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Misurare, valutare, valorizzare

21 maggio 2026 7 min

Katia Giovanelli - Insegnante di sostegno. Lavora negli istituti secondari di secondo grado della provincia di Mantova. Da tempo è referente per gli alunni DSA dell’istituto in cui presta servizio. È tutor di tirocinio indiretto per il corso di specializzazione per le attività di sostegno didattico dell’università di Verona<br><br>Credo sia particolarmente difficile parlare oggi di valutazione, in un contesto storico e sociale caratterizzato da continui cambiamenti in merito alle modalità di giudicare gli alunni e il loro percorso scolastico; proprio oggi dove, a fronte di un liceo romano che decide di non utilizzare i voti numerici nelle verifiche periodiche, il Ministero si dà una nuova veste sinottica, che oltre all’istruzione chiama in causa il concetto di merito.<br><br>Credo sia difficile per un insegnante, inteso nel suo valore etimologico come colui che lascia il segno, pensare che uno degli strumenti maggiormente utilizzati e discussi all’interno del percorso scolastico, sia proprio la valutazione; strumento che, se non adeguatamente utilizzato, piuttosto che lasciare un segno, a volte tende ad inficiare, condizionare e discriminare coloro che in questa delicata fase di crescita stanno prendendo consapevolezza di loro stessi, in primis come persone.<br><br>La valutazione andrebbe considerata quale mezzo finalizzato allo sviluppo della responsabilità del proprio processo formativo, della capacità di autovalutazione personale, capace di rendere l’alunno consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, e dell’imprenditorialità, intesa quale presa di consapevolezza delle spendibili competenze personali.<br><br>Solo in questo modo si realizza quel paradigma formativo che già Bruner definisce come realmente educante, dove la struttura stessa delle singole discipline deve essere intesa quale strumento di comprensione del sé e del reale.<br><br>Il concetto di valutazione quindi, deve riguardare personalmente ciascun alunno nella sua singolarità, perché il processo di apprendimento non è più soltanto un’interazione basata sulla trasmissione di contenuti, ma deve essere interpretata come una crescita globale dell’alunno come persona, adeguatamente inserita nel suo progetto di vita e nella comunità educante nella quale è inserito.<br><br>Dobbiamo pensare alla scuola come un evento educativo secondario alla famiglia, che si inserisce nel percorso di crescita dopo la prima socializzazione all’interno del gruppo intimo. Se cercassimo di immaginare una mamma, che per insegnare al proprio figlio a parlare o a camminare, inizia periodicamente a inserire voti sul calendario, l’episodio ci farebbe sorridere o inorridire; ogni genitore accompagna il figlio nell’apprendimento del linguaggio e nell’apprendimento motorio con stimoli motivanti e di alto contenuto emotivo. Pur essendo la scuola caratterizzata da altre strutture relazionali e affettive, è necessario che alla base ci sia lo stesso senso di motivazione, valorizzazione e sviluppo; i genitori credono nel loro figlio, credono che lui sia in grado di imparare a camminare e a parlare e lo stimolano e incoraggiano il più possibile perché questo avvenga.<br><br>Lo stesso deve fare la scuola come ambito della seconda socializzazione, come momento educativo secondario, deve valorizzare i ragazzi perché sappiano riconoscere le loro capacità senza essere intimoriti, questo non significa che scuola e famiglia devono agire utilizzando le stesso modalità, ma con la stessa finalità, con l’obiettivo di far apprendere al discente nuove competenze spendibili per la sua autonomia futura.<br><br>Per questo ogni docente dovrebbe essere chiamato a conoscere profondamente l’alunno che ha di fronte, per valorizzarne i talenti personali e soltanto successivamente valutare quanto in lui ci siano le competenze per riconoscere tali potenzialità e farle fiorire nel contesto sociale e culturale che lo circonda.<br><br>Sempre di più oggi le prove di verifica dovrebbero diventare strumento di valutazione e valorizzazione del processo di apprendimento e di crescita di un alunno e non una mera misurazione di risposta adeguata o meno a contenuti automaticamente trasmessi.<br><br>Questo aspetto della valutazione intesa come mera misurazione di conoscenze avviene spesso nel passaggio agli istituti secondari di secondo grado, che al momento dell’iscrizione richiedono le valutazioni degli alunni nei percorsi scolastici precedenti e la valutazione viene vista come unico elemento caratterizzante del percorso scolastico della persona, senza mettere in evidenza le competenze acquisite e le potenzialità personali dell’alunno.