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“Prof ma voi, non interrogate mai?”

21 maggio 2026 5 min

Vincenza Costantino Insegna Lettere all’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza, ama leggere e andare a teatro. Ha pubblicato numerosi saggi sui rapporti fra pedagogia e arti performative

Era il mio primo anno nella scuola secondaria di secondo grado, un liceo scientifico al limitare del bosco, la mia prima classe di triennio, progetto Brocca, italiano e latino. Dissi alla vicepreside: “Ma io non ho esperienza”. Mi rispose: “Questi sono 29, unn’i vo’ nessunu. In due anni, già tre professoresse di italiano hanno cambiato. E poi, diamo un senso all’anno di prova”.

Nonostante provenissi da una dura gavetta nella ricerca universitaria che mi aveva portato a ritmi serrati in aula e in sede di esami, arrivando anche a gestire centinaia di studenti, ero terrorizzata da neanche trenta sedicenni. Oggi penso di non aver mai dato tanto e con tale trasporto emotivo come in quella classe. Spiegavo sempre, leggevamo i quotidiani, comparavamo la poesia contemporanea al Canzoniere di Petrarca, rifilavo loro alcune lezioni che tenevo all’università: Deleuze, Foucault, Baudrillard. Abbiamo visto film, video, spezzoni di spettacoli teatrali; abbiamo tradotto Catullo e Orazio, analizzato le canzoni di Rino Gaetano. E Dante poi, che meraviglia leggerlo come se fosse un romanzo, saltando tutte le introduzioni, tutte le note, finché...

Finché al rientro dalle vacanze di Natale una studentessa seria seria mi chiese: “Prof ma voi, non interrogate mai?”

Riesco ancora a sentire la sensazione di apnea, il senso di sgomento e il vuoto sotto i piedi, vuoto come il mio registro personale alla voce valutazioni. A metà gennaio non avevo registrato un solo voto. Ora sì che ero terrorizzata, e in più provavo vergogna, come avevo fatto a ridurmi in tale stato? Mentre tutti intorno a me parlavano di recuperi e tipologie C e prove strutturate e tre verifiche scritte piuttosto che due orali, io non sapevo neanche dove sbattere la testa. Così quando la vicepreside, in veste di mia tutor, mi fece i complimenti per la mia innata capacità – disse lei – a “tenere la classe”, io le confessai il mio terribile segreto. La sua risposta mi risuona ancora in mente, con il suo solito tono spiccio e concreto, sentenziò: “Come non hai voti? E che professoressa di italiano sei? Inventateli! Sù sbrigati! E non farlo più!”

In qualche maniera ne venni fuori. Avevamo lavorato tanto, raccolsi i loro quaderni, trasformai i miei motivanti e poetici giudizi sulle loro produzioni di testi scritti (temi, recensioni, racconti) in veri e propri voti, chiesi ai ragazzi di esporre questo e quello in forma orale, scritta o come preferivano. Ascoltai, lessi e corressi per tre settimane infernali, e non lo feci mai più.

È questa forse la più grande lezione di formazione docente che ho appreso sulla questione della valutazione. È solo un aneddoto, certo, diffido chiunque, non solo me stessa, da prenderne esempio. Ma Rina De Luca, che oltre ad essere vicepreside e tutor era anche e soprattutto una straordinaria docente di italiano e latino, con quel lapidario “inventateli” mi aveva indicato non solo una via d’uscita, ma proprio una bella strada. Stava mescolando l’aspro della necessità delle verifiche, con il dolce della performatività della lezione. Ce l’avevo fatta ad attirare l’attenzione dei miei alunni, riuscivo ad interessarli, li avevo fatti appassionare alla poesia, al cinema, li avevo spronati a leggere, ad essere curiosi nei confronti della politica, dell’arte, li avevo portati a fidarsi, ad esporsi, a rispettarmi, se non a volermi bene, di certo a non volermi male ma: che professoressa di italiano ero? Stavo usando l’aula scolastica come l’aula universitaria, come un palcoscenico per dimostrare quanto fossi preparata, appassionata, sensibile. Mi ero presa solo il dolce, facevo la prof alternativa, ero amata dagli studenti, ma ignorante delle regole della scuola, dei compiti dell’insegnante, delle scadenze quadrimestrali. Eh sì, la valutazione era parte integrante del mio lavoro e io non l’avevo proprio considerata.

C’era tanto lavoro da fare, c’era tanto da inventare, recuperando innanzitutto la radice latina di un verbo che spinge a “trovare con l’immaginazione o l’ingegno”. Così con la pratica scolastica quotidiana ho imparato che anche l’interrogazione può essere un’occasione importante, un momento di confronto costruttivo, non mortificante né per lo studente né per l’insegnante. E che gli studenti ci tengono più dell’insegnante perché per loro è la dimostrazione che hanno studiato. In breve: ogni tanto li devi interrogare, preferibilmente a inizio quadrimestre, così poi possono studiare senza troppe paranoie. Ho imparato ad usare le griglie di valutazione e ho contribuito a migliorarle. Ho imparato che nell’autovalutazione gli studenti sanno essere più critici e onesti degli insegnanti. Ho imparato che gli adolescenti sanno un sacco di cose ma non sanno di saperle e certe volte devi faticare tanto per tirarle fuori e, quando questo accade, devi dare almeno otto. Ho imparato a non regalare niente, perché un voto regalato può essere percepito come un’umiliazione, quindi devi mettere quattro senza troppe lagne e poi inventarti le prove di recupero: lette, scritte, recitate, mimate, dibattute o capovolte. Ho imparato che ci sono anche i nove e i dieci e che darli non toglie niente alla tua credibilità. Ho imparato che il voto più disonesto è il cinque, di peggio c’è solo l’impreparato. Ma soprattutto ho imparato a spiegare con calma che anche loro devono inventare un modo per farti capire che qualcosa la sanno, perché tu non hai i superpoteri, non hai l’udito supersonico o la capacità di attribuire coerenza logica a un flusso di coscienza in cui l’autore stesso si è smarrito, non hai certo il dono della telepatia però...

Però hai il tempo, la voglia, la pazienza di starli ad ascoltare.

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VC
Vincenza Costantino

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