Vai al contenuto principale

PAROLE ALLA MOVIOLA

21 maggio 2026 8 min

"Prof, ci ricorderemo delle tue prediche". Alla fine del terzo anno, si è rivelato agrodolce il commiato di Igor, uno degli alunni più brillanti incontrati in 21 anni di insegnamento nelle scuole medie. Le sue parole emanavano stima e affetto, senza però dissimulare il sollievo che si prova dopo aver superato il culmine della sopportazione.

Cancellati giochi didattici, gite e laboratori, oscurata la mimica facciale, limitata la socialità, dopo tre anni pandemici restano nella coscienza dei ragazzi soprattutto le paternali. Più che azioni didattiche, le nostre sono state omelie; le cattedre ridotte a pulpiti e le lezioni, appunto, a prediche.

Un linguaggio per le "non-cose"

La mutazione introdotta nell'ultimo decennio dalla digitalizzazione delle relazioni umane, prima ancora che dal Covid, dovrebbe indurci a ripensare dalle radici il nostro ruolo di insegnanti. I linguaggi che adoperavamo fino allo scorso decennio risultano inadeguati, obsoleti, preteschi. Molte delle nostre azioni e parole sono da sempre vacue, in prevalenza funzionali al "decoro" del sistema scolastico e in quanto tali prive di incisività didattica. Adesso corriamo un rischio maggiore: nella società delle "non-cose" (Byung-chul Han 2022), le frasi che pronunciamo in classe rischiano di affondare nel vuoto ancor prima di sfiorare le menti di chi ci ascolta.

Tra le domande che bisognerebbe porsi, ce n'è almeno una che riguarda proprio la didattica della lingua italiana e, in genere, delle cosiddette materie umanistiche. Nel prepararci al corretto svolgimento del compito in classe, nel '900, i nostri professori spesso ci raccomandavano di "scrivere come parli". Era un modo per sciogliere i legacci sintattici che incatenano l'espressione scritta, per indurci a una ricerca lessicale che si fondasse sull'oralità spontanea.

Oggi, "di default", i ragazzi scrivono come se parlassero. Digitano in continuazione post e messaggi WA come se il loro destinatario fosse presente nel momento stesso in cui stanno scrivendo. In realtà, perlomeno sul piano materiale, il ricevente non c'è. Egli (o ella) riceverà quel messaggio in tempo reale, come se la comunicazione fosse dal vivo, oppure poco tempo dopo, ma in ogni caso in uno spazio dislocato e in un istante differito. Inoltre, la maggior parte dei ragazzi parla come se scrivesse, cioè iconizzando i contenuti, raggrumando nuclei di senso intorno a lessemi, e soprattutto prediligendo l'immediatezza e la sintesi.

Ecco perché, al contrario di quanto accadeva nel secolo scorso, il quadro sociale in cui viviamo e operiamo imporrebbe a noi docenti di parlare con i nostri alunni come se stessimo scrivendo, altrimenti abbiamo davvero poche speranze che i nostri insegnamenti attecchiscano nel repertorio delle loro conoscenze. La comunicazione interpersonale, dall'avvento dei cosiddetti "social", è il frutto di un'ibridazione coatta tra linguaggio orale e scritto. È evidente che un'intera generazione è ormai abituata a una forma di relazione basata sulla presenza-assenza, al contrario della nostra passata modalità comunicativa, che era fondata sulla presenza fisica del soggetto ricevente nell'oralità e sulla sua assenza nella scrittura. Le persone con cui interloquivamo prima dell'avvento dei social erano davanti a noi se parlavamo dal vivo, mentre restavano assenti, cioè distanti, se inviavamo una lettera, un bigliettino o un sms.

Dunque, se vogliamo avere un barlume di speranza che "i ragazzi di oggi" ci ascoltino, dobbiamo ricorrere a una parola lenta ma efficace, epurata dai barocchismi, sintetica, capace di attecchire in differita, riproducibile come la vecchia moviola nel cinema e il VAR nel calcio odierno, che consentono l'assemblaggio di una traccia comunicativa e di una "trama" a distanza di poco o molto tempo dall'istante in cui è stata agita o concepita.

