sostegno vive e affronta la disabilità dell’alunno al quale viene assegnato quasi come fosse sua e allora richiama le sue conoscenze, progetta attività didattiche, sperimenta buone pratiche inclusive… ma la cura maggiore di questo insegnante nei confronti dell’alunno si manifesta nella valorizzazione delle potenzialità e nella ricerca del talento nascosto. La disabilità non più come limite ma fiammella da alimentare. E ci vuole temerità per fare tutto ciò!

Redazione
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