Cosa vogliono i genitori?
Una scuola delle opportunità, della valutazione complessiva, che consideri gli obiettivi e i risultati, i metodi e l’applicazione
Una scuola delle opportunità, della valutazione complessiva, che consideri gli obiettivi e i risultati, i metodi e l’applicazione.
Francesca Vita Metà romana e metà calabrese, laureata in Lettere Moderne e appassionata di storia, antropologia, musica e basket. Mi occupo di Intelligenza Artificiale in qualità di internet assessor. Sono mamma di due figli che spero crescano sapendo distinguere tra ciò che è facile e ciò che è giusto
Ansia. La valutazione è portatrice, non sempre sana, di ansia. Non prevede la constatazione di un dato di fatto ma l’attribuzione di un valore secondo parametri interpretativi. Eppure, la valutazione sembra essere indispensabile non solo per qualificare i percorsi di apprendimento, ma anche per programmare la formazione, verificando se quanto attuato sia stato efficace o se siano necessari cambiamenti. Piaccia o meno dunque, la valutazione accompagna l’intera esperienza scolastica per cui è forse bene convenire su quali criteri essa debba basarsi per aiutare il cammino scolastico dei nostri figli. Per noi genitori è più difficile accettarne la funzione diagnostica che essa può avere, ad esempio, con i test d’ingresso. Ci spaventa un po’ l’idea che possa essere un test a qualificare studenti ancora sconosciuti ma già ricchi di attitudini, capacità, talenti che hanno bisogno di tempo, scambio e approfondimento per essere espressi. Altrettanta perplessità lascia la valutazione per merito che in questo momento sembra avere particolare fascino sulla classe dirigente del nostro Paese. Il merito è il risultato dell’impegno a maturare un talento, ma chi stabilisce quale sia il talento da premiare? Uno studente bravo in latino è meritevole quanto uno studente bravo in algebra? La verità è che il merito è portatore di una retorica pericolosa che rivendica un principio di attribuzione di beneficio ai migliori senza però definire le caratteristiche dei migliori, tecnica già ampiamente utilizzata per tutelare la trasmissione di privilegi, aumentando le diseguaglianze e colpevolizzando chi rimane indietro. E a rimanere indietro sono i figli delle classi svantaggiate economicamente perché le condizioni della famiglia di nascita, attraverso l’influenza che essa esercita sull’esito del processo formativo, rappresentano la causa determinante della disuguaglianza sociale che il merito trasforma in disuguaglianza culturale creando un circolo vizioso senza via d’uscita. Il fine della meritocrazia astratta non è premiare i migliori, ma consolidare i privilegi delle élites. Ciò che dovremmo augurarci è dunque una scuola fatta di pari opportunità, capace di realizzare talenti, ma ostinata nel non voler mai lasciare indietro chi ha difficoltà. La valutazione delle eccellenze è d’altra parte cosa sin troppo semplice e rischia di diventare mera constatazione. La valutazione che ci interessa è piuttosto quella complessiva che consideri gli obiettivi e i risultati, i metodi e l’applicazione. A noi interessa una valutazione descrittiva, scevra da etichette e classificazioni schematiche, che insegni a superare l’ansia della verifica, dell’interrogazione e del test proponendoli come strumenti utili a migliorare le proprie conoscenze. Una valutazione pedagogica che integri e non esaurisca l’apporto educativo e formativo offerto dalla scuola, perché la scuola è lezione ma anche emozione e il vissuto dell’esperienza scolastica non può essere riassunto in un voto o in un giudizio.
Il merito è il risultato dell’impegno a maturare un talento, ma chi stabilisce quale sia il talento da premiare?
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