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PAROLE PER LA CURA

21 maggio 2026 5 min

Docente di Italiano, Latino e Greco in provincia di Bari, ha pubblicato numerosi libri di poesie

La gentilezza e l’avere attenzione, l’avere cura, gratuitamente, in modo disinteressato (eventi sempre più rari in questo mondo), trovo appartengano a chi, con amore e con fatica, camminando a lungo in solitudine, con tenacia, accogliendo il mondo e lasciandolo andare, ha imparato ad amare sé stesso interamente e la vita, in tutta la sua quintessenza complicata, cercando sempre qualcosa di vasto e grande, lasciando il proprio spazio di comodità, la comfort zone, come ora si usa dire, per abbracciare sole e nuvole, per conoscere e salire nell’infinito. Non per sola fortuna o per amore divino (per i credenti) arrivano le cose, ma per sudore e per impegno serio, amore (per sé, per gli altri e per i progetti) e concentrazione, ferrea concentrazione. La mancanza crescente e inquietante di tutto questo nel nostro mondo, proporzionalmente con l’aumento di confusione tra guardarsi l’ombelico e guardare il mondo, piangersi addosso e piangere per il mondo, arroganze diffuse di cui gli insicuri egotici soffrono, in una continua competizione (che distrugge la cultura e il bene), contribuisce alla diffusione del cattivo gusto generale e della maleducazione.

I Greci conoscevano assai bene l’azione del prendersi cura degli altri, il caricarsi i sentimenti dell’altro; echi di questa benevola predisposizione sono visibili nei termini sym-patheia (di qui simpatia= provare insieme le emozioni), empatìa (traslarsi nell’altro, provando le stesse emozioni), filantropìa (riconoscere l’altro come proprio amico). Come sempre, la lingua squaderna un codice culturale e un universo sentimentale da osservare per immergersi nelle pieghe nascoste di una civiltà, quella classica, a cui guardiamo solo quando dobbiamo sfoggiare espressioni e parole, che manifestano la nostra elegante e raffinata formazione culturale.

È nella scuola, primariamente, che deve essere coltivata, educata e manifestata la cura per sé, per le persone (siano esse docenti, discenti, genitori e personale scolastico), per le parole usate, per gli oggetti che costituiscono l’arredo che una scuola detiene, per i saperi che la scuola impartisce.

La scuola come luogo di cura della mente e del cuore. La scuola come cura contro la dis-umanizzazione, contro l’atrofia dei sentimenti, contro la bulimica digitalizzazione che travolge l’attenzione verso l’intelligenza emotiva, mai presa in considerazione dal Ministero. L’ascolto di sé e il porsi in ascolto degli altri è alla base di ogni convivenza civile e armoniosa, pertanto introdurre nella scuola un percorso curricolare risulterebbe di grande rilevanza formativa. Inoltre, nell’epoca della riproduzione seriale dei contenuti, dei discount delle idee da tre soldi, della massificazione di ideali per cui battersi, del pensiero svenduto a niente e riciclato a meno, della mercificazione dei corpi e delle menti, bisognerebbe offrire ai ragazzi la possibilità di diventare davvero ciò che vogliono e non di essere solo un numero per la statistica. Mai come in quest’epoca decadente bisognerebbe offrire loro la possibilità di ragionare da soli, ben al di sopra della moda del momento, dell’opinione prevalente, del buon costume e di un vivere falsamente civile.

Iniziamo nella scuola dall’avere cura delle parole: esse hanno effetti profondi su chi le ascolta. Le parole sono vere e proprie “azioni”; il linguaggio serve per agire, per ottenere che qualche cosa venga fatto. Nella sua agenda la scuola deve promuovere il benessere dei discenti, prendendo in considerazione i sentimenti degli studenti, e per raggiungere questo obiettivo deve avvertire l’esigenza di curare la sfera affettiva ed espressiva in ogni forma e declinazione. Ogni atto linguistico va pesato a seconda dell’interlocutore, della situazione e degli obiettivi che ci si prefigge, e a scuola si deve imparare a comprendere gli altri, non rivolgendo loro parole che li turbino o li offendano, ad apprendere le regole sociali e morali per farsi incontro agli altri.

Conoscere le proprietà del linguaggio può aggiungere fascino e seduzione a un discorso, contribuisce a raggiungere gli scopi comunicativi, a fare, a comprendere profondamente anche le allusioni, che richiedono sicuramente inferenze cognitive.

Esiste uno stretto legame tra intelligenza emotiva, linguaggio e cortesia: essere cortesi è un’arte che deriva da un forte impegno a usare l’intelligenza per capire le circostanze sociali e gli stati d’animo degli altri. Questo impegno può realizzarsi solo quando è sostenuto dalla motivazione a prendersi cura dei sentimenti altrui. La persona cortese ha un’anima sensibile alla sofferenza umana e un senso di obbligo a fare del suo meglio per alleggerire la fatica del vivere. La persona cortese e gentile usa con leggerezza e con costanza i mezzi in possesso di tutti gli esseri umani, ma che l’esercizio deve potenziare: un po’ di attenzione, di riflessione, la scelta oculata di parole. La persona cortese, che la scuola può e deve formare, non usa la sua intelligenza in modo banale. Non si accontenta di esprimere deferenza e rispetto per l’altra persona, ma spinge la sua intelligenza fino ad esplorare cosa pensa l’altra persona a proposito dei reciproci pensieri e sentimenti. È un’intelligenza tesa alla comprensione tacita, implicita, piena di rispetto del territorio in cui agisce l’altro; è un’intelligenza sostenuta dall’affetto e dal rispetto di sé e degli altri.

Una didattica rispettosa dei sentimenti dello studente crea relazioni capaci di dare sostanza alla trasmissione dei contenuti, senza questa particolare cura si comunicano solamente aride nozioni, che non sono destinate a restare nello studente. Permangono, infatti, negli studenti quei segni declinati in valori e azioni del docente che si propone di formare cuori pensanti (come affermava l’illuminata Etty Hillesum), non contenitori di mere nozioni da snocciolare.

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GP
Grazia Procino

Collaboratore

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