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I CARE ANCORA

Una lezione da ripassare

21 maggio 2026 7 min

I CARE ANCORA — Una lezione da ripassare

di Irene Scarnati

I care era la scritta "in grande" che campeggiava su una parete della scuola di Barbiana, piccolo borgo di poche anime, sperduto tra i monti del Mugello, attorno alla Chiesa di Sant’Andrea, dove don Milani, nel 1956, era stato confinato a causa dei suoi atteggiamenti poco allineati alle direttive della gerarchia ecclesiastica e della DC fiorentina di quegli anni.

Quell’espressione sintetizzava efficacemente la passione che bruciava nella mente e nel cuore di quel giovane prete fuori dal comune, che fece del suo esilio lontano dal mondo un esperimento sociale ed ecclesiale di straordinario valore in assoluta obbedienza al suo ministero, all’insegna dell’opzione preferenziale per i poveri, che per lui non erano una categoria astratta, ma persone concrete con i loro nomi, i loro volti, le loro storie fatte di deprivazione economica e culturale, e i loro bisogni. Egli decise di stare dalla loro parte; prima a fianco dei giovani operai e contadini della parrocchia di San Donato a Calenzano, dei quali sposò le lotte sindacali e per i quali organizzò una scuola popolare, attirando le critiche dei benpensanti; e poi, nella canonica di Barbiana, da dove la sua scuola, vera "cattedra dei piccoli e dei poveri", fece lezione al mondo.

Un modello non riproducibile, come confessò lo stesso don Milani a chi gli chiedeva il segreto che consentì a un manipolo di giovani montanari, "timidi e disprezzati", di acquisire la coscienza della propria dignità di cittadini, e gli strumenti culturali indispensabili per affrontare la vita. "I miei eroici piccoli monaci che sopportano senza lamenti e senza pretese 12 ore quotidiane feriali e festive, di insopportabile scuola, e ci vengono felici, non sono affatto degli eroi, ma piuttosto dei piccoli svogliati scansafatiche che hanno valutato (e a ben ragione) che 14 o anche 16 ore nel bosco a badar pecore son peggio che 12 a Barbiana a prender pedate e voci da me. Ecco il gran segreto pedagogico del miracolo di Barbiana. Ognuno vede che io non ci ho merito alcuno e che il segreto di Barbiana non è esportabile né a Milano né a Firenze. Non vi resta dunque che spararvi".

A rileggere i suoi scritti, in particolare il ricco epistolario, si comprende però che la sua efficace "pedagogia" ruotava tutta intorno a quell’I care in cui si riconosce, da un lato, il fine della sua azione educativa, dall’altro, la passione radicale per i ragazzi che trovò in quell’angolo di mondo dimenticato da Dio e dagli uomini. Per loro decise di diventare un maestro esigente e totalizzante: 365 giorni all’anno, 12 ore al giorno, senza vacanze, senza calcetto e senza biliardino.

L’atto dell’insegnare diventò così il centro della sua missione di uomo e di prete, una sorta di imperativo categorico, che lo portò a declinare il ministero sacerdotale in una "pastorale evangelica rivoluzionaria", come qualcuno l’ha definita.

Ne abbiamo una testimonianza eloquente nelle due lettere nelle quali don Milani si schierò dalla parte degli obiettori di coscienza al servizio militare, sulla base di una concezione della democrazia fondata sulla non violenza e sulla partecipazione. Nella prima, che scrisse insieme ai suoi ragazzi per appoggiare la scelta dell’obiezione di coscienza alla leva obbligatoria fatta da alcuni giovani toscani, rivendicava davanti ai cappellani militari il diritto dei poveri a "combattere" i ricchi con "le uniche armi", quelle "nobili e incruente", dello sciopero e del voto, e definiva la democrazia "il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri". Nella seconda, indirizzata ai giudici davanti ai quali doveva essere processato, si difese dalle accuse di "apologia di reato" e "vilipendio alle forze armate", mettendo in primo piano il suo dovere di educatore. "Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: ‘I care’. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. È il contrario del motto fascista ‘Me ne frego’". È interessante notare la forza di quel verbo "dovevo" che esprime tutta la serietà della sua visione di scuola, non finalizzata a produrre "teste ben piene", per dirla con Morin, ma giovani capaci di pensare autonomamente e di sentirsi responsabili nei confronti di se stessi e degli altri. Due testi che vanno intesi - come scrive Sergio Tanzarella, nella prefazione all’edizione dell’opera omnia di don Milani nella collana dei Meridiani, "un ulteriore momento di un fare scuola che a Barbiana non conosceva interruzioni [...] e che tutto riconduceva al primato della responsabilità, della ricerca della verità e della giustizia".

