Persona non fa rima con performance
Rossana Villella
In una scuola di Padova, l'Istituto comprensivo di Lozzo Atestino, le pagelle sono state sostituite da lettere che i docenti hanno scritto ai propri studenti. Ognuno ha ricevuto la propria missiva che mette in luce pregi e difetti del modo unico che ogni singolo studente ha di apprendere e di vivere la scuola. Potrebbe essere questa la strada giusta da percorrere per trasformare la scuola italiana che, diventata per la prima volta nella sua storia una vera scuola di massa aperta a tutti, fa fatica a tenere insieme qualità dell'insegnamento e inclusione, risultati di apprendimento e valorizzazione delle competenze individuali.
In netta opposizione a questo modo di concepire la scuola si pongono i test standardizzati, che, come rivela il termine usato, tendono a considerare tutti gli studenti uguali: numeri in una statistica.
Da sempre i ragazzi si lamentano di essere dei numeri su un registro, di vedere il loro nome confuso con quello degli altri, ora non hanno neanche un nome, ma una stringa alfanumerica che li inserisce in rilevazioni nazionali, in cui la loro singolarità si smarrisce tra grafici e percentuali.
Si potrebbe obiettare che anche in una scuola che punta a personalizzare l'apprendimento alcuni obiettivi formativi (leggere, scrivere e fare di conto) non possono venire meno. La domanda lecita allora è quali obiettivi sono in grado di rilevare test standardizzati come l'INVALSI. Di certo non la capacità critica o quella di saper formulare un pensiero scritto o orale, né quella di risolvere problemi complessi.
La prova INVALSI di italiano, ad esempio, si basa fondamentalmente sull'unica competenza di comprensione di un testo scritto. Importante? Certo, ma vale la spesa che ogni anno lo Stato affronta per finanziare le prove?
Sorge poi un'altra questione: quale finalità hanno i test standardizzati? Valutare gli studenti? Valutare i docenti? Valutare le scuole o la Scuola nel suo complesso?
Nel primo caso i limiti sono quelli riportati, ossia l'esclusione dalla rilevazione di un numero enorme di competenze. Nel secondo caso si attribuisce totalmente l'esito di una singola performance al complesso lavoro dell'insegnante, che vede spesso classi diverse ottenere risultati completamente differenti, pur garantendo a tutte il massimo della propria passione e professionalità. Sapere inoltre di essere valutati in base ai risultati di un test potrebbe spingere alcuni docenti a fare proprio ciò che non si dovrebbe, ossia allenare gli studenti alle prove (il teaching to the test), tralasciando parti importanti del proprio lavoro. Infine la valutazione di un sistema complesso come la Scuola attraverso pochissime competenze rilevate sembra la valutazione di un ospedale in base a come i pazienti reagiscono alle prove allergiche.
La domanda che però lascia più perplessi è: una volta appurati i livelli raggiunti dagli stu-

Redazione
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