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LA SCUOLA È IL REGNO DELLA PAROLA

21 maggio 2026 3 min

Tania Paolino Dopo gli studi classici, ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. È stata consulente autoriale di un Corso di Filosofia per la Salviati Editore, Milano, per conto della Casa Editrice D’Anna, Firenze. Insegna Filosofia e Storia presso il liceo “P. Metastasio” di Scalea (CS). È giornalista pubblicista

Osservavo da giorni la ragazzina, mi sembrava provata come da notti insonni, gli occhi cerchiati, stanchi, inespressivi, quasi. I polsi avvolti dalla fascia per legare i capelli. Per niente partecipe, rideva poco e forzatamente, non si girava verso i compagni, comunicava solo con l’amica fidata.

La chiamai in disparte, andai dritta a colpirla in quello che intuivo fosse il suo punto debole, feci una forzatura, lo so, ma colsi nel segno: scoppiò a piangere e mi buttò addosso tutto il suo malessere, i suoi pensieri ossessivi e terribili, la sua voglia di non venire più a scuola, perché le sembrava tutto senza senso e senza scopo.

Mi portai a casa le sue parole e il giorno successivo la chiamai nuovamente in disparte, notando una certa curiosità negli altri. “Ascolta – le dissi – da domani mattina, per tutte le mattine a seguire, mi consegnerai un bigliettino, dove avrai scritto una frase, un tuo pensiero, liberamente. Non venire senza biglietto”. La ragazza mi guardò un po’ stranita dal compito che le stavo assegnando e io, lì per lì, intuii di aver fatto o una grossa cavolata o una buona cosa. Attesi, quindi, con ansia, il giorno dopo.

Effettivamente, l’alunna si avvicinò alla cattedra con un’aria di spavalderia mista a rassegnazione. Come nelle migliori azioni carbonare, depositò il suo primo bigliettino dietro alla mia borsa, per non farlo vedere ai compagni. Io e lei, da quel momento, avevamo creato un nuovo campo semantico. Stavamo usando un linguaggio sconosciuto agli altri, con la tacita promessa che sarebbe rimasto un nostro segreto. Seguirono molti altri bigliettini; leggendo le frasi, però, notavo che il contenuto si andava modificando, diventava più dolce, aperto, consapevole. Quel mio esperimento improvvisato sembrava funzionare: le ultime parole che mi consegnò erano un commiato, mi stava dicendo che aveva capito tante cose, che adesso stava bene, voleva venire a scuola e fare tutte le cose che si fanno alla sua età. Avevo rischiato, è evidente, ma le avevo dato un compito speciale, uno scopo: per lei c’era l’impegno della sera, quando solitamente scriveva raccogliendo le impressioni della giornata, e c’era l’impegno del mattino, il momento della consegna. Da allora in avanti, non ne avrebbe avuto più bisogno, il senso lo avrebbe cercato ed eventualmente trovato da sola. La comunicazione era stata così stabilita, col suo io più profondo.

La storia raccontata è realmente accaduta.

A scuola spesso si raccolgono i cocci e si prova a rimetterli in sesto: se si è fortunati, la persona recupera la sua integrità, altrimenti si saprà che, là fuori, nel mondo, c’è qualcuno che, camminando, rischia di frantumarsi per sempre.

La scuola è il regno della parola. A scuola si parla, perché si interagisce, si trasmettono contenuti, si raccolgono lavori, si passano informazioni più e meno formali, si avanzano proposte e contestazioni, si leggono e, a volte, si scrivono poesie, si dipingono muri e suonano strumenti, si recita e si declamano versi, si festeggia, si urla, si suggerisce bisbigliando, si ride e si piange, a scuola ci si conosce, nasconde, traveste, palesa. A scuola si vince e si perde. A scuola si vive. E, se va bene, se si parla lo stesso linguaggio, ci si salva.

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TP
Tania Paolino

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