I corpi parlanti

Una decina di anni fa, in una delle classi più vivaci che ho incontrato, realizzammo un laboratorio di riciclaggio della cartapesta, applicato ai linguaggi. Chiesi alle ragazze e ai ragazzi di modellare, servendosi dei residui di carta che loro stessi avevano accumulato e trasformato in poltiglia, alcuni degli oggetti menzionati nei compiti d'Italiano svolti in classe. Uno di loro, Salvatore, in un suo compito mi aveva raccontato della cacca che aveva calpestato durante una serata d'estate con gli amici, e che inconsapevole si era trascinato dentro una pizzeria, rendendo l'aria irrespirabile all'interno del locale e provocando il fuggifuggi degli altri avventori. Così, modellò delle feci umane, e le plasmò talmente bene che sembravano vere. Intitolammo il manufatto "Cacca d'alunno", parafrasando la più celebre opera di Piero Manzoni: "Merda d'artista". La mostrai ai colleghi come esempio di creatività in un contesto didattico libero e destrutturato. Quella cacca era espressione di un linguaggio. Oggi invece fatichiamo a crearne uno efficace per le nostre lezioni e soprattutto stentiamo a convincere i nostri alunni e alunne che loro stessi sono elementi di un linguaggio corporeo, quando usano i dispositivi mobili, consumano, gesticolano, attraversano o riempiono i luoghi. Anche il modo in cui si vestono, l'abbigliamento che scelgono di adottare, è frutto di un codice. Le recenti polemiche sui look trasgressivi adottati dalle ragazze nelle aule scolastiche, la caccia ai jeans strappati e la censura delle minigonne risentono molto dell'assenza di questa consapevolezza sia tra gli adolescenti che nel mondo degli adulti. E così il dibattito finisce asfissiato nella solita italica polarizzazione tra moralismo e immoralità, comportamenti decorosi o scabrosi, rispettosi o irriverenti. I ragazzi sanno, pur non riuscendo forse a razionalizzare fino in fondo questo dato di fatto, che vestirsi è come parlare, cantare, dipingere, suonare. Non sempre però si rendono conto che qualsiasi linguaggio, oltre a essere composto di segni, è formato anche da toni, stili e soprattutto da livelli di volume. Come accade per le altre forme del comunicare, si può scegliere di urlare o mormorare a bassa voce. Vestirsi in modo appariscente comporta un innalzamento del volume. Allora basterebbe riflettere insieme sulla necessità di urlare solo quando è necessario o nei momenti in cui se ne abbia voglia, ma non farlo sempre, perché può divenire fastidioso per se stessi, prima ancora che per gli altri. Invece la discussione - anzi, la "rissa" nei media più o meno social - è precipitata sul tema dell'abbigliamento consono ai luoghi: "A scuola non ci si può vestire come in discoteca". A parte il fatto che le scuole, negli ultimi anni, un po' discoteche lo sono diventate, e non perché lo abbiano voluto gli studenti. A produrre il brand sono state le "riforme" aziendalistiche dall'alto. Inoltre, il dovere onorare ossequiosi il "genius loci", sempre valido nei templi o in edifici deputati alle fedi religiose, applicato ai luoghi laici riverbera antichi oscurantismi. E quando è coniugato al presente riflette la morale ipocrita borghese, secondo la quale bisogna sempre curare i formalismi delle gerarchie, mentre la sostanza dei rapporti umani conta poco o niente. Si pensi solo a quanto avviene nei tribunali, dove accanto alle solenni toghe dei ruoli giudiziari scorrono mesti gli schiavettoni dei detenuti trascinati in catene. Le scuole, come tutti gli altri spazi non consacrati a un credo religioso, non dovrebbero esimersi dal prendere atto dei mutamenti sociali. Se dovessimo attenerci ancora all'abbigliamento dei nostri nonni, gli uomini andrebbero in giro con la coppola in testa e le donne avvolte nel nero, col classico "maccaturu" in testa. Il sistema della moda, fondato su interessi capitalistici, dall'avvento della società di massa determina continui cambiamenti negli stili. Dunque, o si abolisce il capitalismo o si prende atto che da diversi decenni, in modalità ciclica, nella vita quotidiana i ragazzi e le ragazze indossano anche jeans strappati. E la scuola fa parte di questa vita quotidiana. Potremmo pure discutere sull'opportunità di offuscare nelle aule scolastiche la circolazione di griffe e abiti costosi, quindi arginare l'ostentazione delle diverse estrazioni sociali. Così, tutti e tutte (insegnanti inclusi) indosseremmo una tuta, una sorta di uniforme. Ma è privo di costrutto e di realismo abbaiare contro questo o quel capo d'abbigliamento, oscurare i tatuaggi, sanzionare le treccine, i piercing e i capelli colorati.