<br><br>Nel passato spesso i ragazzi subivano la scelta del loro percorso scolastico, realmente effettuata dalle famiglie in base al mercato del lavoro, in questo modo si sono persi tanti talenti; in realtà oggi non possiamo più effettuare una scelta di un istituto superiore nello stesso modo perché una scelta completamente determinata da qualcun altro e non dal soggetto stesso potrebbe essere motivo di abbandono scolastico.<br><br>Il benessere scolastico dell’alunno è il risultato di un percorso di conoscenza dell’alunno, per questo i documenti come i PFI non sono soltanto impegni da scansare, ma se utilizzati nel modo giusto, aiutano a puntare l’attenzione sulle caratteristiche peculiari e sui bisogni di chi abbiamo di fronte.<br><br>In quest’ottica si può parlare di una didattica inclusiva tout court, non soltanto per gli alunni con bisogni educativi speciali, ma per ciascuno, perché ognuno è particolare all’interno della classe.<br><br>Altro momento rilevante, è il conflitto che tende a nascere tra la reale preparazione scolastica e l’inserimento nel mondo del lavoro; il contesto sociale attuale è caratterizzato da estrema instabilità e non sempre richiede ciò che si impara a scuola, in un periodo storico e sociale caratterizzato da una realtà in crisi economica, crisi del mondo del lavoro, crisi sanitaria, crisi climatica e crisi politica e sociale che porta a molti perplessità e incertezze, se non interpretata come momento evolutivo.<br><br>Di conseguenza un giovane tende a porsi diversi dubbi sull’effettiva funzionalità del suo percorso scolastico e dubita che il suo impegno scolastico possa trovare una giusta risposta nel contesto sociale, non c’è una reale, diretta e corretta corrispondenza tra il sacrificio e l’impegno scolastico e la mobilità sociale.<br><br>## Ci sono soluzioni possibili?<br><br>Risulta fondamentale fare riferimento alle parole di Gramsci nelle sue “Lettere dal carcere”, dove riflette e punta sulla ricerca della propria verità, è necessario un contesto che parta dalla persona per dare competenze realmente spendibili ed è questo che ci permette di uscire dalla sterile didattica scolastica e permette di inserire il processo di insegnamento in una vera e propria dimensione sociale.<br><br>«Se si perde loro – scrive don Milani nella Lettera a una professoressa – la scuola non è più scuola”<br><br>Forzoni sottolinea come è importante una scuola che utilizzi una metodologia didattica del Learning by doing, la scuola non può più puntare esclusivamente agli aspetti teorici delle discipline o alla competitività del voto, è fondamentale il passaggio tra il sapere teorico e saper fare.<br><br>I docenti da parte loro devono saper personalizzare ogni intervento educativo anche se questo richiede un importante investimento di tempo e di energie, ma solo in questo modo ci si può fare interpreti dei bisogni formativi di ciascun alunno.<br><br>Per questo è anche importante riconoscere alla scuola il giusto valore, la scuola è solo uno dei diversi contesti formativi possibili, ma non è l’unico è importante potenziare l’integrazione e la cooperazione tra i diversi ambienti educativi del territorio per identificare possibili strade che permettono i giovani di mettersi in gioco e di lavorare con interesse e passione, passare dal dover imparare al volere imparare.<br><br>Il pedagogista Chiosso in un’intervista dell’ottobre del 2022 sottolinea quale strumento principale per contrastare la dispersione scolastica, l’impegno della scuola per sviluppare le competenze non cognitive. Oggi più che mai ogni adolescente deve saper sviluppare resilienza, intelligenza sociale, autocontrollo, perseveranza per affrontare le sfide del mondo moderno quelle che l’OCSE individua come soft Skills, le competenze trasversali.<br><br>Sempre Chiosso sottolinea come già Linda Darling Hammond, una delle più apprezzate studiose americane di questioni educative, docente della Stanford University ha scritto che “la sopravvivenza della specie umana non dipenderà più solo dalle conoscenze o dalle competenze tecniche, ma soprattutto dalle capacità personali di adattarsi ai nuovi ambienti, di collaborare con gli altri e comunicare in forma in pratica”.<br><br>Lo sviluppo delle competenze trasversali non cognitive permettono di restituire importanza all’unità della persona umana, intesa come insieme di intelligenze diverse, capacità relazionale e sentimento; non avrebbe infatti alcun senso avere studenti geniali se poi non sono in grado di relazionarsi nel contesto in cui vivono.

Oggi più che mai ogni adolescente deve saper sviluppare resilienza, intelligenza sociale, autocontrollo, perseveranza
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Katia Giovanelli

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