E alla scuola è dedicato "il suo ultimo atto d’amore" per i "piccoli": la Lettera a una professoressa, anch’essa frutto di una scrittura collettiva, che ha consacrato la sua fama nel mondo. Il libro ci lascia la testimonianza di un lavoro educativo totale che esige, per realizzarsi, una relazione tra maestro e alunno fatta di empatia e "affezione", come dimostrano i 13 anni che trascorse con i suoi ragazzi, figli di pecorai e piccoli contadini, o anche orfani, che la scuola pubblica di allora condannava a un destino di marginalità sociale e culturale. Don Milani se ne prese cura impegnando le sue energie fino alla fine per contribuire alla loro "elevazione civile e non solo religiosa", attraverso una relazione autentica in cui ci si educava vicendevolmente e i più grandi facevano a loro volta da maestri ai più piccoli. Una relazione che presupponeva fiducia e rispetto anche quando bisognava essere severi e dire dei "no", perché "Si è duri e severi solo per affetto". Per "fare scuola" – diceva – bisogna preoccuparsi, più che di come e cosa "fare", di come "essere", cosa che, in quel momento storico e in quell’ambiente, equivaleva per lui a una scelta di classe: schierarsi, "ardere dell’ansia di elevare il povero a un livello superiore [...] più da uomo, più cristiano, più tutto", per colmare non tanto "l’abisso di ignoranza, quanto l’abisso di differenza", in obbedienza all’articolo 3 della Costituzione, che, insieme al Vangelo, costituì la Magna Charta della sua azione di prete e di maestro a favore dei suoi ragazzi che nella lettera-testamento, confessò di avere amato più di Dio: "Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi [...] Ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto".

Nel tempo che viviamo in cui la povertà educativa, legata a quella assoluta, interessa un numero crescente di bambini e ragazzi; in cui le disuguaglianze si fanno sempre più grandi e incontriamo ancora i "Pierini" con i loro privilegi, e i "Gianni" hanno magari la pelle di un altro colore; in cui la dispersione scolastica torna a essere un fenomeno preoccupante, la lezione di don Milani si offre alla scuola con la sua scottante attualità. Appare perciò ancor più necessario ripensarla e studiarla con attenzione, lasciandosi inquietare dal suo linguaggio tagliente e provocatorio, che ci richiama al senso fondamentale del "fare scuola" e dell’essere docenti. Provando a confrontarsi con la sua passione che, più forte della fatica che quel lavoro comportava e della malattia che lo sfiniva, lo accompagnò fino all’ultimo giorno facendogli pronunciare ancora quell’I care scelto come motto di una scuola che tendeva a un unico scopo: "dedicarsi al prossimo". Tre mesi prima di morire, il 4 aprile del 1967, in una lettera a Francesco Gesualdi, uno dei primi suoi allievi, così scriveva: "Caro Francuccio, stasera ho provato a mettere un disco di Beethoven per vedere se posso ritornare al mio mondo e alla mia razza, e sabato far dire a Pino: “Il priore non riceve perché sta ascoltando un disco”. Vedo invece che non me ne importa nulla. Volevo anche scrivere sulla porta: “I don’t care più”, ma invece me ne care ancora molto, tanto più che domenica, quando avevo già deciso di chiudere bottega (scolastica e parrocchiale), Dio m’ha mandato Ferruccio ed Enzo e una fila d’altri ragazzi di San Donato, come per dire che devo seguitare ad amare le creature giorno per giorno come fanno le maestre e le puttane. Un abbraccio. Tuo Lorenzo"

Parole che possono suonare come conforto e stimolo per quanti oggi vivono l’ardua ma entusiasmante fatica dell’insegnamento.

L’atto dell’insegnare diventò così il centro della sua missione di uomo e di prete, una sorta di imperativo categorico, che lo portò a declinare il ministero sacerdotale in una “pastorale evangelica rivoluzionaria”, come qualcuno l’ha definita
Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: ‘I care’. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. È il contrario del motto fascista ‘Me ne frego’
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Irene Scarnati

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