Il moralismo imbelle e l'etica necessaria

Una mia amica agnostica, qualche anno fa, sentendosi rimproverare da un prete perché in chiesa lei aveva osato entrare vestita con un abito che le lasciava scoperta tutta la schiena, gli rispose: "Bel maiale deve essere il tuo Dio se mi guarda il c...". Analoga considerazione si potrebbe avanzare quando sentiamo scivolare dalle bocche adulte l'accusa che certe ragazze provocherebbero i professori adottando look "provocanti". Non ci vuole un esperto di pedagogia per capire che un docente non dovrebbe mai essere condizionato o suggestionato dalle pseudo nudità di una studentessa! I suoi livelli di maturazione sessuale e professionale dovrebbero renderlo immune da qualsiasi carica di eros diretto o indiretto possano esprimere una ragazza o un ragazzo nei luoghi dell'istruzione. A Cosenza, dopo il caso della rivolta studentesca nella scuola di Andreotta per denunciare le molestie sessuali subite da un'alunna, il dibattito pubblico è stato incentrato sul tema degli ipotetici rilievi penali o professionali emergenti dalla condotta dell'insegnante finito al centro della vicenda. Poco ci si è soffermati sulla dimensione etica del problema. I ragazzi e le ragazze sviluppano propri linguaggi e comportamenti. Noi adulti dobbiamo essere pronti a comprenderli e usarli per comunicare con loro, senza mai perdere di vista il fatto che sono, appunto, ragazzi e ragazze. "In questo momento biologico, fra gli 11 e i 20-24 anni, non si è ancora raggiunto un completo sviluppo dell'encefalo. La corteccia prefrontale (la regione analoga a quello che per Freud è l'Io della psiche umana) è la zona che permette l'inibizione e il controllo degli impulsi, e negli adolescenti non è pienamente sviluppata. Viceversa il circuito meso-limbico, il motore di esplorazione edonistica, della ricerca di gratificazione e piacere, è la zona più sviluppata a quest'età. E questo contrasto favorisce la tendenza a cedere agli impulsi di fronte a stimoli gratificanti di qualsiasi natura" (Benedetta Longhi 2022). Ecco perché la relazione che istituiamo con loro può essere anche permeata da confidenza, slanci affettivi o rimbrotti; persino da complicità, oltre che da reciproco ascolto. Ma se ci spingiamo sui binari di una carnalità perversa, oltretutto ammantata di biechi formalismi, se cioè leggiamo i loro comportamenti come quelli che ogni giorno assumiamo dai social e dalla TV, somigliamo a quella collega che voleva sospendere il mio alunno Salvatore perché durante la lezione il ragazzo aveva platealmente esposto sulla cattedra il suo manufatto in cartapesta. "Colle', ti prego, non t'arrabbiare. Questo non è un escremento, bensì un'opera d'arte. È la cacca d'alunno".

Condividi
Claudio Dionesalvi
Claudio Dionesalvi

Direttore responsabile

Mediattivista, insegnante nelle scuole secondarie di primo grado, ultrà del Cosenza, militante del CSA Gramna. Scrive su Il Manifesto, si occupa di scolarizzazione di alunni rom.

Commenti

Nessun commento ancora. Sii il primo a scrivere.

Lascia un commento

I commenti vengono moderati prima della pubblicazione.

Continua a leggere

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per le finalità di misurazione come specificato nella cookie policy.

Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso, in qualsiasi momento, accedendo al pannello delle preferenze. Il rifiuto del consenso può rendere non disponibili le relative funzioni.

Usa il pulsante “Accetta” per acconsentire. Usa il pulsante “Rifiuta” per continuare senza accettare.